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Circolare beffa sulle slot machine: 40mila in più nel 2016. Il gioco d’azzardo continua a rovinare gli italiani

Ma in questo campo anche i numeri sono contraddittori. La denuncia di Stella e Rizzo. C'è un sistema che induce a giocare

di Giovanni Maria Bellu   
Giocatori davanti alle slot machine
In Italia c'è un numero di slot machine superiore ad altri Paesi europei

Se non si trattasse di un comparto economico dove girano miliardi, verrebbe da pensare a un equivoco, abbastanza  clamoroso, ma pur sempre un equivoco.  In questo caso, però, l’antica massima di Giulio Andreotti secondo cui a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, viene subito in mente. Già, perché è difficile non pensare male quando si scopre che il numero delle slot machine – che secondo la Legge di stabilità dovrebbe  scendere progressivamente fino a raggiungere nel 2019 il numero di 265mila – è aumentato: nel 2016 ce ne saranno 40mila in più: da 378.019 a 418.210. Che significa una “macchinetta” ogni 143 abitanti.

L'articolo di Rizzo e Stella

La denuncia – che appare oggi sul Corriere della Sera in un articolo a firma di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stellla – arriva appena due giorni dopo  la giornata di Slot Mob, la grande iniziativa contro il gioco d’azzardo che sabato si è tenuta contemporaneamente in 61 città italiane, da Aosta a Catania, da Trento a Cagliari, da Milano a Roma. Nella capitale la manifestazione si è svolta in Piazza dei Re di Roma, non distante dalla più grande sala slot d’Europa (ma anche da due bar che hanno scelto di non ospitare più le nocive macchinette), ed è stata “benedetta” dal vicario del Papa, il cardinale Agostino Vallini, con parole durissime contro il gioco d’azzardo: “una vera e propria tragedia", dove le persone più fragili "sono vittime di una operazione diabolica  che distrugge la serenità, le persone e le famiglie".

 I dati sono impressionanti.

Lo scorso aprile, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, all’atto della firma (assieme al responsabile dell’Economia, Pier Carlo Padoan), del nuovo “Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave”,  parlò di tre milioni di italiani a rischio. Uno studio, citato dal Corriere, dell’Espad  (l’ente che svolge unmonitoraggio  europeo sulle dipendenze dall’alcol e altre droghe) dà un’altra cifra: un milione sarebbero i giocatori “ad alto rischio” e 256mila quelli “patologici”.

Numeri contraddittori

“Come diceva Winston Churchill – commenta  l’avvocato Osvaldo Asteriti, titolare di un seguitissimo blog dedicato alla lotta alle ludopatie – le sole statistiche di cui ci possiamo fidare sono quelle che noi stessi abbiamo falsificato”. In effetti, in questo campo, anche i numeri sono contraddittori.  Quanto alle slot, per esempio, la cifra stratosferica di una “macchinetta” ogni 143 abitanti (in Spagna ce n’è una ogni 245 e in Germania uno ogni 261) è calcolata sull’intera popolazione, neonati compresi.  “Ma se consideriamo quanti effettivamente possono giocare, cioè i maggiori di 18 anni – fa notare Asteriti  - la ‘densità’ è ben più alta. E spiega perché questo fenomeno è diventato un’autentica piaga sociale”.

Considerazione unanime

Il giudizio sulla pericolosità del gioco d’azzardo è, almeno nelle dichiarazione ufficiali, unanime. E non potrebbe essere diversamente se si considera che a denunciarla sono stati di recente sia il capo dello Stato, sia il Papa. Sull’onda di queste preoccupazioni crescenti è nato l’Osservatorio e a ottobre, col la Legge di stabilità, si è deciso di procedere alla progressiva riduzione delle slot per arrivare, nel 2019, a un -30 per cento e a  un rapporto di una macchinetta ogni 225 italiani. Come si vede il nostro “punto d’arrivo” prevede comunque una densità di poco inferiore a quella attuale della Spagna. Si tratterebbe, comunque, di un primo passo.

Le slot esistenti

Naturalmente, per definire sul piano quantitativo la riduzione era indispensabile  individuare il numero delle “macchinette” in attività. Si è deciso di utilizzare come base di calcolo il numero delle slot esistenti al 31 luglio del 2015, che è stato fissato in 379.109. Ma, a dicembre, le società concessionarie hanno fornito un’altra cifra, ben più alta: 424mila. Poco dopo l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ha diffuso un chiarimento tranquillizzante che suonava più o meno così: niente paura, la legge parla chiaro, la base di calcolo è data dalle slot in attività o non da quelle chiuse nei magazzini. Quindi il numero resta quello indicato. Caso chiuso, dunque? Nient’affatto. Perché qualche settimana dopo la stessa agenzia ha emanato una nuova circolare per precisare che la base di calcolo era costituita dalle slot operanti non al 31 luglio ma al 31 dicembre del 2015. Che, combinazione, sono un numero molto simile a quello indicato dai concessionari: 418.210. Insomma, l’Agenzia delle dogane ha mantenuto fermo il principio secondo cui non vanno computate le slot chiuse nei magazzini,  ma ha aggiunto sei mesi di tempo. Sei mesi durante i quali le slot sono uscite dai magazzini ed entrate nei bar. Col risultato incredibile di cui si diceva: la norma per far scendere il numero delle infernali macchinette è stata utilizzata, con successo, per l’obiettivo opposto: la “progressiva diminuzione” parte con un aumento del 10 per cento.

Il servizio su Avvenire

Uno dei giornali in prima linea nella lotta alla ludopatie, l’Avvenire, in occasione dello Slot Mob di sabato scorso ha dedicato un ampio servizio in prima pagina al tema. E ha fornito l’ultimo dato sulla cifra che gli italiani spendono nel “gioco d’azzardo legale” (cioè slot, Gratta e vinci, lotto, superenalotto etc). Una cifra colossale: 88,2 miliardi. I difensori del gioco d’azzardo – ricordano Rizzo e Stella sul Corriere – contrappongono un altro dato:  una parte non considerevole della cifra è coperta dai premi, cioè dai soldi che tornano nelle tasche dei giocatori. La perdita secca non è di 88,2 miliardi, ma di 17 miliardi.

La spinta al gioco

“A parte il fatto – commenta l’avvocato Asteriti -  che anche 17 miliardi sono una cifra enorme (e se la dividiamo correttamente per la popolazione escludendo i minorenni lo è ancora di più), i sostenitori dell’azzardo tacciano su un aspetto decisivo: le modalità attraverso le quali questi soldi tornano ai giocatori, cioè la ripartizione dei premi.  Per la stragrande maggioranza, i cosiddetti premi corrispondono al valore della giocata. In sostanza, non si vince niente, ma si ha indietro la somma spesa. Però, siccome si ha l’impressione di aver ‘vinto’,  si gioca nuovamente. E alla fine si perde sempre”.

Questa illusione di vincita, alimentata scientificamente dalle concessionarie, è assecondata dal sistema dell’informazione.  Anche un premio di diecimila euro diventa una notizia per le cronache locali dei quotidiani. E sistematicamente succede che quel bar “fortunato” abbia un incremento di giocate. Non è un caso che in quasi tutti i locali vengano esposti in bella mostra i tagliandi vincenti. “Purtroppo si tace – osserva Asteriti – su quelli perdenti. Sarebbe più corretto precisare le informazioni. Per esempio aggiungendo alla scritta ‘Qua sono stati vinti 20mila euro”, la notizia più importante: “Ma ne sono stati già persi duecentomila…”

di Giovanni Maria Bellu   

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