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Salvataggi di Stato: MPS e la lezione di Alitalia. Benvenuti al tragico festival dell'italianità

Viene da chiedersi se lo svolgersi del dramma in tutti i suoi atti sia veramente inevitabile. E a conti fatti anche se valga la pena assistervi

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
(Foto Ansa)
(Foto Ansa)

Benvenuti. Al festival dell’italianità e dell’occupazione è il turno del Monte dei Paschi di Siena. Il programma della serata prevede dramma in tre atti con recita a soggetto, senza bisogno di copione, che tanto le battute son più o meno sempre quelle. Gli stessi attori, d’altronde, hanno già messo in scena la piéce su Alitalia, mentre stanno ancora portando in scena quella lunghissima, quasi wagneriana, dell’Ilva.

Dramma in tre atti

Il genere ha poche variazioni. Nel primo atto c’è un’impresa privatizzata e ormai più o meno decotta che occupa migliaia di persone in un territorio ristretto. L’azienda non ce la fa, la politica si agita, partiti e sindacati si inalberano e il governo di turno, timoroso delle possibili conseguenze, interviene versando miliardi. Nel secondo atto le cose invece di risolversi, si complicano: iniziano prepensionamenti, cassa integrazione, licenziamenti, amministrazioni straordinarie, commissariamenti, ipotesi di alleanze e fusioni, interventi della Commissione Europea e, naturalmente, il versamento di ulteriori e cospicui quattrini. Nel terzo atto il dramma arriva a compimento: la situazione precipita e sulla scena arriva la multinazionale, estera o italiana, che fiutato l’affare si offre di comprare a prezzi da saldi di fine stagione gli unici articoli rimasti di un qualche valore. Lo Stato, che nel frattempo a suon di miliardi è divenuto di nuovo azionista, pur di risolvere una volta per tutte il problema è tentato di accettare. E di farlo nonostante il fatto che, pur di vendere, gli toccherà accollarsi debiti, esuberi, processi e magagne di ogni genere. L’epilogo è triste, fatto di lavoratori licenziati, fornitori e subfornitori che falliscono e territori in crisi profonda. Il coro, che per tutto il dramma ha cantato inni all’italianità e alla tutela dei posti di lavoro, vergognosamente tace mentre sulla scena cala il sipario.

Aspettando Mr. Wolf

Pur essendo un genere drammaturgico a sé, verrebbe naturale accostarlo al teatro dell’assurdo. Tanto penare, tante attese e speranze, tanti soldi spesi nella vana attesa dell’arrivo di qualcuno che tutto risolva. Forze venite gente, a grande richiesta stasera si recita “Aspettando Mr. Wolf”! (e che Samuel Beckett e Quentin Tarantino ci perdonino).

A fine spettacolo, tuttavia, viene da chiedersi se lo svolgersi del dramma in tutti i suoi atti sia veramente inevitabile. E a conti fatti anche se valga la pena assistervi. Perché se i calcoli ci si mette a farli davvero, ne vien fuori che allo stesso prezzo è possibile evitare tout court che lo spettacolo vada in scena, risparmiando quanto meno la sospensione per anni e anni di migliaia di vite nel limbo dell’incertezza e della cassa integrazione.

Il caso Alitalia

Prendiamo Alitalia. Un caso da manuale di lunga e totalmente inutile agonia. La sacerrima compagnia di bandiera va in crisi profonda a metà degli anni 90. L’azienda, già sottocapitalizzata di suo, aveva subito gli effetti della Guerra del Golfo, della recessione del 1992-1993 e della crescente concorrenza derivante dal processo di liberalizzazione del settore aereo. Nel 1996 le perdite della società, allora di proprietà dell’IRI, raggiungono l’equivalente di circa 700 milioni di euro di oggi rendendo necessario il varo di un piano di ristrutturazione quinquennale.  Per i primi tre anni, sotto la direzione di Domenico Cempella, la compagnia aerea riesce a riportarsi in utile, poi però la corsa verso il baratro riprende divenendo sempre più veloce e l’epilogo inesorabile. La spinta la danno l’attentato alle Torri Gemelle prima e l’avvento delle low-cost dopo, ma la discesa era iniziata molto prima come dimostra il fatto che nei vent’anni che vanno dal 1988 al 2007 solo quattro esercizi si chiudono con un risultato netto positivo. Il tutto è eloquentemente riassunto nel grafico che segue, tratto dallo studio compiuto da Carlo Valdes e pubblicato dall’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani diretto da Carlo Cottarelli.

Una voragine senza fondo

Sia quel che sia lo Stato, che dal 1974 aveva già versato in un modo o nell’altro nelle casse di Alitalia poco più di 1,1 miliardi di euro al valore attuale, dal 1996 si trova a dover trasferire quantità crescenti di denaro. Sulla base di un assai citato studio pubblicato da Mediobanca nel 2015 si calcola che, tenendo conto di tutto, imposte versate all’erario comprese, da quell’anno e fino al 2007 Alitalia sia costata ai contribuenti l’equivalente di 2,3 miliardi di euro di oggi. Sempre lo stesso studio indica il costo per lo Stato della successiva vendita del 2008 alla CAI in ulteriori 4,3 miliardi, rivalutazione a oggi inclusa. I successivi due prestiti ponte da 900 e 400 milioni, a cui, come giustamente notato da Gianni Dragoni del Sole 24Ore, vanno sommati gli interessi non corrisposti, portano il conto totale a 7,5 miliardi. Si giunge così ai nostri giorni e alla creazione di Ita per la quale lo scorso 15 luglio la Commissione Europea ha approvato un aumento di capitale a carico del Tesoro di 1,35 miliardi. A quest’ultimo va aggiunto il costo di almeno circa 4.500 esuberi che, considerando gli 1,9 miliardi pagati nel passato per la gestione di 7.000 addetti, si potrebbe aggirare intorno agli 1,2 miliardi. Conto totale degli interventi degli ultimi 25 anni: 10,6 miliardi.

L’ipotesi assurda: 800 milioni di lire ciascuno

Fatto il conto proviamo a fare un’ipotesi assurda. Se invece di varare un piano di rilancio nel 1996 la stessa quantità di denaro pubblico fosse stata distribuita agli allora circa 18mila dipendenti e con i proventi della vendita di aeromobili, slot e via dicendo si fosse proceduto a chiudere baracca e burattini, quanto sarebbe toccato in media a ogni dipendente? Il calcolo è presto fatto, l’equivalente di quasi 600mila euro di oggi, ovvero circa 785milioni di lire dell’epoca. Alzi la mano chi avrebbe rifiutato una simile offerta.

Perduranti sensazioni

Certo, una cosa è spendere 10 miliardi in venticinque anni e una cosa tirarli fuori tutti insieme, certo la Commissione Europea avrebbe avuto da dire la sua, certo c’è anche l’indotto e certo c’è la questione dei collegamenti con le isole, l’orgoglio di avere una compagnia di bandiera, lo sviluppo di Fiumicino (e quello mancato di Malpensa). Tutto più o meno vero. Ma la sensazione che tanto tempo, energie, patemi e soldi siano stati spesi inutilmente, che l’asset strategico così strategico non fosse, che avere un vettore italiano fosse un inutile orgoglio e che per la gran parte dei lavoratori sarebbe stato meglio incassare un cospicuo assegno che consentisse loro di rifarsi una vita, ecco quella sensazione rimane.

Così come rimane la sensazione, se non la convinzione, che le crisi, soprattutto quelle grandi e costose, è meglio risolverle subito piuttosto che trasformarle in lente, ma inesorabili e ancor più dispendiose agonie.

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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