Taglio del cuneo, l’allarme dei tributaristi: si rischia una penalizzazione fiscale

Il provvedimento porterà più soldi nelle tasche dei lavoratori, ma si dimentica il lavoro autonomo e si rischia di creare disparità tra redditi da lavoro

Taglio del cuneo fiscale
Taglio del cuneo fiscale
TiscaliNews

Il taglio del cuneo fiscale dovrebbe portare nelle tasche di chi lavora un po’ di soldi in più. Tutto attraverso la riforma del fisco tesa ad assicurare ai cittadini un sistema maggiormente equo, con la riduzione del carico ai lavoratori e quindi alle famiglie italiane, come auspicato da molti esperti del settore. Sul provvedimento anche i sindacati si sono detti soddisfatti, e in effetti consentire a impiegati e operai di avere retribuzioni più consistenti  non è certo una brutta cosa.

C’è però chi, pur apprezzando gli effetti positivi, lancia l’allarme sugli eventuali risvolti negativi della decisione. L’Istituto Nazionale Tributaristi (INT) e l’Osservatorio nazionale sulla fiscalità di Confassociazioni, hanno infatti depositato presso la VI Commissione Finanze e Tesoro del Senato alcune “Osservazioni sul D.L. 5 febbraio 2020, n. 3 (Atto Senato n. 1698), recante misure urgenti per la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente”.

"C'è anche il lavoro autonomo"

L’INT e Confassociazioni hanno voluto così affrontare il c.d. Decreto taglio cuneo fiscale, che ha una evidente ripercussione sulla fiscalità generale e sull’equilibrio del mondo del lavoro che - si ricorda  - non è solo quello dipendente, ma anche quello del lavoro autonomo. Nelle osservazioni a firma del Presidente dell’INT e Presidente dell’Osservatorio di Confassociazioni, Riccardo Alemanno, e di Giuseppe Zambon, Consigliere nazionale INT e Segretario generale dell’Osservatorio di Confassociazioni, si è letto il Decreto prima riguardo alla sua limitata e non equa incidenza su tutti i redditi da lavoro (viene dimenticato il reddito da lavoro autonomo) e successivamente sotto il profilo tecnico e di equità collegato agli sforamenti dei tetti di reddito per accedere alle varie forme di bonus.

La scheda (Ansa)

"Sarebbe stato più equo"

 “Se da un lato non possiamo che condividere la necessità di dare maggiore peso alle buste paghe dei lavoratori dipendenti, attraverso la riduzione del cuneo fiscale – si legge nelle Osservazioni - dall'altro dobbiamo evidenziare che sarebbe stato più equo affrontare la riduzione della pressione fiscale iniziando da subito con la revisione dell'IRPEF, magari per fasce di reddito ed ovviamente iniziando da quelli medio-bassi, senza distinzioni per tipologia. Così si eviterebbe di creare disparità tra redditi da lavoro e dando a quello prodotto dai lavoratori autonomi la stessa importanza di quello derivante dal lavoro dipendente.”

E di seguito si puntualizza come “con una rimodulazione generale dell'IRPEF si avrebbero effetti positivi per i lavoratori dipendenti, per le famiglie e, in senso lato, per i lavoratori autonomi nella loro più ampia accezione, siano essi imprese o professionisti”.

I limiti di reddito e la penalizzazione fiscale

Relativamente alla questione dei limiti di reddito per il diritto ai bonus, dopo avere evidenziato la problematica dei conguagli e delle restituzioni per chi a fine anno superasse i limiti, che ha aveva già dato effetti negativi con il c.d. bonus Renzi e problematica per la quale occorre fornire un’informazione ampia e puntuale ai lavoratori dipendenti, si affrontano alcune distorsioni proprio legate al sistema dei bonus e alla marginalità delle aliquote dell’Irpef:

“ Tra gli effetti collaterali del taglio al cuneo fiscale, infatti – si osserva -  vi è il rischio di una ‘penalizzazione fiscale’ nel caso di aumento del reddito percepito che riguarda tutti i lavoratori che, teoricamente, rientrano tra i beneficiari del taglio al cuneo fiscale, considerando che: fino a 28.000 euro il bonus è pari a 100 euro; dai 28.001 euro di reddito in su il bonus (detrazione) passa da 100 ad 80 euro; dai 35.001 euro a 40.000 euro l’ulteriore detrazione si riduce, fino ad azzerarsi.

Conte e Gualtieri (Ansa)

La conseguenza è che un aumento del reddito lordo non si tradurrà in automatico in un incremento del reddito netto per effetto delle ‘aliquote marginali effettive’, che finiscono con il penalizzare e disincentivare il lavoro. Come rilevato anche da Simone Pellegrino, professore in Scienze delle Finanze a Torino, in un articolo pubblicato su lavoce.info, il rischio di penalizzare aumenti di reddito, avanzamenti di carriera, ore straordinarie e, in sostanza, tassare paradossalmente di più il lavoro, per i soggetti vicini ai limiti di fascia è un dato di fatto che scoraggerà i dipendenti. L’impossibilità di accedere a bonus e detrazioni fiscali produce, infatti, un incremento considerevole delle tasse applicate sui redditi percepiti, con il paradosso che più si lavora e meno si guadagna. Non meno problematica e forse più drammatica è la situazione opposta che riguarda chi, invece che incrementare il proprio reddito, si trova alla fine dell’anno a dover fare i conti con una somma inferiore alle aspettative e sotto la soglia della no tax-area; sarà per i redditi bassi che la restituzione del bonus fiscale diventa un vero e proprio salasso finanziario. I lavoratori assunti a tempo determinato, a part-time e quelli che si assentano per malattia o maternità, infatti, saranno i veri dipendenti penalizzati dal taglio al cuneo fiscale qualora, dopo aver percepito nel corso dell’anno il bonus di 100 euro, in sede di conguaglio si ritrovano con un reddito inferiore ad euro 8.174 e, quindi, considerati incapienti.”