Alla scoperta di Hypoxia City, l’infernale insediamento umano sul tetto del mondo: qui la vita è impossibile

Si tratta di una città mineraria, nella quale decine di migliaia di peruviani vivono grazie all’estrazione dell’oro. Ma la sua posizione, a 5100 metri di altitudine, ostacola la vita. Per i residenti è una sfida evolutiva senza pari. La bassa concentrazione di ossigeno, infatti, devasta il corpo

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TiscaliNews

In una fredda e grigia mattina di inizio anno, Ermilio Sucasaire, un minatore d'oro, sedeva su una sedia di plastica bianca con una pila di fogli e una penna in mano. I suoi occhi curiosi scrutarono una grande stanza in cui un gruppo di scienziati stava eseguendo dei test sui suoi colleghi. Un collega minatore era seduto su una strana bicicletta senza ruote, e ansimava pesantemente con tanto di elettrodi attaccati al petto. Un altro, levatosi il maglione, sporco di fango, giaceva su un lettino mentre uno ricercatore europeo lo visitava. Sucasaire vive in quello che, oggi, risulta essere l’avamposto umano più estremo del pianeta, situato a 5100 metri di quota, nel sud-est del Perù. La caratteristica principale della sua città, ribattezzata non a caso Hypoxia City, nonostante il suo vero nome sia La Rinconada, è la bassa percentuale d’ossigeno nell’aria.

Un team di scienziati, guidato dal fisiologo e appassionato di montagna Samuel Vergès, dell'agenzia di ricerca biomedica francese INSERM a Grenoble, hanno allestito qui un laboratorio di fortuna. Ma in un ambiente così estremo non si poteva sperare in qualcosa di meglio. A Hypoxia City vivono tra le 50 e le 70 mila persone. Nonostante gli sforzi dei residenti, estremamente poveri, la città non dispone di acqua corrente, come neppure di un sistema fognario e di un servizio per la rimozione dei rifiuti. E se queste sue caratteristiche non fossero già sufficienti a renderla inospitale va considerato l’altissimo livello di inquinamento, dovuto proprio al fatto che si tratta di una città mineraria. Il suolo è fortemente contaminato dal mercurio, utilizzato nel processo di estrazione dell’oro.

Tutto gira attorno all’oro, ma di oro qui non ce n’è, l’oro viene preso in consegna dalle grandi compagnie che sfruttano ogni singolo residente, fino alla morte. Il lavoro, infatti, non è regolamentato e chi entra quotidianamente in miniera lo fa sapendo che potrebbe non uscirne vivo. E allora in tanti finiscono nella trappola dell’alcol. In questa città infernale non c’è molto, si vive di espedienti, la prostituzione e la violenza sono comuni e tollerati. Ciò che in molte parti del mondo viene considerato immorale qui è qualcosa di drammaticamente normale. Si deve cercare di sopravvivere in una terra ostile, sferzata costantemente anche dai venti gelidi e bombardata dalle intense radiazioni ultraviolette.

Ma la caratteristica che attira a Hypoxia City una moltitudine di scienziati è proprio quella che ha portato alcuni ricercatori a ribattezzarla con questo inquietante nome, l’esigua percentuale di ossigeno nell’aria. Ogni respiro porta nei polmoni di una persona la metà dell’ossigeno assimilabile sul livello del mare, e ciò può dar origine alla sindrome chiamata “Mal di montagna cronico” (CMS) o anche malattia di Monge, il cui segno distintivo è un'eccessiva proliferazione di globuli rossi. I sintomi includono vertigini, mal di testa, ronzii alle orecchie, problemi di sonno, affanno, palpitazioni, affaticamento e cianosi, che rende le labbra, le gengive e le mani di un blu violaceo. A lungo termine il CMS può portare a scompenso cardiaco e, nei casi più gravi, comuni a La Rinconada, anche alla morte.

