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[L’analisi] Lo scivolone per salvare le banche e l’errore pericoloso che Di Maio e Salvini non devono commettere

I conti dello Stato, fra entrate e uscite, sono in rosso per una cifra pari al 2,3 per cento del Pil e non l'1,9 per cento, come il Tesoro sperava ancora un mese fa. Il debito non scenderà al 131,5 per cento, ma si fermerà al 131,8. Un paese con oltre 2.200 miliardi di euro di debiti in mani altrui non si può consentire un attacco speculativo che faccia schizzare verso l'alto i tassi di interesse sulle centinaia di miliardi di prestiti di cui abbiamo bisogno ogni anno. Se il linguaggio è quello della sfida, Di Maio e Salvini devono sapere che sfidano i mercati, non Bruxelles

[L’analisi] Lo scivolone per salvare le banche e l’errore pericoloso che Di Maio e Salvini non...

Un pessimo contrappunto alle consultazioni appena aperte al Quirinale e il peggior viatico per il compito più delicato che aspetta il nuovo governo – quale esso sia – nelle prossime settimane: definire il rapporto tra la nuova Italia uscita dalle urne e l'Europa. Deficit e debito, le due zavorre che il paese si trascina dietro dagli anni '80, infatti, sono andati, nel 2017, peggio del previsto: i conti dello Stato, fra entrate e uscite, sono in rosso per una cifra pari al 2,3 per cento del Pil e non l'1,9 per cento, come il Tesoro sperava ancora un mese fa. Il debito non scenderà al 131,5 per cento, ma si fermerà al 131,8. Sono cifre migliori di quelle del 2016, ma, per assicurarsi comprensione e solidarietà a Bruxelles, la direzione del risanamento non basta. Conta anche di più il rispetto degli impegni, soprattutto quando qualcuno, come l'Italia, sembra deciso – basta ascoltare Di Maio e Salvini - a rinegoziarli.

I miliardi di euro di differenza (6,3 per il disavanzo, 11,2 per il debito) sono tutti frutto dell'impatto delle crisi bancarie – il Montepaschi come la Popolare di Vicenza e Veneto Banca - sulle casse dello Stato, ricalcolato dall'Eurostat, l'organismo statistico della Ue, rispetto ai conti più rosei del governo italiano. In un certo senso, è indicativo che il terreno su cui siamo scivolati sia quello delle banche, perché il credito è l'area in cui si incrociano e si sommano le fragilità e le debolezze europee e italiane. 

La crisi di cui stiamo vivendo la lunga coda, infatti, è in misura significativa responsabilità della Bce (pre-Draghi) che, nel 2008 e nel 2011,  compie la scelta opposta a quella degli americani (che, infatti, nel 2010 ne saranno già fuori) e alza i tassi di interesse, mentre a Bruxelles si impone il mantra dell'austerità. Nella tempesta, però, gli altri paesi, come Francia e Germania, intervengono massicciamente per salvare, con soldi pubblici, le loro banche (250 miliardi di euro i tedeschi, altro che i 6 miliardi italiani) affondate dall'implosione dei mutui subprime americani.

L'Italia è meno esposta ai subprime, ma, soprattutto, è politicamente alle corde, assaltata dai mercati: sono gli ultimi mesi di Berlusconi e poi di Monti. I governi italiani si sforzano di sostenere che, almeno sotto il profilo banche, il paese è al sicuro. Ma, quando la buriana è passata e l'Europa mette mano alle norme sui salvataggi bancari, vietando l'intervento pubblico, l'Italia viene presa in parola e non ha la forza politica di chiedere una pausa per sistemare le proprie banche. Il risultato è che i salvataggi di Montepaschi e delle due banche venete avvengono fuori tempo massimo. E' un momento assai istruttivo, per chi voglia misurare il peso reale dell'Italia in Europa.

Eppure, le cifre dicono che la situazione è grave: in media, le maggiori banche europee hanno crediti irrecuperabili per il 5 per cento del totale dei prestiti. Quelle italiane, il triplo: il 15 per cento. Colpa di una crisi che, in Italia, si prolunga, sfibrando i bilanci delle aziende, ma anche – ed è la terza fragilità che la crisi ha messo in rilievo – di un sistema creditizio (esemplare il caso veneto) dove un sottobosco di favori e clientelismi governa la gestione dei prestiti.

Per il momento, tuttavia, i salvataggi hanno consentito di superare l'emergenza e gli stessi conti Eurostat, in qualche modo, sanzionano il passaggio. Le cifre sono sgradite, ma non drammatiche e, tecnicamente, visto che l'esborso dello Stato non sarà ripetuto in futuro, la sua incidenza sui conti può essere digerita con più facilità. In una situazione normale, insomma, ci si dovrebbe aspettare una trattativa, complessa, ma amichevole, che tenga al riparo i conti italiani da procedure d'infrazione, scontri, scossoni.

Ma non è una situazione normale: le due formazioni politiche meglio uscite dal voto di un mese fa – 5 Stelle e Lega – parlano apertamente di far saltare i parametri europei, a cominciare dal famoso vincolo del 3 per cento sul bilancio (siamo, in realtà, come abbiamo visto al 2,3), mentre i paesi del Nord Europa ribadiscono che solo un più stringente controllo sui bilanci può consentire di approfondire l'integrazione europea. Di Maio e Salvini, peraltro,  commetterebbero un gravissimo errore, se pensassero che i loro interlocutori decisivi, quando si parla di debito e deficit italiani siano i burocrati di Bruxelles o gli altri governi. 

I veri cani da guardia delle virtù di bilancio – lo abbiamo misurato fra il 2011 e il 2013 – sono i mercati. Un paese con oltre 2.200 miliardi di euro di debiti in mani altrui non si può consentire un attacco speculativo che faccia schizzare verso l'alto i tassi di interesse sulle centinaia di miliardi di prestiti di cui abbiamo bisogno ogni anno. Se il linguaggio è quello della sfida, Di Maio e Salvini devono sapere che sfidano i mercati, non Bruxelles. 

Ma devono anche chiedersi se ne vale la pena. In linea teorica, a parte i parametri che oggi vigono a Bruxelles, non c'è nulla di male a rilanciare la spesa per rianimare l'economia. E' la più classica delle ricette keynesiane. Ma, oggi, è la ricetta sbagliata nel momento sbagliato. L'Italia ne aveva bisogno due anni fa (è un merito degli 80 euro di Renzi). Ma, oggi, grazie alle esportazioni e ad una ripresa sia pur pallida, il problema italiano non è rilanciare la domanda. Per usare una brutta formula, si potrebbe dire che non bisogna intervenire sulla congiuntura, ma sulla struttura. Se l'Italia non cresce allo stesso ritmo del resto d'Europa è perché il suo modello di sviluppo non regge più. Infatti, economia e produttività non crescono dall'inizio degli anni '90. Il modello dello spolverio di imprese piccole e piccolissime, molto flessibili e capaci di costi del lavoro stracciati non funziona perché, su questo piano, cinesi, vietnamiti, indonesiani sono imbattibili. 

Il problema è che l'Italia è divisa fra un 40 per cento di imprese, per lo più votato alle esportazioni, capaci di innovazione, ricerca, competitività e un altro 60 per cento legato al vecchio modello. Economia (e occupazione), ripartono se si svecchia quel 60 per cento, se si entra nei settori di frontiera come le biotecnologie, l'informatica. Ingrassare qualche capitolo di bilancio che faccia rumore può servire solo ad arrivare al prossimo ciclo elettorale.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
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