Salvare le vite o i redditi? Forse il vero scambio è tra breve e medio termine

Covid, lockdown sì o no? Secondo il FMI “i benefici a medio termine possono cancellare i costi a breve, forse portando anche ad effetti complessivi positivi sull'economia”. Le riflessioni di Banca centrale europea e Banca d'Italia

Kristalina Georgieva, direttrice del FMI (Ansa)
Kristalina Georgieva, direttrice del FMI (Ansa)

Lockdown sì o no? Breve o lungo? Duro o morbido? Totale o parziale? Sono le domande che, in queste ore, consumano Giuseppe Conte, ma, contemporaneamente, Emmanuel Macron, Angela Merkel, Boris Johnson, il governo belga come quello spagnolo: ognuno aspetta che sia l'altro ad aprire la strada e tutta Europa resta in sospeso. I costi politici, del resto, possono essere molto alti, in termini di consenso, per una decisione contestata, ma i benefici ugualmente cospicui se si dimostra che era fondata. Visto con le lenti dell'economia, tuttavia, il dilemma appare meno lacerante e insolubile. La cruda contrapposizione salute-economia, salviamo vite o salviamo redditi e futuro è una semplicazione ingannevole, dicono le prime analisi sui lockdown. L'esperienza delle clausure di primavera dimostra, infatti, che l'unico indicatore economico che conta riassume, insieme, vite e redditi: è la curva dei contagi. Ecco la bussola, è la conclusione convergente cui arrivano le riflessioni sulle clausure di primavera del Fondo monetario internazionale, della Banca centrale europea, della Banca d'Italia: a strangolare l'economia, nella prima ondata dell'epidemia, più del lockdown poté la paura.

Il crollo del Pil

Già questa estate, il Bollettino della Banca d'Italia segnalava che anche il durissimo lockdown varato a marzo, con la chiusura per due mesi di molte fabbriche e uffici, incideva solo per metà sul crollo di quasi il 10 per cento delle previsioni di Pil per l'intero 2020. Il resto era dovuto al calo di esportazioni e turismo straniero (ovvero l'epidemia e le quarantene, ma quelle estere) e, soprattutto, al prosciugarsi della fiducia, con la paralisi di consumi e di investimenti, destinati a contrarsi, i primi del 10, i secondi del 18 per cento: pochi si dimostravano disposti a scommettere sul futuro, anche se la seconda ondata, allora, ancora non si vedeva.

Il segnale

Il segnale intravisto  dalla Banca d'Italia trovava conferma, a settembre, nell'analisi della Banca centrale europea. Il dato su cui si soffermano gli economisti di Francoforte è quello dei risparmi. Il 2020 ha visto gonfiarsi i conti correnti dei risparmiatori: è vero per l'Italia (dove il volume dei conti in banca è esploso in questi mesi, secondo i primi dati, da mille a 1.500 miliardi di euro) come per gli altri paesi europei. Si è arrivati a mettere da parte fino al 20 per cento del reddito disponibile, il doppio del normale.

I risparmi

Questa corsa ad ammassare contanti sotto il materasso – si sono chiesti alla Bce – è  il risultato meccanico delle quarantene che rendevano fisicamente impossibile il normale shopping (auto ed elettronica, bar e ristoranti le vittime principali)? O è un risparmio precauzionale, nella paura che il prolungarsi dell'epidemia porti alla perdita del posto di lavoro, alla chiusura del negozio, al fallimento della ditta? Il blocco è stato soprattutto – secondo il bollettino Bce – quello fisico dei negozi chiusi. Ma per un buon terzo è stato dettato dalla paura. Storicamente, notano a Francoforte, una quota di risparmio precauzionale così alta è assolutamente anomala: risultato diretto della convinzione, testimoniata dai sondaggi, che il tasso di disoccupazione europeo – oggi all'8 per cento – sia destinato ad arrivare al 14 per cento.

Il fattore paura

Secondo l'Outlook di ottobre del Fondo monetario internazionale, se al timore di perdere il posto si aggiunge, semplicemente, quello di prendere il virus, il fattore paura incide assai più di un terzo sulla paralisi dell'economia: in genere per metà e, nei paesi avanzati come quelli europei, anche di più. Il parametro utilizzato dal Fondo, in questo caso, non sono i risparmi, ma la mobilità, testimoniata dai dati di Google. E' vero, dunque, argomenta l'Outlook, che le clausure hanno contribuito considerevolmente alla recessione, ma questa è anche il frutto del distanziamento volontario cercato da ognuno di noi per evitare il contagio. Ecco perché “togliere i lockdown non porta ad una ripresa sostenuta dell'economia, se i contagi sono ancora elevati”.

Non tutte le chiusure sono uguali

In altre parole, i ristoranti possono anche restare aperti a cena, ma se nessuno ci va per paura di prendere il Covid, per i conti dell'azienda è anche peggio. Il Fondo indica anche che non tutti i lockdown sono uguali: l'esperienza di primavera dimostra che i paesi che li hanno applicati più presto e in modo più severo hanno avuto risultati più efficaci sulla curva dei contagi. In questo senso, la contrapposizione vita – sopravvivenza economica “trascura il fatto che lockdown effettivi, presi presti nel decorso dell'epidemia, possono portare ad una ripresa economica più veloce, contenendo il virus e riducendo il distanziamento volontario” ovvero il fattore paura.

Il vero scambio

Il vero scambio, insomma, secondo il Fondo non è fra vita e lavoro, ma fra breve e medio termine: “i benefici a medio termine possono cancellare i costi a breve, forse portando anche ad effetti complessivi positivi sull'economia”.