L’unica cura, infatti, sarebbe il trasferimento del soggetto in una zona a bassa quota. La Hypoxia City viene considerata la capitale globale del CMS: ne soffre almeno 1 residente su 4. Come molte malattie croniche, la CMS riceve poca attenzione dalle istituzioni locali, spiega Francisco Villafuerte, ricercatore presso l'Università Cayetano Heredia di Lima. "In Perù - evidenzia - è una malattia trascurata, nonostante il fatto che un terzo della popolazione viva sopra i 2.500 metri". Trovare una cura avrebbe molteplici ripercussioni positive per tantissime persone, ma al momento nessuno sembra esser ancora riuscito a capire cosa scateni la sovrapproduzione di globuli rossi. Ora il team di Vergès tenta di capire il perché alcuni soggetti siano naturalmente protetti da tale condizione. Una comprensione più approfondita del CMS, afferma il cardiologo Gianfranco Parati dell'Istituto Italiano di Auxologia di Milano, la cui collega Elisa Perger ha preso parte allo studio, potrebbe aiutare i pazienti con malattie cardiovascolari, che soffrono anche di mancanza di ossigeno. Il Perù ha una lunga storia di ricerche sul CMS: Carlos Monge Medrano, un medico peruviano, descrisse per la prima volta la malattia nel 1925. Ma la maggior parte degli scienziati lavora a Cerro de Pasco, una città mineraria nelle Ande centrali a un'altitudine sostanzialmente inferiore, “appena” 4.300 metri. Nessuno aveva mai fatto uno studio così estremo come questo a La Rinconada.

Sotto la lente degli scienziati dell’INSERM anche le altre popolazioni che occupano le alte montagne del pianeta da molte generazioni. Gli andini, ad esempio, come gli abitanti dell'altopiano tibetano e degli altopiani dell'Africa orientale, vivono in alta quota da millenni e non soffrono di CMS. Secondo i ricercatori queste popolazioni si sono evolute geneticamente per far fronte all'ipossia. Alcuni dei geni coinvolti in questo adattamento sono stati individuati, ma la strada da fare per conoscerne tutti i segreti sarà lunga. Allo stato attuale, la medicina ha sviluppato un solo farmaco efficace. Si tratta dell’acetazolamide, ma può esser utilizzato soltanto per brevi periodi. I benefici a lungo termine verrebbero infatti annullati dagli effetti collaterali.

Lo studio, particolare degno di nota perché qualcosa del genere capita raramente, non è stato finanziato da alcuna casa farmaceutica, ente governativo o militare. I fondi raccolti sono giunti a Vergès da sponsor che lui stesso ha dovuto cercare. Tra questi una società di abbigliamento di montagna, che sovvenzionato i ricercatori fornendo loro indumenti tecnici personalizzati con la scritta "Expédition 5300”.

Come detto a La Rinconada il lavoro in miniera non è regolamentato (è illegale), ma viene comunque gestito da importanti compagnie internazionali. I lavoratori scavano con strumenti di fortuna per 5 o 6 ore al giorno. Gli incidenti mortali, causati da esplosioni o crolli sono comuni. Eppure i lavoratori, disperati, non mancano. Molti dei proprietari delle miniere non pagano neppure uno stipendio ai propri lavoratori, che possono trattenere per sé una piccola parte dell’oro che poi rivendono nei tanti compro oro disseminati nella medesima città… e occasionalmente di proprietà dello stesso titolare della miniera. Sono gli stessi compro oro che, col mercurio, creano una lega che poi possono lavorare con una torcia. I vapori di questa lavorazione creano una nuvola tossica che ricopre la città e il ghiacciaio vicino, il principale approvvigionamento idrico della zona. Il governo promette da tempo di avviare una regolamentazione del settore, ma ad oggi le parole non sono state trasformate in azioni concrete. “I proprietari della miniera dove lavoro - racconta Sucasaire - si oppongono all'idea e i politici hanno poco da guadagnarci”.

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