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La guerra in Medio Oriente, quella dei dazi e la crisi dell’auto: cosa succederà nell'economia italiana e mondiale

Il 2019 si è chiuso con un'espansione dello 0,2%. Nel 2020 dovrebbe essere di un asfittico 0,5-0,6%, insufficiente a rimettere in moto il paese

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
La guerra in Medio Oriente, quella dei dazi e la crisi dell’auto: cosa succederà nell'economia...

Se non scoppia la guerra in Medio Oriente. Se il prezzo del petrolio non schizza alle stelle. Se si placa lo scontro sui dazi Usa-Cina. Se non esplode quello, sempre sui dazi, Usa-Europa. Fare previsioni sul futuro dell’economia è diventato un esercizio acrobatico e, se non proprio futile, assai più fluttuante della norma, nel clima di precarietà e di incertezza alimentato dalle mosse e dai tweet dell’inquilino della Casa Bianca, che è anche il leader della massima superpotenza mondiale. Tanto che, forse, la variabile fondamentale per decifrare il futuro dell’economia globale è diventata il nome del vincitore, a novembre, delle prossime elezioni presidenziali americane: Trump o non Trump appare come il bivio più importante.

L'incubo guerra, vera o di carta

Tuttavia, anche al netto degli scenari più catastrofici come la guerra (vera) fra Usa e Iran e quella (di carta, ma ugualmente devastante) come la guerra alle dogane delle massime potenze commerciali, Usa, Cina, Europa, l’anno che verrà - dice chi, di mestiere, sforna previsioni economiche – si presenta, un po’ dovunque, come un anno cupo, quasi oscurato dall’ombra lunga del 2019. L’anno che si è appena chiuso, infatti, è stato deludente a livello globale, con la sola parziale eccezione degli Usa dove, comunque, la crescita è rallentata ed è circondata da dubbi. Secondo il Wto, l’organismo che si occupa del commercio mondiale, lo sviluppo dell’economia globale si è fermato al 2,3 per cento. Il Fondo monetario, che usa parametri leggermente diversi, valuta uno sviluppo del 3 per cento. Per il 2020, secondo il Wto si resterà al 2,3 per cento (un ritmo assai deludente in un mondo in cui i paesi emergenti viaggiano abitualmente a ritmi dal 6 per cento in su). Il Fmi è più ottimista e arriva al 3,4 per cento, in ogni caso in netto rallentamento rispetto a quanto lo stesso Fondo prevedeva, per il 2020, nei suoi calcoli di un anno fa.

Le previsioni sull’economia globale

Tutto dipende, in queste previsioni, da quello che avverrà nella guerra dei dazi. La situazione non dovrebbe peggiorare, rispetto agli scontri e alle minacce del 2019, ma neanche migliorare un gran che. Il punto è fondamentale perché, negli ultimi 20-30 anni è stato il commercio internazionale, con la globalizzazione, il motore decisivo dello sviluppo globale. Lo dimostravano le statistiche che, sistematicamente, registravano una espansione del commercio internazionale superiore a quella dell’economia, certificandone il ruolo di traino. Nel 2019, invece, è avvenuto il contrario: il commercio è aumentato solo dell’1,1-1,2 per cento, una percentuale largamente inferiore a quella dell’economia. Le previsioni meno pessimistiche del Fmi sull’anno appena aperto si basano sull’ipotesi che quel motore torni a girare e che il traino si riattivi, anche se non nella misura degli anni scorsi. Gli esperti – al Wto, ma non solo - ritengono, tuttavia, che Usa e Cina non andranno al di là di una fragile tregua venata di polemiche e che il rapporto dell’America con l’Europa resterà conflittuale, prolungando il clima di incertezza.

L’espansione ha finito la benzina?

