Proietti: “Subito un tavolo sulla riforma: flessibilità più diffusa e in pensione dai 63 anni”. Il progetto del sindacato

Per il segretario nazionale Uil “la Legge Fornero è stata una gigantesca operazione di cassa sulle spalle di lavoratori e pensionati. Riallineiamo il sistema a quello d'Europa. Perché qui dobbiamo andare in pensione a 67 anni?”

Una lavoratrice e, nel riquadro, il segretario nazionale Uil Domenico Proietti (Foto Ansa e Uil)
Una lavoratrice e, nel riquadro, il segretario nazionale Uil Domenico Proietti (Foto Ansa e Uil)

Per il governo Draghi e per il ministro del Lavoro Orlando l’emergenza Covid ha imposto altre priorità. Una cosa bisogna dire però: anche la riforma pensionistica, cui guardano migliaia di lavoratori, non può essere trascurata. A fine 2021 infatti tramonterà definitivamente Quota 100 e l’unica regolamentazione applicabile sarà quella della contestata Legge Fornero. Per questo "il sindacato – come precisa in questa intervista il segretario nazionale della Uil Domenico Proietti, responsabile delle politiche fiscali e previdenziali – ha sollecitato un tavolo, essendo la questione di estrema importanza. Siamo in prima linea sulla necessità dei sostegni e dei ristori ma si può comunque lavorare parallelamente alla riforma pensionistica perché il tempo passa in fretta e si parla del futuro di tanti lavoratori”.

Quota 100 scadrà al 31 di dicembre di quest’anno: cosa propone il sindacato per non tornare alle ristrettezze della tanto criticata legge Fornero?

“Noi pensiamo che vada introdotta una flessibilità di accesso alla pensione molto più diffusa di quanto non abbia consentito Quota 100. Quota 100 può essere utile a tanti lavoratori però è come fare un ambo secco: vai in pensione solo se hai 62 anni di età e 38 di contributi. Se ne hai 61 con 39 di contributi non ci vai. Alcuni sono fortunati, altri restano esclusi. Invece occorre dare la possibilità a tutte le persone con determinati requisiti di scegliere se accedere al pensionamento. Bisogna poi riconoscere che 41 anni di contribuzione bastano e avanzano per andare in pensione a prescindere dall’età. E, nel definire la flessibilità più diffusa, occorre tener conto della gravosità e usurabilità di certi lavori”.

Con il precedente governo su questi temi erano state attivate anche delle commissioni parlamentari

“Esatto. Stiamo chiedendo infatti che le commissioni insediate per lavorare appunto sui lavori gravosi e sulla necessità di separare l’assistenza dalla previdenza siano messe in condizioni di proseguire. Facciamole lavorare: può derivarne un contributo importante per la definizione di questo pacchetto”.

Cosa significa che la flessibilità va tarata rispetto a certi lavori?

“Serve una flessibilità più diffusa differenziata anche da lavoro a lavoro. E’ necessario per altro rendere stabile l’Ape sociale, rivedendo per alcuni settori gli anni di contributi richiesti. Nell’edilizia e in agricoltura, per esempio, 36 anni di contribuzione un lavoratore non li raggiunge mai. Occorre perciò limare il tetto”.

Il segretario nazionale della Uil Domenico Proietti (Foto Uil)

Quando parlate di maggiore flessibilità a cosa vi riferite in concreto? A quale età? Con quanti anni di contributi?

“Con più ampia flessibilità intendiamo l’accesso alla pensione intorno ai 63 anni. Quanto ai contributi questi vanno tarati ai vari settori. L’Ape social – per esempio - è stata una cosa buona, ma - come accennavo - i lavoratori dell’edilizia o dell’agricoltura purtroppo non la possono utilizzare perché a 36 anni non ci arrivano mai. Bisogna dunque abbassare l’asticella, portarla magari a 30 anni”.

Accettereste, a fronte della flessibilità, delle penalizzazioni sulle pensioni?

“No, niente penalizzazioni. C’è già una penalizzazione implicita nel meccanismo flessibile. Il lavoratore, invece di andare in pensione alcuni anni dopo e maturare quindi più contributi, ci va prima e prende di conseguenza leggermente meno. Non ci possono essere penalizzazioni in più. Con il sistema contributivo, del resto, non c’è alcuno scompenso per lo Stato, perché in definitiva uno prende quello che ha versato. Lo stato insomma non ci mette dei soldi”.

E per quanto concerne le donne e i giovani?

