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Meloni tira dritto, spacca la maggioranza, umilia FI. Un post-fascista è la seconda carica dello Stato

Ignazio La Russa eletto grazie a 17 senatori delle opposizioni. Grazie a loro il giorno più brutto della leader di Fdi diventa un successo. Oggi il presidente della Camera. Salvini cambia cavallo e punta sull’amico Fontana. Giorgetti al ministero dell’Economia. Forza Italia è spaccata in due, filo-Ronzulli e filo-Tajani. E potrebbe salire da sola al Colle

Giorgia Meloni (Ansa)
Giorgia Meloni (Ansa)
di Claudia Fusani

La maggioranza “forte, coesa e compatta” che ha vinto le elezioni si frantuma alla prima curva. Il fatto  è che manda in pezzi anche le opposizioni. Sicché si può ben dire che la legislatura iniziata ieri, la numero XIX, comincia malissimo. Ma anche che, al contrario, siccome a Roma pioveva e certi shock - ieri lo è stato - aiutano, il brutto colpo di colpo di ieri potrà servire da lezione e non ripetersi più. “Ma cosa hanno combinato? Ci ride dietro tutta Europa” commentava ieri alla Camera un deputato esperto della Lega.

Ignazio La Russa, 75 anni, avvocato, fondatore di Fratelli d’Italia, la gioventù nel Msi, è stato proclamato Presidente del Senato ieri alle 14. Era il primo obiettivo di Giorgia Meloni - blindare per sé palazzo Chigi e la seconda carica dello Stato oltre che la Camera alta che può decidere vita e morte dei provvedimenti di legge - e lo ha ottenuto. Ad un prezzo altissimo, però. Il centrodestra (Fdi, Lega, Fi, Noi moderati) dispone al Senato di una maggioranza netta, 115 voti così suddivisi: 66 di Fdi, 29 della Lega, 18 di Forza Italia e 2 di Noi moderati. La Russa è stato eletto con 116 voti.

I 17 in soccorso a La Russa

Considerando che dei 18 di Forza Italia hanno votato solo due (Berlusconi e Casellati), significa che il nuovo presidente del Senato è stato eletto alla prima votazione grazie a 17 voti delle opposizioni. Le quali, se non fossero scese in campo dietro il paravento del voto segreto, avrebbero costretto la maggioranza “forte, coesa e compatta” a procedere ad un secondo zoppicante scrutinio. Forse anche ad un terzo trascinando la maggioranza ad una conta di pessimo auspicio. E Meloni sull’orlo di una crisi di nervi. La Russa, super esperto di dinamiche parlamentari, lo ha anche detto nel discorso di insediamento: “Ringrazio tutti, chi mi ha eletto e chi no, sarà presidente e garante di tutti. Ma lasciatemi ringraziare soprattutto coloro che mi hanno votato e che non sono della mia parte politica”. Applausi e risate. Giornalisti con gli occhi strabuzzati: in questi giorni hanno dato conto delle vare tensioni ma nessuno aveva previsto di poter arrivare a tanto già nel primo giorno.

Giorgia Meloni incassa quella che definisce una vittoria. “Sono intenzionata a dare a questa nazione un governo autorevole - taglia corto -  Non ho alcuna intenzione di fermarmi davanti a questioni che sono secondarie”. Come il destino di singoli che vogliono, anzi pretendono un ministero. Di sicuro, tirando dritto, ha mostrato che la maggioranza può fare a meno di Forza Italia. L’irrilevanza del partito di Berlusconi nonostante ieri sia stato a palazzo Madama dalle 10 alle 14 e sia stato sempre centrale nelle trattative appena arrivato a palazzo Madama con Meloni, a tu per tu con Salvini prima della chiama e che soprattutto si sono svolte a porte chiuse nella sala del governo a fianco dell’aula. Quella del primo giorno è “una maggioranza zoppa”. Tutto questo doveva essere evitato. Da Fratelli d’Italia la mettono così: “Non conoscete Giorgia, lei è fatta così, sa bluffare e rischiare, e pota sempre a casa il risultato. Oggi ci siamo spaccati ma questo  ci servirà ad andare più spediti dopo".

