[Le carte] L’atto d'accusa della procura: “La gestione degli impianti di Taranto è stata fallimentare e lo scudo penale è un pretesto”

Depositato l’atto dei pm per la causa civile contro la richiesta di Arcelor di lasciare il sito industriale. Nei verbali di quattro manager Arcelor il racconto della disfatta

[Le carte] L’atto d'accusa della procura: “La gestione degli impianti di Taranto è stata fallimentare e lo scudo penale è un pretesto”

Ieri sera i signori Mittal si sono seduti al tavolo del governo italiano con molte meno certezze e qualche timore in più. Con il peso di dieci pagine e quattro verbali di altrettanti manager Arcelor Mittal che, da punti di vista diversi, davanti ai pm di Milano hanno concordato tutti su almeno due punti: la gestione degli impianti siderurgici di Taranto è stata “fallimentare” , in cassa non ci sono più soldi, le commesse sono state cancellate così come gli ordini, anche gli impianti si stanno fermando e tutto questo in modo assolutamente unilaterale e mettendo a rischio tutta l’area. Non solo: la storia dello scudo penale è “irrilevante” rispetto alla richiesta far saltare l’accordo. “Questi verbali - scrivono l’aggiunto Maurizio Romanelli e i pm Civardi e Clerici - lumeggiano la vera causa della disdetta pretestuosamente ricondotta al venir meno dello scudo penale abrogato con legge 128/2019 e invece riconducile alla crisi di impresa di AMI (ArcelorMittal Italia) e alla conseguente volontà di disimpegno. Il grado di strumentalità è evidente - scrivono i pm milanesi - quando Arcelor fa sapere che qualora anche fosse reinserito, il processo di fermata degli impianti sarebbe ineluttabile”.

L’atto di interesse

Si chiama “Atto di interesse del pm” ed è l’atto con cui la procura di Milano ha deciso di intervenire nella causa civile al fianco dei commissari straordinari di Ilva spa che si oppongono alla richiesta della multinazionale Arcelor Mittal di recedere ora e subito dal contratto di affitto stipulato il 28 giugno 2018. E’ una procedura rara prevista in una causa dove si discute di un bene che ha un “pubblico interesse”. Che nel caso degli stabilimenti Ilva sono “molteplici” come scrivono i pm milanesi che ieri hanno depositato alle 14 giusto in tempo per Lakshmi e Aditya Mittal di leggersi le dieci pagine, fare un veloce consulto con i propri legali e poi incontrare a palazzo Chigi il premier Conte con il ministro Gualtieri e il ministro Patuanelli.

L’interesse pubblico di Ilva

Circa l’interesse pubblico degli stabilimenti di Taranto, per l’appunto, la procura di Milano ha una profonda competenza di metodo - la sede italiana della multinazionale è a Milano - e di merito visto che grazie all’azione di questi stessa procura nel luglio 2017 lo Stato ha potuto prendere un miliardo e 200 milioni sequestrati alla famiglia Riva, ex proprietari degli impianto e condannati per bancarotta, e destinarli alla bonifica e alla messa in sicurezza degli impianti e di tutta l’area industriale. Ecco perchè la procura di Milano ha e rivendica competenza rispetto a questa vicenda. Già questo dovrebbe bastare a mettere a tacere ipotesi circolate in queste ore, anche tra illustri opininisti, di “tensioni, scontri e diversità di vedute” tra la procura di Milano e quella di Taranto. Ipotesi del resto smentite con tanto di comunicato dal procuratore generale di Bari. Quei soldi sono potuti transitare in un fondo speciale ed essere destinati “all’ambientalizzazione dello stabilimento industriale Ilva perchè è stato dichiarato di interesse strategico nazionale”.

La procura al fianco dei commissari

Arcelor il 4 novembre ha comunicato con relativo atto che se ne va, subito o all’esito del procedimento. Quasi contestualmente ha presentato ai sindacati un cronoprogramma per lo spegnimento degli altiforni. Ora, tutto questo non può essere ed il motivo è presupposto conseguenza della presenza della procura nel giudizio al fianco dei commissari. “La cessazione degli impianti comunicata dall’ad Lucia Morselli - scrivono i pm - non può in alcun modo compromettere l’integrità degli impianti, l’avviamento aziendale e la salute pubblica”. Il punto è che “ciascuno di questi profili è in realtà messo a repentaglio dal piano di fermata già unilateralmente messo in fase di attuazione” dai manager della multinazionale

"ArcelorMittal deve continuare a lavorare"

Ci sono già “significative risultanze” allegate al ricorso ex art.700 dei commissari. Nel senso che basterebbe già la documentazione acquisita per dare lo stop ad Arcelor perchè nel caso, se mai sarà, dovrà riconsegnare ai commissari “un impianto funzionante, in regola” come lo hanno trovato. E non un mezzo cadavere che ha già spento le macchine, cioè gli altoforni.  Sono dunque conferme di indizi già raccolti i verbali di alcuni manager informati sui fatti e sentiti come testimoni tra il 18 e il 21 novembre. Il loro racconto è la lucida spiegazione di qualcosa che assomiglia molto ad un piano preordinato di dismissione. Una crisi pilotata dall’alto, altro che colpa del governo. I pm riportano stralci di verbale di quattro manager Arcelor Mittal Italia (AMI): Salvatore De Felice e Sergio Palmisano; il dirigente Giuseppe Frustaci e il chief financial officer Steve Wampach.

