Eliminata la mobilità e ridimensionata la Cig: e a fine anno sono a rischio 180 mila posti di lavoro
Gli ammortizzatori sociali sono stati contenuti. La situazione per il mercato del lavoro italiano rischia di diventare esplosiva
La mobilità alla fine è scomparsa (con la Legge Fornero) e c’è stato un ridimensionamento ulteriore di fatto della possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali (col Jobs Act), a tal punto che da questo fine anno molte aziende non potranno più contare sulla Cig per contenere i loro problemi. Di conseguenza sono almeno 180mila i posti di lavoro a rischio in questo 2018.
A dicembre scadono infatti i principali ammortizzatori e il futuro di moltissimi operai e delle loro famiglie è grigio. La situazione, annunciata da casi come Embraco, Alcoa o Ideal Standard (risolte in extremis) e da tantissimi altri casi minori, è delineata dai numeri. Come sottolinea oggi un articolo di Repubblica nel biennio 2016-17 il ministero competente avrebbe contato 62 vertenze concluse positivamente, 45 casi di siti rilanciati da nuovi investitori, 21 vicende senza soluzione. Mentre nell’ultimo sessennio i lavoratori a rischio sarebbero cresciuti di 62mila unità per colpa delle crisi di grandi aziende come Alitalia e Almaviva, ma anche per il precipitare della situazione di tante realtà piccole.
La limitazione degli ammortizzatori
Con tale situazione produttiva esplosiva il Jobs Act ha risposto proponendo il Naspi, ovvero 24 mesi di sussidio di disoccupazione, e la Cassa Integrazione. Anche la Cig tuttavia ha subito dei ridimensionamenti, sia riguardo alle causali che alle coperture. In pratica è stato stabilito che il trattamento di Cig non potrà superare i 24 mesi in 5 anni o i 36 mesi se verrà utilizzata per contratti di solidarietà.
Per questo, da una disamina complessiva della situazione, viene fuori un fine anno che fa paura. In molti casi – come sottolinea il quotidiano – non ci sarà più la possibilità di ricorso alla Cassa. E anche aziende dentro situazioni di crisi complessa come l’Ilva di Taranto, la ex Lucchini di Piombino, l’Alcoa in Sardegna, la ex Fiat di Termini, la proroga concessa per un anno dalla legge di stabilità avrà fine allo scadere del 2018.
L'allarme di Calenda
Per questo l’ex ministro Carlo Calenda avrebbe posto la necessità di rafforzare le previsioni del Jobs Act riguardo agli ammortizzatori, perché a suo avviso “servono strumenti per non lasciare i lavoratori a se stessi”.

Quella posizione è stata tuttavia confutata dai bocconiani di area Pd Tommaso Nannicini e Stefano Sacchi – sempre sulle pagine di Repubblica – che hanno collaborato alla costruzione del Jobs Act in veste di consiglieri rispettivamente di Palazzo Chigi e del Ministero del Lavoro. Loro sostengono “l’importanza del Naspi, indennità che se la sognano nella maggior parte dei paesi europei”.
Jobs Act da rivedere
Resta però il fatto che la situazione italiana del mercato del lavoro rispetto al resto d’Europa “giustifica meno ottimismo sull’efficacia delle politiche attive e dei sussidi collegati”, fa notare il quotidiano. Per altro la “permanenza delle crisi industriali è molto lunga e quindi c’è bisogno di una tempistica e di una flessibilità più adeguate alla tutela dei lavoratori”, dice il segretario ai Settori produttivi della Cgil Salvatore Barone. Insomma il Jobs Act andrebbe revisionato in questo senso.
I settori più coinvolti
In attesa di ciò i lavoratori dei settori in crisi continuano a temere per il domani. L’anno scorso i settori principalmente interessati sono stati la siderurgia, gli elettrodomestici, le telecomunicazioni, i servizi, i call center, la microelettronica, e l’Ict. Si parla di 105.665 lavoratori interessati. Sistemici i guai della siderurgia e degli elettrodomestici.
E’ vero che ultimamente – secondo alcuni - si è avvertito qualche piccolo segnale di miglioramento ma siamo sempre un Paese in crisi, e alla fine dell’anno si rischia di dover fare i conti con una nuova emergenza esuberi e un drastico aumento della disoccupazione.





