Smart working tra rischio di prestazione h24 ed elasticità di luogo ed orario: le posizioni opposte di due giuslavoristi

“Le politiche di smart working hanno avuto un gradimento altissimo sia da parte dei lavoratori, sia da parte del management. Vuol dire passare dal tempo al risultato”. Da un altro punto di vista però la vita personale del lavoratore rischia di essere “permeata dalla sua attività lavorativa”.

Smart working (Ansa)
Smart working (Ansa)

Il mondo del lavoro affronta nuove sfide legate alle nuove tecnologie e nascono nuove problematiche sulle necessità delle aziende e i diritti dei lavoratori. Assumono nuovi risvolti anche i temi del luogo e dei tempi di lavoro. Finora, infatti, la prestazione era caratterizzata da un preciso luogo fisico e da un tempo prestabilito di svolgimento. L’evoluzione tecnologica ha tuttavia cambiato le regole del gioco, rendendo possibile una data mansione in posti e fasce orarie eterogenei. E’ il caso, per esempio, dello smart working, il cosiddetto lavoro agile, caratterizzato da modalità di esecuzione della prestazione con assenza di vincoli orari o spaziali e un'organizzazione per obiettivi, sanciti da un accordo tra dipendente e datore.  Una modalità che – stando agli enunciati – dovrebbe aiutare il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della produttività.

In Italia – secondo i risultati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano - il 58% delle aziende medio grandi ha già introdotto iniziative di questo tipo. E anche nella Pubblica Amministrazione cominciano ad affermarsi, visto che sarebbero circa 4mila i dipendenti che lavorano da remoto.

Ma quali vantaggi reali offre ai datori e quali problematiche pone ai lavoratori una modalità di lavoro simile?

E’ davvero interessante il botta e risposta pubblicato in video dal Sole 24 Ore tra due noti giuslavoristi di diverso orientamento: Aldo Bottini, presidente  degli Avvocati Giuslavoristi Italiani (Agi), e Barbara Borin, vicepresidente dell’Agi Veneto.

Le posizioni

Il vivace confronto è un assaggio del Convegno Agi 2019 in programma dal 3 al 5 ottobre a Verona in cui si discuterà dei tempi e luoghi di lavoro e delle attività della Gig economy, con l'intervento di avvocati e sindacalisti anche di altri Paesi europei.

L’assunto fondamentale è che al giorno d’oggi l’evoluzione tecnologica ha reso possibile svolgere un certo tipo di lavoro in luoghi e orari assolutamente variegati. Senza contare i lavori particolari come quello dei rider. Sulle tematiche poste dalla nuova realtà, ovviamente, anche i giuslavoristi hanno posizioni differenti. Ci sono quelli che, inevitabilmente, difendono il punto di vista aziendale e quelli che difendono quello del lavoratore. E’ comunque interessante soffermarsi un attimo sulle varie posizioni e, soprattutto, sulle ragioni di esse.

Per quanto riguarda una delle figure più controverse partorite dalla evoluzione tecnologica, quella dei rider, per esempio, come si estrinsecano gli opposti orientamenti?

Diverse le posizioni sullo smart working (Ansa)

Bottini sui rider

Ad avviso dell’avvocato Aldo Bottini, il decreto che di recente ha introdotto nuove norme a  tutela dei ragazzi che fanno consegne a domicilio, “prende comunque atto che tali lavoratori non possono essere ricondotti al lavoro subordinato”. Si sconta però il non voler accettare che “questo modello di business si fonda sul fatto che il fattorino decide se e quando lavorare”, e quindi stride il “cercare di imporre che non si possa retribuire unicamente a consegna”. Vuol dire “non prendere atto di qualcosa che sta accadendo e non si può fermare, è come voler arginare il vento con le mani”.

Il punto di vista di Borin

Di diverso avviso Barbara Borin, per la quale “non è vero che il fattorino è libero di decidere se e come lavorare. Se rifiuta quanto gli si chiede, paga in termini pseudo-disciplinari, perché viene emarginato dal successivo approccio, nelle successive prestazioni. Inoltre il legislatore si trova, come Achille e la tartaruga, a rincorrere un sistema tecnologico che è troppo avanti e non si riesce a ben inquadrare”.

A proposito dello smart working inoltre l’avvocato Borin fa notare che, a studiare i dati, “coloro che hanno usufruito del lavoro agile sono prevalentemente uomini, e disoccupati. Non è vero, dunque, come si vorrebbe a livello di  intenti, che hanno arrotondato la loro prestazione lavorativa con questa opportunità. Anzi, di fatto, non si è rivelata una vera opportunità. Inoltre si tratta in prevalenza di uomini disoccupati di età avanzata, e  ciò vuol dire, quindi, che a questo tipo di lavoro attingono persone che sono uscite da una occupazione tradizionale. Inoltre la norma usa la parola magica conciliazione, e vorrebbe rivolgersi spesso alle donne. Ma il solo fatto che siano prevalentemente uomini a usufruirne ci dice che qualcosa non ha funzionato".

"Esperienze di grande successo"

Ovviamente il parere di Bottini, sulla possibilità di lavorare fuori dall’azienda e con flessibilità dell’orario, è di altro tenore. Siamo a suo avviso davanti a “una normativa che ha consentito esperienze di grande successo. Le politiche di smart working hanno avuto un indice di gradimento altissimo sia da parte dei lavoratori (che lo usano come strumento di conciliazione e non solo), sia da parte del management. Si tratta infatti prima di tutto di uno strumento manageriale. Non di qualcosa che va incontro alle esigenze di chi ha problemi, ma di una rivoluzione manageriale. Vuol dire passare dal tempo al risultato,  comprendere che oggi non serve occupare una scrivania per 8 ore, ma produrre determinati risultati”.

E’ in pratica uno strumento per aiutare le aziende a stare al passo con le esigenze della produzione e della competizione. Anche se una sentenza recente della Corte Europea ha ricordato la necessità di misurare comunque il tempo della prestazione del dipendente. Una problematica da tener presente, anche perché altrimenti si corrono, secondo alcuni, importanti rischi.

"Rischio di lavoro h24"

Del resto “portando all’estremo il ragionamento di Bottini – fa notare Borinnon si finirà mai di lavorare. Si tenderà a una disponibilità h24, per cui la vita personale del lavoratore sarà permeata (completamente) dalla sua attività lavorativa”. Difficile rifiutarsi di fare qualcosa o accantonarla, “questo è il problema concettuale di questo tipo di lavoro. Ed è difficile stabilire orari definiti per la sicurezza e la salute dei lavoratori”.

Tuttavia la nuova normativa prevede anche un diritto alla disconnessione, cioè a spegnere il telefonino aziendale e il computer, ma in Italia questa prassi sembra più evanescente rispetto a certi Paesi stranieri, dove anche i manager, a una certa ora, si disconnettono e passano al telefonino privato.

Bottini spiega al proposito che, nelle esperienze aziendali a lui note, le policy e gli accordi sullo smart working prevedono una fascia oraria in cui si può smettere di lavorare. Poi, se nella pratica c’è qualcuno che non riesce a staccarsi, è – sostiene – anche un problema di formazione, sensibilizzazione e responsabilizzazione”.

Probabilmente “ anche un problema di cultura delle aziende”, lo incalza Borin. La discussione è aperta.