Il vaffa di Berlusconi

C’è una scena chiave per raccontare la spaccatura della maggioranza. Dopo l’emozionate discorso della senatrice Liliana Segue (“nell’ottobre del ’43, ero una ragazzina costretta a lasciare il banco delle scuole elementari per via delle leggi razziste. Oggi sono qui nel banco più alto della Repubblica”), Berlusconi si chiude nella stanza del governo con Gasparri, Miccichè, Casellati, Bernini, Ronzulli. Da Fratelli d’Italia è arrivata la conferma: votare La Russa alla prima chiama. Ma il Cavaliere non ci sta, non vuole perchè “a me i veti non piacciono”. E non sono pochi i veti sugli azzurri: nessuna delle due presidenze; no categorico a Licia Ronzulli nella squadra di governo; divergenze anche sulla giustizia visto che Meloni lo vorrebbe per sé (per Nordio) mentre il Cavaliere vorrebbe Casellati e il resto di Forza Italia fa il tifo per Sisto. Sembra un paradosso ma in questa fase Salvini indossa i panni del mediatore. Tutti gli occhi sono su di lui che ormai ha accettato La Russa e mollato Calderoli. Non tutti sono d’accordo ma Forza Italia decide di votare scheda bianca nel primo scrutinio. A quel punto il Cavaliere, un po’ incerto sulle gambe, torna in aula. Siede nel primo scranno a destra della prima fila, in quello che, raccontano i veterani della sala stampa, “una volta era il posto di Andreotti tanto che sul velluto c’era pure rimasto il segno della gobbetta”. Accanto ha ancora Sisto, Casellati, Miccichè. Passa La Russa, si ferma, i due parlano fitto finché Berlusconi lancia una penna e chiude la cartellina. La Russa gli ha appena comunicato che “è bene far votare Forza Italia perché tanto lui i voti ce l’ha già”. A quel punto votano per dovere istituzionale Berlusconi, che sarà capogruppo, e Casellati che è il Presidente uscente.

A braccetto con Santanchè

Il “cazzotto” arriva quando si presenta Daniela Santanchè, ex azzurra da cinque anni in Fdi, offre il braccio al Cavaliere e lo accompagna al catafalco per votare. Questa scena accade all’insaputa delle senatrici Ronzulli e Bernini che si precipitano in aula ma ormai Berlusconi ha già votato. “Ho voluto dare un segnale di collaborazione - dirà dopo - tanto sapevamo che La Russa lo avrebbe votato Renzi, Azione e altri”. Il voto segreto, come sempre la caccia ai franchi tiratori diventa un gioco di posizionamento tra le parti. L’irrilevanza di Forza Italia fa il paio con la debolezza della maggioranza. Le opposizioni non stanno meglio. A palazzo Madama è subito partita la caccia ai 17 franchi tiratori. Renzi e Calenda sono i primi sospettati. “Fate meglio i conti, siamo 9 e non abbiamo i voti sufficienti” dicono entrambi respingendo i sospetti. In effetti serve anche l’aiuto di altri. O Pd o 5 Stelle. Che sono accusati dal Terzo Polo di aver già fatto l’accordo per escludere i gruppi di Italia viva e Azione dalle nomine dell’ufficio di presidenza del Senato. Franceschini non ha dubbi: “L’esito di quelle votazione ci dirà chi oggi ha offerto i propri voti”. Peccato che proprio Renzi ricordi come “Franceschini e Patuanelli hanno già fatto l’accordo per spartirsi le due vicepresidenze del Senato. Ce lo sapremo ridire la prossima settimana". Come si vede, la legislatura comincia col botto. Renzi non ha dubbi: “Vedrete, oggi è così ma questo governo parte veloce e solido. Hanno fatto una prova di forza tra di loro e adesso partono”.  Con l’handicap di questa prima giornata. Che ha messo in luce non tanto le differenze politiche quanto gli odi personali, profondi e insuperabili. Difficile coabitare in queste condizioni.