“Bisogna rendere strutturale Opzione donna. Intervenire riconoscendo alle donne un bonus contribuzione figurativa ai fini previdenziali per il lavoro di cura e la maternità. A proposito dei giovani è indispensabile invece riprendere subito il tema delle loro future pensioni. A causa della precarietà imperante in questi anni, infatti, hanno avuto delle carriere incredibilmente  discontinue ed è compito dello Stato coprire i buchi. In definitiva abbiamo una serie di proposte, molto ragionate e approfondite, che possono essere esaminate ed accolte dal governo e dal parlamento”.

Una delle obiezioni che certuni muoverebbero a questo punto è quella della sostenibilità economica

“Anche sul tema della compatibilità economica abbiamo dimostrato l’assenza di problemi. Se la commissione varata per separare assistenza e previdenza verrà fatta lavorare, arriverà sicuramente alla conclusione che in Italia per le pensioni si spende come nella media dei Paesi europei. Lo ha detto di recente - confermando ciò che la Uil sostiene da anni - il presidente dell’Inps, e lo hanno ribadito importanti istituti accademici. Esistono insomma tutte le condizioni per riallineare il sistema previdenziale italiano a quello vigente in Europa. In Europa si va in pensione mediamente a 63 anni. Non si capisce perché in Italia dobbiamo andare a 67”.

I cultori dei conti obietterebbero che la spesa qui è più alta

“In Europa per le pensioni si spende intorno al 12% del Pil. In Italia avviene la stessa cosa. La nostra proposta ha allora una evidente compatibilità economica. E in questa fase di ricostruzione del Paese, tale riforma servirebbe anche ad aiutare le imprese nei processi di ristrutturazione. Con una flessibilità più diffusa molte imprese necessitanti di ristrutturazione potrebbero utilizzare anche questo strumento, oltre agli ammortizzatori sociali. Per questo chiediamo al governo di aprire subito un tavolo”.

Lavoratori anziani in un call center (Foto Ansa)

Forse al governo ritengono più importante metter mano proprio alla riforma degli ammortizzatori sociali, in questo momento

“Anche noi siamo impegnati, insieme al governo e al ministro, a definire la riforma degli ammortizzatori sociali. La riteniamo indispensabile in questa fase di emergenza. Ma il ministero del Lavoro e della Previdenza sociale dispone di una tecnostruttura molto valida e di diverso livello. Una parte potrebbe lavorare sugli ammortizzatori e un'altra a definire il pacchetto pensioni”.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha sostenuto anche di recente che in Italia bisognerebbe addirittura aumentare ulteriormente l’età pensionabile. Su questa posizione si ritrovano forze politiche che attualmente appoggiano il governo. E poi ci sono le note posizioni della Ue a cui dobbiamo rendere conto. Non vi viene il dubbio che ci sia un po’, da qualche parte, anche la paura di sollevare in questo momento un duro scontro interno di carattere politico?

“Non ci è certo sfuggito. Credo non sia un caso, del resto, che nelle dichiarazioni programmatiche fatte in parlamento all’atto dell'insediamento il presidente Draghi non abbia fatto alcun riferimento al tema. Ma noi con molta chiarezza diciamo che è un errore. Non dobbiamo andare in Europa a dire che vogliamo fare cose strane. Dobbiamo andare in Europa a dire che nel 2012 la legge Fornero ha operato una gigantesca operazione di cassa, per motivi di bilancio, sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati”.

Mario Draghi dovrebbe dire questo in Europa?

“Noi in questi anni abbiamo provato - in molti casi riuscendoci - a reinserire elementi di equità nel sistema. Dall’Ape sociale, al Cumulo gratuito e altro. E' giunta l’ora di riallineare il sistema previdenziale italiano a quello europeo. Niente di più e niente di meno. Se il premier Draghi andrà in Europa a dire queste cose io credo che possa - anche in virtù della sua autorevolezza - riuscire a farsi dare ragione. Ad ottenere che l'Italia sia legittimata a fare un intervento di equità sul sistema pensionistico. Questo è lo spirito che ci anima e il confronto che vogliamo aprire con il governo può servire a introdurre elementi concreti utili a suscitare tale  giudizio”.

L’esigenza di maggiore flessibilità in uscita per il pensionamento è sicuramente una tematica molto avvertita dai cittadini. Riuscirete a ottenere risposte positive dalla politica? Ci credete?

“Sta nascendo un fortissimo consenso in Italia su queste proposte, perché sono proposte che hanno un fondamento e una praticabilità.  Raccolgono una consistente aspettativa sociale e non sono velleitarie. Credo che la forza che noi abbiamo avuto in questi ultimi anni, di riaprire questo tema previdenziale, sia dovuta proprio al fatto che il sindacato ha studiato e presentato proposte fattibili e concrete. Dunque perfettamente accoglibili”.