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Per l’Ue l’Italia avrebbe bisogno di una cura da cavallo di tagli e rincari per riportare deficit e debito sotto controllo

Il quadro del nostro Paese che le Previsioni di primavera della Commissione di Bruxelles forniscono al resto d’Europa è una diagnosi, severa e impietosa

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Per l’Ue l’Italia avrebbe bisogno di una cura da cavallo di tagli e rincari per riportare deficit e...

I numeri da tenere a mente sono due: 3,5 e 135,2. Il primo è la previsione di deficit pubblico per il 2020: 3,5 per cento del Pil. Il secondo è la contemporanea quota del debito pubblico in percentuale sul Pil: 135,2 per cento, tre punti secchi in più rispetto al 2018. In termini di politica europea, è un disastro: un deficit al di là di qualsiasi parametro del trattato di Maastricht e del Patto di stabilità; un debito inesorabilmente in ascesa. Il quadro dell’Italia che le Previsioni di primavera della Commissione di Bruxelles forniscono al resto d’Europa non è una pagella: per quella – conseguenze comprese – bisognerà aspettare almeno giugno, dopo le elezioni europee. Ma è una diagnosi, severa e impietosa, che assomiglia molto a quella dei critici italiani dell’esperienza grilloleghista: l’economia rallenta e il governo ha aggravato la situazione.

La frenata europea

Non è, in realtà, tutta colpa del governo di Roma. Il Rapporto di primavera conferma che tutta l’economia europea sta rallentando: quest’anno l’eurozona crescerà solo dell’1,2 per cento e l’anno prossimo dell’1,5. La frenata brusca l’ha data la Germania, dove guerre commerciali e difficoltà dell’industria dell’auto (che da sola vale un terzo dell’economia) hanno tagliato la crescita di quest’anno allo 0,5 per cento. Per l’industria italiana, strettamente integrata, soprattutto nella filiera dell’auto, con quella tedesca è stata una mazzata, ma il punto è che la difficile situazione interna ha impedito di assorbirla. L’incertezza sulle guerre commerciali di Trump e sulla Brexit all’esterno, sulle politiche del nuovo governo all’interno hanno infatti determinato una caduta degli investimenti, che la tenuta dei consumi ha attutito solo in parte. La situazione, dicono a Bruxelles, dovrebbe migliorare nei prossimi mesi e nel 2020, ma sarà una ripresa pallida e asfittica. Al netto delle importazioni, il contributo delle esportazioni alla crescita – quest’anno e il prossimo – sarà zero ed è inutile aspettarsi miracoli sul fronte dei consumi, perché la spinta di misure come il Reddito di cittadinanza sarà smorzata dalla maggiore disoccupazione, prevista arrivare all’11 per cento. Quest’anno, dunque, la ripresa si fermerà ad uno striminzito 0,1 per cento. Nel 2020, niente rimbalzo: ci sono due giorni lavorativi in più, ma non supereremo un modesto 0,7 per cento.

I nuvoloni sul bilancio 

In termini di finanza pubblica, le conseguenze sul bilancio dell’incrocio fra questa economia asfittica (che significa meno entrate fiscali) e la crescita della spesa sociale sono pesanti. A Bruxelles danno per scontato che il governo non se la sentirà di aumentare l’Iva e penalizzare ulteriormente i consumi: i 23 miliardi di euro che, di conseguenza, mancheranno all’appello faranno schizzare il deficit ben oltre il 3 per cento di Maastricht: al 3,5 per cento. A meno che il governo non trovi 23 miliardi da un’altra parte, ma, per ora, non si vede quale. Contemporaneamente, anche in assenza di nuove tempeste sullo spread, il debito pubblico passerà dal 132,2 per cento del Pil del 2018, al 133,7 per cento di quest’anno, al 135,2 per cento del prossimo, perché l’aumento del Pil copre sempre meno il costo del debito.

La reazione dell'Europa

In realtà, non ci sarebbe neanche bisogno di questo sfaldamento progressivo di qualsiasi paletto per far scattare la tagliola delle regole europee. Sono anni che l’Italia svicola dagli impegni e averli bucati anche nel 2018 basterebbe a far scattare la procedura di infrazione per eccesso di debito pubblico, un meccanismo mai avviato, finora, in Europa e che prevede misure pesanti e un controllo stretto, dall’esterno, delle autorità europee su quelle italiane. In pratica, un commissariamento della politica economica di Roma. La Commissione potrebbe varare la procedura già fra un mese, quando pubblicherà le Raccomandazioni per i singoli paesi, Italia compresa. Le condizioni per invocare il Patto di stabilità, in base ai dati diffusi ieri, ci sono tutte. Molto dipenderà, però, dall’esito delle elezioni europee. Una forte affermazione delle forze sovraniste potrebbe indurre l’attuale Commissione, in attesa dei futuri equilibri a Bruxelles, alla cautela. Al contrario, un sostanziale flop di Salvini e soci potrebbe ringalluzzire Juncker e Moscovici e indurli a fare la voce grossa.

Appuntamento a settembre 

A Bruxelles sono, tuttavia, acutamente consapevoli della tenaglia in cui è finita l’Italia. Avrebbe bisogno di una cura da cavallo di tagli e rincari per riportare deficit e debito sotto controllo, ma la cura rischia di stroncare il malato, azzerando qualsiasi possibilità di ripresa. L’Europa ha già sperimentato, con la Grecia, gli effetti di un eccesso di austerità. Probabile, dunque, che, a giugno si prenda tempo, magari accontentandosi di una piccola manovra da parte del governo di Roma, in attesa che, in autunno, arrivino sul tavolo i vari pezzi del puzzle: i nuovi equilibri politici a Bruxelles, la manovra finanziaria che il governo di Roma riuscirà a mettere in campo per il 2020, l’atteggiamento che assumeranno i mercati verso quella montagna, al centro delle preoccupazioni europee, rappresentata dai titoli del debito pubblico italiano (che equivalgono ad un quarto del Pil dell’eurozona). Tuttavia, fissare lo sguardo sulla Commissione (vecchia o nuova, pre o postelettorale) rischia di far perdere di vista il quadro complessivo. Quello dei governi, il vero motore politico, oggi, dell’Unione. Nessuna capitale europea prende a cuor leggero la possibilità di avere, non la Grecia, ma il terzo paese più importante della Ue in lenta agonia. Ma le stesse capitali sono, probabilmente, stufe di un paese che tradisce, regolarmente, i suoi impegni, si caccia nelle situazioni in cui, per evitare calamità maggiori, bisogna concedergli ogni licenza, lascia che, anno dopo anno, i suoi conti, inesorabilmente, peggiorino e tiene tutti sotto lo scacco di una tempesta finanziaria che farebbe ballare anche le istituzioni europee.

Il fantasma dei Mercati

C’è un fantasma, infatti, che agita i sonni dei pessimisti, in giro per l’Europa. L’Italia ha un rating che tiene il nostro debito pubblico appena sopra il livello dei titoli-spazzatura. Se Moody’s o Standard&Poor’s, insoddisfatte dalla manovra del governo a settembre, decidessero di far scendere l’Italia sotto quel livello, fondi e banche, in giro per il mondo, dovrebbero, non per scelta, ma per statuto, liberarsi dei titoli italiani, spingendo l’Italia sull’orlo della bancarotta. Per evitare che questo scenario si profili all’orizzonte, ragionano quei pessimisti, è meglio dare ancora un po’ di respiro a Roma o è meglio tirare le redini? L’immagine dell’Italia che queste Previsioni di primavera restituiscono alle altre capitali europee non è incoraggiante.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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