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[Il retroscena] Cinque Stelle, Lega e lo scontro finale sulla Manovra. Con Tria che non si fa vedere

Diciotto misure si rivelano senza copertura, la Lega si oppone all’eco tassa sulle automobili, l’M5s si vendica dimezzando le “pensioni d’oro”. Il ministro dell’Economia “bidona” Conte, Di Maio e Salvini e non si presenta al vertice a Palazzo Chigi. Lite sulle competenze tra Roberto Fico e Claudio Borghi Aquilini perché il presidente della Camera sfila dal dibattito due emendamenti votati in commissione e tra questi uno che difende i farmacisti. Protesta anche la ministra della Salute Giulia Grillo

Di Maio, Conte e Salvini
Di Maio, Conte e Salvini

Sembrava tutto fatto con la Legge di Bilancio pronta per avere il primo via libera, alla Camera dei deputati. Poi, però, gli uffici si sono accorti che diciotto degli articoli del disegno di legge risultavano “senza copertura” economica e che un emendamento - presentato, incidentalmente, da Renato Brunetta - per finanziare Radio Radicale, prima “accantonato” per un successivo esame, era stato poi dimenticato senza essere stato discusso.

Così a Matteo Salvini è toccato annunciare l’ennesimo rinvio del voto sulla legge di Bilancio: “Ci sarà bisogno di un nuovo passaggio in commissione”. Nelle dodici ore tra quell’annuncio e la richiesta del voto di fiducia è però successo di tutto. Non solo Lega e Cinquestelle si sono messi a litigare pubblicamente sull’eco-tassa, che i primi vorrebbero cancellare e i secondi mantenere, ma addirittura il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha bidonato premier e vice disertando il vertice convocato proprio sulla Manovra a Palazzo Chigi.

Ad agitare la maggioranza, errori a parte, è stata la cosiddetta eco-tassa, una misura pensata per scoraggiare - attraverso un balzello - l’acquisto di vetture nuove, a benzina o diesel, considerate più inquinanti, prevedendo invece incentivi da 1500 a seimila euro per chi, tra il 2019 e il 2021, acquisterà un'auto nuova con emissioni tra zero e 90 grammi per chilometro di anidride carbonica: elettrica, ibrida o comunque poco inquinante. La norma però va oltre, istituendo di fatto una nuova tassa da 150 a 3 mila euro per chi sceglie le utilitarie, le vetture cioè che presentano valori di emissioni superiori ai 110 grammi per chilometro.

Introdotta con un emendamento dei Cinque Stelle alla Legge di Bilancio del governo, l’eco-tassa, sin dal primo mattino, quando è stato subito chiaro che sarebbero state colpite anche le utilitarie, è stata bersagliata dalle critiche di Forza Italia e della Lega. Capìta la mala parata, la Lega ha promesso di cancellare la norma al Senato, dove la legge di Bilancio è attesa la settimana prossima e dove sarà depositato anche il maxiemendamento che contiene Quota 100 e Reddito di cittadinanza. “Coi voti della Lega non passa”, ha garantito il vicepremier nel pomeriggio, pensando di chiudere così la vicenda.

Le cose, però, non sono andate proprio in questo modo, visto che il sottosegretario all'Economia Laura Castelli ha tenuto a confermare che il governo non avrebbe eliminato la tassa sulle auto più inquinanti proposta in manovra con l’emendamento dei deputati 5stelle. “La volontà del governo è quella di tenerla. E’ nel contratto di governo. Le persone meno abbienti non sono colpite”, ha affermato durante la seduta lampo della commissione Bilancio della Camera, aggiungendo: “C'è stato un dibattito mediatico, ma penso che la norma non sia stata letta in maniera approfondita. Non colpisce né chi ha ha un’auto vecchia né chi acquista un utilitaria di piccola cilindrata”.

Fatto sta che quella misura è stata poi riformulata, ma non è detto che rimanga nel testo definitivo della legge di Bilancio. “C'è un clima assolutamente tranquillo e sereno; abbiamo deciso di effettuare un supplemento di riflessione e quindi abbiamo rinviato ai prossimi giorni, c’è ancora il passaggio al Senato, quindi c'è ancora tempo per gli emendamenti”, ha confermato Giuseppe Conte al termine dell’incontro. Poi è stata la volta di Luigi Di Maio, che ha aperto un altro fronte scivoloso, quello del taglio delle cosiddette pensioni d’oro.

La Lega è contraria, ma il vicepremier pentastellato ha rilanciato la misura e ha addirittura annunciato di voler aumentare l’entità della sforbiciata: “Il taglio delle pensioni d’oro entrerà nella legge di bilancio al Senato la settimana prossima e quindi passiamo dal 25% al 40% di tagli sulle pensioni d’oro”. Su tre cose tutto il governo sembrerebbe d’accordo: scendono i saldi della manovra e nessuno dei provvedimenti simbolo partirà a gennaio. Quota100 prenderà il via a febbraio, il reddito di cittadinanza a marzo, con diversi step, a partire dalle pensioni.

Nella maggioranza, però, si è aperto anche un altro scontro, protagonisti il presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico e il presidente della commissione Bilancio, il leghista Claudio Borghi Aquilini. Il numero uno di Montecitorio non si è limitato a inviare in Aula il testo della legge di Bilancio così come è arrivata sulla sua scrivania, ma ha espunto dal testo della legge due misure giudicate estranee alla materia “in quanto di carattere evidentemente ordinamentale”. La prima, approvata dalla Commissione ma sfilata dal presidente, doveva modificare le disposizioni del codice Civile in materia di donazioni a seguito di un emendamento della deputata leghista Maura Tomasi. La seconda, invece, riguardava le farmacie tutelando i professionisti iscritti all’ordine.

Un subemendamento del deputato cinquestelle Giorgio Trizzino andava in soccorso dei farmacisti prevedendo che il 51% del capitale sociale delle società che gestiscono farmacie private dovesse essere detenuto da farmacisti iscritti all’albo. Niente da fare: le due norme sono state stralciate e non saranno quindi sottoposte al voto dell’Aula. Claudio Borghi Aquilini non l’ha presa benissimo. Per prima cosa, nel suo intervento in Aula mercoledì sera ha voluto ricordare che che “l’articolo 121, comma 5 del regolamento, prevede che i presidenti di Commissione debbano dichiarare inammissibili gli emendamenti estranei all’oggetto proprio della legge di Bilancio...”, rivendicando per sé’ il ruolo che si era ritagliato il numero uno di Montecitorio.

Ma la protesta non è finita lì. Ieri, nel giorno della trattativa più delicata, l’economista non si è proprio presentato ai lavori della commissione che pure presiede. Nella Lega provano a smentire l’esistenza di un problema politico: “Era assente per motivi personali”, diceva ieri pomeriggio il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari. Ci hanno creduto in pochi, però. Per la cronaca, la decisione di Fico di rinviare il voto sulla salva-farmacisti ha creato qualche imbarazzo anche in casa Cinquestelle. “Quella norma serve a impedire la svendita delle nostre farmacie. Auspico che, nel pieno rispetto del dibattito parlamentare, la norma sia approvata”, ha scritto su Facebook il ministro della Salute Giulia Grillo.

 

 

 

Paolo Emilio Russodi Paolo Emilio Russo, giornalista parlamentare   

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