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[La polemica] Siamo senza lavoro e quelli che ce l'hanno contano le crepe. La sinistra invece di dormire batta un colpo

Antonio Mennadi Antonio Menna   
[La polemica] Siamo senza lavoro e quelli che ce l'hanno contano le crepe. La sinistra invece di...

Mentre In Italia D’Alema riabilita Craxi (“era di sinistra”) e bastona Renzi (“lui no”), apre a Pisapia, chiude al Pd, dice una cosa e poi la chiarisce, ne dice un’altra poi la smentisce, infine se la piglia coi giornali, nel resto del mondo la sinistra cerca una strada e fa fatica, cammina nella nebbia, non ha modelli, esce con le ossa rotta dal Novecento. Sognava un altro mondo possibile, dove si potesse coniugare benessere diffuso, libertà e giustizia sociale, e si ritrova in un occidente confuso, spaventato, precario, che sfoga la rabbia votando a destra. Che fare?, si domanderebbe Lenin. Non ne ho idea, risponderebbe, forse, in questo momento di grande confusione sotto il cielo (e non va tutto bene, caro Mao).

Sotto gli slogan, niente

In Germania, la sinistra esce con le ossa rotta. In Francia, era già uno scheletro. Sorridono appena i grandi vecchi Sanders, negli Usa, e Corbyn, in Gran Bretagna, indomabili socialisti che però più che analizzare il dolore sociale, non riescono a fare. Proposte concrete? Sotto lo slogan, quasi niente. Come se ne esce? La drammatica sensazione è che di fronte alla grande paura dei ceti medi dell’Occidente, smarrito l’altro mondo possibile, l’unico possibile mondo sia chiudersi in casa, caricare la carabina, mettere i sacchi alla finestra, far vincere la paura e votare l’estrema destra. Faccia cattiva e muri alti. Questo sta avvenendo.

La sofferenza sociale

Pare ormai evidente che in Occidente ci sia enorme sofferenza sociale. Siamo senza lavoro o con qualcosa che chiamiamo lavoro per carità di noi stessi. Quelli che ce l'hanno, contano le crepe. Abbiamo studiato, abbiamo sgobbato e oggi abbiamo stipendi ridicoli, compensi che non ci vengono pagati, o pagati in ritardo, o in nero, o tutto questo insieme, e possiamo pure perderlo domattina. Soffriamo, siamo arrabbiati. 

Arranchiamo

I nostri nonni, nelle guerre e sotto le dittature, hanno sofferto ma hanno consegnato ai nostri genitori un occidente dall’orizzonte lungo e luminoso. E i nostri genitori hanno vissuto bene, pieni di opportunità e speranze. Sempre in crescita: salari, diritti, riscatto sociale. Ma noi? Noi no. Con la globalizzazione, la facilitata circolazione delle merci e dei saperi, dei dati e della conoscenza, le nuove tecnologie, in Occidente arranchiamo. Ci lasciano vecchie certezze, non ne arrivano di nuove. 

Meno forza nelle gambe

Abbiamo perso i lavori e il benessere, siamo frammentati e senza più i diritti. Ci schiacciano le ingiustizie sociali, le divaricazioni tra chi ha tantissimo e chi pochissimo, e poi c’è il tempo che passa, ci consuma la paura di vivere tutta la vita così, che poi sta avvenendo, non ne usciamo, invecchiamo tutti in questa sabbia immobile. Siamo nervosi, siamo affaticati e soli. Confusi, disorientati, con meno soldi in tasca e tutti i bisogni intatti, con meno forza nelle gambe e tanta paura nel cuore. 

Una voce a sinistra

Pare anche chiaro che in occidente molte forze politiche lo abbiano capito e soffino sulle nostre ferite, non per sanarle ma per tenerle aperte e sanguinanti. Più soffriamo, più ci arrabbiamo, più è possibile che li votiamo. Il gioco di certi ambienti è di facile lettura: ti indico il nemico, chiuditi in casa, andiamo alla guerra, vota me. Ti proteggo io. Certo, come no. Dopo il lamento, c'è qualcuno che ha una proposta? A sinistra, intendiamoci. Che è quella da cui è lecito aspettarsi un progetto politico di cambiamento per i ceti popolari. Non da chi digrigna i denti. Non da chi alza la bandiera demagogica. Bisogna aspettarselo da chi sente gli ultimi come sua frontiera, da chirivolge storicamente il suo sguardo a chi soffre. C'è una voce a sinistra che abbia una idea sensata di dove andare?

Un approdo

Non parliamo delle tattiche. Pisapia, Civati, Fratoianni, per non dire delle buonanime di Rizzo, Ferrero, Diliberto. O i nuovi arrivati della diaspora come Bersani, Speranza, Rossi. Il sempreverde D’Alema. Mi accordo, non mi accordo. Insieme, divisi, un po’ insieme, un po’ divisi. Ma chi se ne importa. Non la tattica. Nemmeno più l'analisi, non la critica, non la protesta, non il lamento. Queste le sappiamo fare anche da soli. Ci mettiamo qui e frigniamo. E' facile. Andiamo al bar o sui social. Ci indigniamo nella pausa dello spuntino. Ma è il momento di indicare un approdo. Un progetto. Una possibilità. Una idea concreta per sopravvivere a questa ondata di dolore collettivo, di confusione esistenziale prima ancora che sociale, ormai di più generazioni che invocando il futuro non hanno manco un passato.

Questo chiediamo alla politica, anzi alla sinistra. C'è qualcuno, laggiù?

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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