"Cancellati ordini e vendite"

Il 18 sera ai manager di AMI arriva la comunicazione e il cronoprogramma della cosiddetta “fermata”: tra il 10 dicembre e il 15 gennaio si spengono in sequenza Amo 2, Afo1 e Afo4. “Poi però - ha spiegato a verbale Savatore De Felice - il giorno dopo il direttore dello stabilimento Stefan Van Campe ha comunicato la temporanea sospensione di quel cronpprogamma”. E’ stato, quello, il primo effetto della morsa giudiziaria Milano-Taranto che da due settimane si sta stringendo su Taranto e la multinazionale ospite. Il racconto di De Felice non è però rassicurante. “L’azienda non ha tutto quello che serve per proseguire l’attività perchè l’approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato. Il piano prevede di lasciare una scorta minima di materie prime solo per un altoforno solo per un mese”. Un piano micidiale. Soprattutto illegale. De Felice, grazie ad alcuni file estratti dal proprio pc, è stato in grado di ricostruire con i pm “quando la società ha cessato gli approvvigionamenti” di fossile, coke, minerali di ferro al porto e al magazzino. Non solo: “Erano i primi di novembre quando l’ad Morselli ci ha spiegato di aver fermato gli ordini e cessato di vendere ai clienti”. Il manager ha aggiunto e spiegato che “ogni fermata di un altoforno e il successiva raffreddamento non è mai senza danni la cui entità, tra l’altro, è verificabile solo riparte”. Si parla di "polveri fossili”, “emissioni di fumi e vapori” e accensione di torce”. Tutte reazioni nocive e pericolose.

"E' sempre stata crisi"

La verità è che in questo anno di attività il management Arcelor non è mai riuscito ad ingranare. Anzi, è riuscito a perdere: un milione al giorno era la media delle perdite dei commissari; i manager del gruppo leader al mondo sono riusciti a raddoppiarle. “Siamo partiti con grande entusiasmo nel novembre 2018 - ha raccontato a verbale Palmisano. "Il primo trimestre non è andato bene ma era comprensibile . Il secondo doveva segnare il pareggio ma è andato peggio del primo”. L’ex ad Matthieu Jehl diceva che era per “motivi contingenti del mercato”. “In realtà - ha detto Palmisano - era per problemi di quantità e volumi: l’acciaieria non riusciva a smaltire la ghisa prodotta e addirittura venivano acquistate brame di acciaio per garantire la lavorazione; c’erano problemi di manutenzione e anche di qualità”. Il terzo trimestre è stato il peggiore di tutti tanto che Jehl ha comunicato “esuberi per 140 milioni”. Il quarto trimestre sarà “ difficilissimo” perchè “è tutto fermo, abbiamo disdettato ordini e clienti e bramme già prodotte saranno spedite altrove”. Ls produzione dell’anno si ferma a 4,5 milioni di tonnellate (contro i 6 consentiti e i 5 realizzati dai commissari). Altro che scudo penale: bensì una drammatica “crisi di impresa”.

I numeri della disfatta

E’ Giuseppe Frustaci a mettere in fila i numeri della disfatta industriale. “A febbraio 2019 ci hanno detto che le perdite sarebbero state in linea con quel del 2018, circa 20 milioni di euro al mese. Il nuovo management decide allora di cambiare il sistema di rilevazione dei costi industriali”. Marzo 2019 doveva quindi essere il mese spartiacque, quello della ripartenza, finalmente. “Si spinge molto sulle spedizioni (600.000 tonnellate al mese per stare sul target annuo di 6 milioni di tonnellate) ma finiamo invece col perdere 30 milioni di euro al mese. Il problema era nella fase della produzione. Costi globali che non garantivano marginalità. Si cominciò così a parlare di tagli degli straordinari e della manodopera e delle materie prime “la cui qualità era troppo alta e ne serviva una più bassa per abbattere i costi”. A marzo arriva la richiesta di cassa integrazione per 1300 persone. Ma nessuno al governo suona l’allarme.

Quello strano amento di capitale

Nell’ ottobre 2018 c’è un aumento di capitale “strano”: 400 milioni in contanti ma il socio ne versa a titolo di riserva 900 milioni. Ne parla, a verbale il 20 novembre, il direttore finanziario Steve Wampache. Che davanti ai pm è costretto ad ammettere “700 milioni di perdita nel 2019” e il pagamento “in ritardo dei fornitori”. Motivo per cui da settimane presidiano gli ingressi degli stabilimenti. Il nuovo ad Lucia Morselli subentrata ai primi di ottobre, dice in più riunioni che “la società ha esaurito la finanza dedicata all’operazione”. Non ci sarebbe più un euro in cassa. E però la multinazionale con un capitale di miliardi continua a comprare e vendere stabilimenti nel mondo. “Siamo in una disastrosa crisi economica” è stata l’ultima comunicazione dell’ad Morselli.

Tutte le ipotesi di reato

Per i pm milanesi non ci sono dubbi: “C’è pericolo di diminuzione delle garanzie patrimoniali per il risarcimento dei danni. Quindi è ancora più urgente la pronuncia che imponga di astenersi dalla fermata degli impianti”. La procura di Milano procede per aggiotaggio informativo e false informazioni al mercato (Arcelor è quotata e il titolo ha avuto nelle ultime settimane importati rialzi), distrazioni dei beni dal fallimento (perchè i magazzini vuoti e gli ordini cancellati?) e omessa dichiarazione dei redditi. La procura di Taranto, il procuratore Capristo e l’aggiunto Carbone, per distruzione dei mezzi di produzione e appropriazione indebita. Entrambe ipotizzano che a monte di tutto ci sia la volontà di pilotare una crisi a Taranto per prendersi importate quote di mercato e chiudere gli impianti. Non erano questi gli accordi. E ieri sera il premier Conte ha iniziato da queste dieci pagine il confronto con i signori Mittal.