Oggi la Camera ma governo ancora in alto mare

La presidenza della Camera è rinviata a oggi. Ieri le tre votazioni sono andate “bianche”. Fino al pomeriggio nella Lega è testa a testa tra Molinari e Molteni. In serata spunta il nome di Fontana. E’ il segnale che Lega e Fdi hanno ripreso a lavorare anche sulle calle del governo. Per togliere ogni dubbio, Meloni e Salvini si fanno vedere nel pomeriggio a colloquio con Giorgetti. Sarà lui il ministro dell’Economia. In quota Meloni, però. E non Lega che ottiene anche Infrastrutture, Agricoltura e Affari regionali. Il Viminale sarà affidato  all’ex capo di gabinetto di Salvini ministro. Il governo resta comunque in alto mare. Meloni non arretra su Licia Ronzulli. Sembra incredibile questo accanimento contro la senatrice che è l’alter ego di Berlusconi.  Ma non si fida: la giudica avversaria e non complice e non vuole avere fuoco amico dall’interno dell’esecutivo che ha cose serie ed urgenti di cui occuparsi.  Uno riesce a reggerlo, e si chiama Salvini. Due - tra l’altro molto amici - è un’ipotesi non praticabile.

"Il Paese ha bisogno di un governo"

Al termine di una giornata sulle montagne russe per il centrodestra Giorgia Meloni tira dritto. Alle 9 di sera quando lascia Montecitorio, dice ai cronisti di confidare nella responsabilità di tutti perché serve un governo al Paese e bisogna fare presto. Il messaggio è per Forza Italia che dopo l’Aventino del Senato sulla votazione per La Russa si è rinchiusa a Villa Grande, residenza di Berlusconi, per decidere il dà farsi. “Il braccio di ferro finisce qua ma i veti non sono mai un buon modo per cominciare” aveva detto il Cavaliere lasciando il Senato alle 14. Ma il partito ora è spaccato: chi sta con Ronzulli: chi sta con Tajani che da tre-quattro giorni sarebbe in freddo con la senatrice Ronzulli. I ronzulliani propongono di andare separati alle consultazioni: “E’ una questione di rispetto, se molliamo ora sarà così per sempre”. Meloni è preoccupata ma non ha alcuna intenzione di mollare su Ronzulli. Ai suoi - posta sui social una foto di tutti gli eletti in terrazza e la scritta “Pronti” - consegna varie riflessioni di giornata: siamo stati votati per formare un governo dei migliori e non un governicchio, se non c'è la possibilità di andare avanti si torna a votare. Nessuna disponibilità, insomma, a scendere a compromessi al ribasso o a galleggiare. Sembra di sentire Mario Draghi. L'obiettivo dunque è fare presto, l'auspicio è che non ci siano ulteriori scontri interni alla coalizione e che invece tutte le forze di maggioranza siano consapevoli delle sfide che attendono il Paese.

Meloni irritata. Ma attenzione…

Determinazione massima, dunque. Ma anche irritazione per il comportamento del gruppo di FI a palazzo Madama. Nel mirino della Presidente di Fdi non c'è Berlusconi che questa mattina avrebbe dato il via libera all’intesa (“in fondo ci dà ministeri di peso”), a partire dal semaforo verde su La Russa. Ma chi, invece, ha deciso di far saltare tutto non partecipando al voto. La prossima prova è oggi la Presidenza della Camera.  Salvini ha indicato il leghista Fontana. L'obiettivo in FdI è stringere i bulloni della coalizione, la convinzione che ogni forza politica del centrodestra debba viaggiare nella stessa direzione perché l'Italia non si può permettere di perdere tempo. In Forza Italia la linea prevalente è che, senza cambi di rotta nelle trattative, si vada separati alle consultazioni. Salvini fa da mediatore e pontiere e resta in contatto con gli alleati. Meloni lo ripete anche in serata: “Andare avanti, senza governicchi”. Ma deve stare attenta a non tirare troppo la corda. Quella che si è formata ieri al Senato è una maggioranza episodica, finalizzata a degli obiettivi (presidenza e vicepresidenze), uno scambio di favori insomma. Nulla a che vedere con una maggioranza politica. Meloni è più forte dei suoi alleati, ma senza di loro non ha la maggioranza. E allora ad un certo punto non deve neppure troppo esagerare con i veti e i niet. Non deve umiliare.