Ci sono, tuttavia, altre ombre. La prima riguarda gli Stati Uniti che, sia pure fra dazi e tariffe, hanno continuato a marciare, aiutando tutta l’economia mondiale. Sempre meno spediti, peraltro. L’economia americana è cresciuta del 2,9 per cento nel 2018, 2,4 per cento nel 2019 e crescerà, dice il Fmi, del 2,1 per cento quest’anno. Il problema è che l’espansione ha ormai raggiunto una durata record (l’ultima recessione è del 2009) e che molti pensano abbia finito la benzina. A proiettare una immagine di salute dell’economia Usa sono, infatti, due elementi: l’aumento costante dell’occupazione e i consumi delle famiglie. Ma grattando sotto la superficie, questi due elementi non appaiono molto solidi. Le imprese americane assumono personale a ritmi serrati, dicono gli scettici, perché non investono. In caso di recessione, infatti, è più facile (in America) licenziare che fare marcia indietro sull’acquisto di macchinari e beni strumentali. E il dato inquietante è, infatti, il crollo degli investimenti, l’asse portante di qualsiasi sviluppo dell’economia. Fra il primo e il terzo trimestre del 2019 gli investimenti delle imprese americane sono scesi da 680 a 560 miliardi di dollari. Di fatto, in tutto il 2019, il contributo degli investimenti alle statistiche dell’economia americana è stato negativo. E anche sui consumi delle famiglie non splende il sole. L’aumento dei salari è stato striminzito e il dato che salta agli occhi è l’aumento dei debiti: fra mutui per la casa e per l’auto, i debiti delle famiglie americane sono arrivati a sfiorare i 14 mila miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2019, più che nel terzo trimestre del 2008, quando esplose la crisi dei subprime.

Le valutazioni della Bce

Per la vecchia Europa le spine sono molte di più e andranno ad aumentare. La Banca centrale europea ha appena valutato che, nel 2019, l’espansione si sia fermata all’1,2 per cento e che, quest’anno, andrà peggio: 1,1 per cento. Pesa la crisi dell’industria manifatturiera, ormai in corso dall’inizio del 2018. E’ la crisi della Germania delle fabbriche (e delle esportazioni), autentica locomotiva europea. A dicembre, il nocciolo di questa industria – l’auto – ha avuto un improvviso boom, toccando un inatteso record di vendite. Ma è un fuoco di paglia. Anzi, forse peggio. E’ infatti il risultato della massiccia politica di sconti e promozioni che le aziende tedesche hanno fatto per liberarsi dei propri modelli (Suv in testa) più inquinanti, in termini di Co2 e presentarsi più leggeri alle prossime scadenze, che prevedono forti multe europee per le case che non abbiano adeguato le loro auto a più stringenti criteri antinquinamento. E’ un boom, insomma, che verrà scontato nei prossimi mesi.

Rischi per l'economia italiana

Per l’Italia è, forse, la notizia più allarmante. La crisi dell’auto tedesca è, infatti, forse il singolo elemento che più pesa sulle prospettive immediate dell’economia italiana, perché l’integrazione, nel settore auto, della produzione tedesca e di quella italiana è molto avanzata. Quasi il 5 per cento di tutto l’export italiano è rappresentato dai componenti per auto, dove la nostra bilancia commerciale registra un attivo di quasi 6 miliardi di euro. E più di metà di tutti questi componenti sono diretti in Germania.

Iva e Pil

Senza una schiarita nel mondo dell’auto, difficilmente si potrà, dunque, parlare di ripresa in Italia. Le nubi nel 2020, al contrario dell’anno scorso, non riguardano, infatti, il bilancio pubblico. L’incubo di un devastante aumento dell’Iva è stato dissolto sommando una scommessa e una rinuncia. La scommessa è quella di evitare che il disavanzo pubblico complessivo (deficit vero e proprio più spese per interessi) deragli, allontanandosi dal binario del 2,2 per cento del Pil (lo stesso dell’anno scorso), grazie al fragile equilibrio fra un aumento del deficit vero e proprio, necessario per contribuire a frenare l’Iva, e una diminuzione delle spese per interessi sui titoli di Stato, grazie alla discesa dello spread. La scommessa, insomma, è sulla stabilità politica, componente essenziale della fiducia dei mercati finanziari. La rinuncia riguarda il rinvio ai prossimi mesi (necessario per accumulare fondi anti Iva) di provvedimenti cruciali per i consumi, come il taglio del cuneo fiscale e le dilazioni nei programmi per una decisa spinta agli investimenti pubblici.

Ristagno o crescita minima?

Il risultato è che, nel caso migliore, ci avviamo ad un altro anno di ristagno. Il 2019 si è chiuso con un appena percettibile espansione: 0,2 per cento, secondo l’Istat. O, forse, neanche quella: secondo il Fmi, l’economia italiana, l’anno scorso si è fermata a zero spaccato. Nel 2020 dovrebbe riuscire ad inerpicarsi solo fino ad un asfittico 0,5-0,6 per cento, insufficiente a rimettere in moto il paese.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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