[Il caso] Boom delle lobby a Bruxelles: ecco la classifica di chi spende di più

I gruppi di interesse ufficialmente censiti sono 11.801 contro gli 11.641 di Washington, da sempre considerata la capitale mondiale del lobbysmo

[Il caso] Boom delle lobby a Bruxelles: ecco la classifica di chi spende di più

Il crescente successo dei partiti sovranisti e populisti europei si basa su una narrazione (storytelling) molto semplice: l’allontanamento progressivo dei partiti tradizionali (liberali, popolari, socialdemocratici) dagli interessi del popolo a favore di quelli delle èlite, ovvero dei poteri forti. L’accusa è dunque che a dettare la linea politica europea siano ormai le banche e i grandi gruppi industriali, favoriti dal trasferimento di poteri dai singoli Stati all’Unione Europea. Questa è ovviamente la rappresentazione della realtà fatta dai populisti che tuttavia potrebbe trovare nuovo carburante in un dato arrivato da Bruxelles: il numero delle lobby presenti nella capitale belga, sede della Commissione europea, ha superato addirittura quello dei gruppi di pressione presenti a Washington, tradizionalmente la capitale del lobbismo mondiale.

L'inchiesta di Milena Gabanelli 

A dare la notizia in Italia è stata Milena Gabanelli, in Dataroom, la sua inchiesta settimanale pubblicata sul Corriere della Sera. “I gruppi di pressione iscritti nel Registro della Trasparenza istituito dalla Commissione Europea – ha spiegato la nota giornalista – sono 11.801 contro le 11.641 della capitale degli Stati Uniti”.

La classifica delle lobby italiane 

Nell’immaginario collettivo il lobbysmo ha assunto una connotazione negativa e dannosa. Tuttavia non è sempre così. Per esempio dalla inchiesta della Gabanelli emerge che nel 2018 il gruppo di pressione italiano più importante è stato Altroconsumo che ha speso in attività di lobbying 5 milioni di euro. Oltre il doppio di Enel che occupa la seconda posizione con un spesa di 2 milioni di euro. A seguire Eni (1,25 milioni di euro) e Confindustria (900 mila euro). Tra le varie attività di pressione esercitate da Altronconsumo e segnalate da Dataroom quelle contro l’impiego di antibiotici negli allevamenti intensivi e la richiesta di maggiori garanzie per i consumatori nelle vendite a distanza.

La classifica dei gruppi di interesse internazionali 

Esiste dunque un lobbysmo buono ma anche (e purtroppo è quello prevalente) uno “cattivo” che punta a tutelare in particolar modo gli interessi delle grandi aziende. La classifica dei gruppi di interesse con le maggiori spese parla chiaro. Al primi due posti il Consiglio delle industrie chimiche europee (Cefic) con 12 milioni di euro e Google con 6 milioni di euro. Nella posizione alta della graduatoria anche Microsoft (5 milioni), la confindustria europea (Business Europe) con 4 milioni di euro e la cinese Huawei (con 2,2 milioni di euro).

L'attività dei lobbysti 

Cosa fa esattamente un gruppo di interesse? Milena Gabanelli lo spiega molto bene: “Contatta commissari ed eurodeputati trasmettendo loro idee per emendare questa o quella norma” e offre consulenza “ai commissari ed eurodeputati che a loro volta hanno bisogno di confrontarsi per sapere quanto e come incidono le direttive nei vari settori dell’impresa e della società”. “Di norma – si legge ancora in Dataroom – ogni proposta di legge raccoglie in Parlamento 50-100 emendamenti ma in casi delicati come la riforma della politica agricola gli emendamenti sono stati 8000, per la regolamentazione degli hedge fund sono stati 1600”. Nella giungla di modifiche “possono infilarsi quelle proposte o scritte direttamente dai lobbysti e ricopiati pari pari dai deputati". “A volte basta modificare un verbo” per stravolgere gli effetti di una legge.

L'esistenza di aree grigie  

La tesi di fondo di chi difende il lobbysmo è che esso aiuti la democrazia a condizione che si lavori in piena trasparenza. L’obiettivo del Registro istituito dalla Commissione europea ha propria questa finalità. Tuttavia Milena Gabanelli denuncia l’esistenza di molte aree grigie. “Mentre la Commissione obbliga i lobbysti a registrarsi prima che qualsiasi incontro possa aver luogo – è spiegato in Dataroom – esercitare il lobbysmo con gli eurodeputati e i delegati nazionali al Consiglio resta una attività largamente non regolata”.

Il sospetto di attività illegali 

Anche l'ingente ammontare delle spese lascia spazio a dubbi. Ufficialmente i milioni di euro utilizzati servono per pagare uffici, personale e consulenze legali ma il sospetto di tanti è che possano servire anche per finanziarie attività illecite, come l’acquisto di voti e la compiacenza di politici e tecnici delle istituzioni comunitarie.

Una opportunità per i partiti europeisti 

Il lobbysmo è un tema assente dalla campagna elettorale per le prossime elezioni europee di fine maggio. Eppure potrebbe essere uno di quelli utili per conquistare la fiducia degli elettori, in particolare per i partiti tradizionali accusati di aver favorito troppo gli interessi delle élite finanziarie e industriali. L’impegno ad introdurre maggiore trasparenza e regole più stringenti sulle attività di pressione potrebbe essere, assieme alla lotta contro l’elusione fiscale all’interno della stessa Unione europea, il grimaldello da usare per fermare la preoccupante avanzata dei movimenti populisti e sovranisti.