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[Il ritratto] Diecimila assunzioni, digitale e ricavi. Ecco chi è Del Fante lo straniero in patria che rivoluzionerà le Poste

«E’ ben preparato e approfondisce tutto ciò che fa», scrive Il Foglio. Quando è arrivato a Poste Italiane ha detto soltanto che doveva studiare e preparare il nuovo piano industriale. Ha ereditato l’incarico da Francesco Caio, che aveva sul groppone una flessione di ricavi e di utile netto assieme a un patrimonio che era sceso dai 9,6 miliardi del 2015 ai 7,3 in mezzo a una fibrillazione sindacale che ne aveva in qualche modo minato la pace sociale. Arrivato lui la rotta è cambiata

Matteo Del Fante
Matteo Del Fante

Diecimila nuove assunzioni di «professionisti qualificati», maggiori ricavi, utile netto in aumento, più dividendi. Ogni tanto anche da noi arriva qualche buona notizia. E se il piano quinquennale di Poste Italiane da qui al 2022 manterrà le promesse, questa è davvero una ottima notizia. L’ha presentato Matteo Del Fante, l’amministratore delegato, uno che è diventato grande in America, quasi uno straniero in Patria, una delle poche eccellenze di questo Paese martoriato dalla crisi. Nonostante il suo low profile e tutta la sua riservatezza, Del Fante ha sempre goduto di buona stima negli ambienti che contano, e in misura tasversale, da destra a sinistra, tanto che molti aspettavano una sua nomina già durante il governo Renzi. E’ toccato a Gentiloni, invece, nel marzo 2017. Un anno dopo, è arrivato questo piano industriale, che nel dettaglio prevede una crescita dei ricavi dell’1 per cento all’anno, fino a raggiungere gli 11,2 miliardi, mentre l’utile netto dovrebbe passare dai 700 milioni della fine 2017 agli 1,2 miliardi del 2022, con un più 13 per cento di tasso di crescita annuo. Del Fante ha promesso una politica di dividendi per i prossimi tre anni basata su un incremento annuo del 5 per cento rispetto alla cedola del 2017. Per il personale, se proseguirà la riduzione con una media annua di 3mila unità, al loro posto verranno assunti diecimila giovani professionisti qualificati. 

La Borsa ci crede

Poste Italiane parte da qui, come ha sempre detto Matteo Del Fante: 137 mila dipendenti, circa 13mila uffici sparpagliati nel Paese e 30mila portalettere. «E’ la rete più capillare che ci sia in Italia». Il piano, appena presentato alla stampa, prevede un ammodernamento di questa struttura. La Borsa ha dimostrato di crederci, visto che il titolo ha sfiorato quasi i suoi massimi, sì a 7,14 euro con un rialzo del 7 per cento. E se si è cominciato così bene, qualche merito ce l’ha proprio questo strano fiorentino che se n’è andato via dalla sua città dopo il liceo scientifico per andare a laurearsi alla Bocconi in Economia Politica con 110 e lode e poi partire per l’America. Non c’è più tornato a vivere nella sua città. Anche adesso abita a Roma, con la moglie e due figli. A Firenze però presiede la Fondazione Palazzo Strozzi, dall’aprile 2016, quando ha preso il posto di Lorenzo Bini Smaghi, un prestigioso ente pubblico privato che organizza esposizione d’arte e nel cui cda siede anche Lorenzo Ferragamo. D’altro canto, se gli americani arrivano a Firenze e se ne innamorano, lui ha fatto il percorso inverso. Dopo la laurea ha frequentato corsi di specializzazione in mercati finanziari presso la Stern Business School, New York University, ed è stato assegnatario di una borsa di studio Fulbright. Nel 1991, a soli 24 anni, è stato assunto dalla JP Morgan, in cui, dopo diversi incarichi importanti nel 1999 è diventato Managing Director a Londra, occupandosi fino al 2003 di operaZioni finanziarie e strategiche per i migliori clienti europei della banca. Il ritorno in Italia avviene alla fine del 2003, quando, a dicembre, arriva in Cassa Depositi e Prestiti, dove, fino al 2009, assume la responsabilità della direzione finanza. Poi passa alla direzione immobiliare, prima di essere nominato direttore generale il 16 giugno 2010.

Un curriculum senza strappi

Carriera lanciatissima. Ma ha salito tutti i gradini, passo dopo passo, meritandosi ogni promozione. Non ci sono strappi nel suo curriculum, nessun salto improvviso. «Ha lavorato nella Cassa Depositi e Prestiti sotto governi di centrodestra e centrosinistra, a stretto contatto con i vari direttori del Tesoro che si sono alternati in quegli anni, da Domenico Siniscalco a Vittorio Grilli e Vincenzo La Via», ha scritto Il Foglio. Quando arriva a Terna, la Rete Elettrica Nazionale, nel 2014, in due anni porta gli utili a 633,1 milioni di euro, più 6,3 per cento rispetto all’esercizio precedente. Per lui hanno sempre parlato i numeri.

Allergico ai paparazzi

In ogni caso, non ci sono tanti altri modi per sapere qualcosa su Matteo Del Fante. Ama la privacy e non cerca pubblicità. Pochissime interviste: se ne ricorda una al Corriere e quasi nient’altro. Non lo si vede mai a una festa, a un vernissage, o a qualche cena di potere romano. E’ riservatissimo. Niente frequentazioni glamour, molto understatement, mai paparazzato su qualche sito gossip. Ha pochi amici e sono tutti come lui. Cosimo Pacciani, che è uno di loro, chief risk Officer del Fondo Salva Stati, Esm, a Lussemburgo, fiorentino come lui, che ha fatto carriera all’estero, e londinese d’adozione, ai giornalisti che l’hanno trovato a momenti negava persino di conoscerlo. Dio li fa e li accoppia. La verità è che avremmo più bisogno di uomini così, a tutti i livelli. Nella sua vita quasi monastica, tutta dedicata solo al lavoro e alla famiglia, Del Fante riesce a ritagliarsi un po’ di spazio per il tennis, la sua passione. L’altra sarebbe il tabacco. E’ molto umile, non si è mai montato la testa, prudente e tenace. «E’ ben preparato e approfondisce tutto ciò che fa», scrive Il Foglio. E’ un ritratto forse un po’ noioso. Fa un po’ effetto perché non ci siamo abituati. Quando è arrivato a Poste Italiane ha detto soltanto che doveva studiare e preparare il nuovo piano industriale. Ha ereditato l’incarico da Francesco Caio, che aveva sul groppone una flessione di ricavi nell’ultimo trimestre (meno 2,3 per cento) e di utile netto (meno 4,4 per cento), assieme a un patrimonio che era sceso dai 9,6 miliardi del 2015 ai 7,3 (meno 23 per cento), in mezzo a una fibrillazione sindacale che ne aveva in qualche modo minato la pace sociale. Arrivato lui, niente parole, naturalmente. Ha rivoluzionato i vertici in silenzio. Ha nominato una squadra di dieci manager e assieme hanno preparato il piano. E adesso tocca ai numeri. La sua specialità.

 

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, scrittore e giornalista   

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