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[Il commento] Mamma mia, il Pil non cresce: ma è proprio questo l’indice di benessere di un popolo? Torna in mente la parabola di Ruffolo su Pirlandia

“Il Pil – notava lo studioso e uomo politico - se non lo si produce, non lo si distribuisce e non lo si usa con discrezione, razionalità e sobrietà, può produrre grossi guai. Poi tende ad accumularsi dove già ce n’è”. Torna insomma in auge la questione dei polli di Trilussa

Ignazio Dessìdi Ignazio Dessì   
Giorgio Ruffolo
Giorgio Ruffolo

Il Pil scende dello 0,2 per cento, il Pil è fermo, il Pil non sale, prima crescevamo dello 0,1. Mamma mia quale orrore, che disdetta. Annuncio di calamità e disgrazie. Ma è veramente il punto fondamentale del benessere di un popolo questo benedetto Prodotto Interno Lordo? Siamo condannati ad alimentarlo in eterno come fosse il sacro fuoco delle società moderne? Inevitabilmente torna in mente la storica, eccelsa, analisi di Giorgio Ruffolo degli anni ’80, quando il grande intellettuale, uomo politico e di governo coniò sull’argomento il concetto di pirlandia.

Sarebbe utile ripartire da quell’analisi che non tutti probabilmente ricordano o conoscono: soprattutto i più giovani. Da quella parabola incisiva e istruttiva, dove il Pil diventava, in maniera volutamente provocatoria e irriverente, il Pirl.

Nel mondo di pirlandia si misura tutto in Pirl – ironizzava Ruffolo – Il Pirl è la misura stessa della felicità. Tutto viene misurato in Pirl. Nel suo nome si compete: chi ha il Pirl più alto? Chi è secondo e chi è terzo? Chi ha il Pirl più grosso? E via di questo passo. Il Pirl delinea dunque il paradiso in terra ritrovato? La misura dell’Eden degli Stati avanzati?

Sarà o non sarà? Il dubbio sull’argomento regna ancora sovrano. E in realtà le cose potrebbero non stare  così come si dice. Potrebbe non essere quello il parametro della fonte della felicità. “Il Pirl – notava Ruffolo - se non lo si produce, non lo si distribuisce e non lo si usa con discrezione, razionalità e sobrietà, può produrre grossi guai”. Inoltre va detto subito, per stare all’insegnamento dello studioso socialista, che il Pirl ha un grosso difetto d’origine: “Tende ad accumularsi lì dove ce n’è già”, seminando grosse ingiustizie e povertà a carico di chi ne ha poco. Poi “più se ne usa e più sporca e ingombra”. Insomma i rifiuti si accumulano e rendono la vita insalubre. In nome di quel feticcio si consumano le risorse del mondo e alla fine si possono pagare grossi prezzi. Perfino quello di vedere definitivamente compromesso il Pianeta.

Inoltre c’è un altro fondamentale dato di fatto: “A forza di pensare a produrre Pirl, si trascurano fonti di gratificazione civile” ben più importanti. Per citarne qualcuna, l’abitudine a coltivare i rapporti umani, quella ad aiutarsi a vicenda, a pensare e dar sfogo alla fantasia. La corsa al Pirl inoltre “genera nervosismo e aggressività, rende intrattabili e insicuri”.

Può così capitare che ogni tanto si svegli un mago Merlino pronto a declamare: “Non si vive di solo Pirl”. Ad affermare che sarebbe saggio per gli uomini assennati “produrne (per esempio) solo fino al punto in cui il danno dei rifiuti eguaglia l' utile dei benefici”. E poi “ripartirlo più equamente, attraverso sagge misure correttrici delle sue tendenze cumulative. Esigere l' ammissione di tutti, in qualche misura, alla sua produzione”.

E ancora, sarebbe fondamentale produrlo nel minor tempo possibile, lasciando maggior tempo libero per la pratica di “tutte le libere e salubri attività del corpo e dello spirito”. Cercando magari di stare di più con la famiglia, scrivere e leggere, ascoltare musica, dipingere, ballare, passeggiare, praticare i propri hobbies e passioni e godere, in generale, del tempo che abbiamo a disposizione in questa breve vita. Scopriremo così che perfino la stessa economia, quella sostenibile, migliora.

Quella del Pirl è insomma una bellissima parabola con la quale l'intellettuale si chiedeva alla fin fine se in certi comportamenti sbagliati cui i popoli si abbandonano ci sia o meno una buona dose di “pirlità”.

Certo, anche a suo avviso, è giusto tener d’occhio la performance economica, ed è lecito godere dei risultati positivi del Paese quando smentiscono le attese più nere di certi Stati o organi di stampa stranieri e non solo. In ogni caso - osservava - “le medie diventano significative – non bisognerebbe mai dimenticarlo – solo quando violano la famosa legge di Trilussa, ovvero due polli a te, niente a me, dunque un pollo a testa. Ed invece molto spesso la rincorsa al Pil non è altro che la conferma di quella perversa legge: c’è chi prende quasi tutto e chi quasi nulla. E si continua a pretendere di massimizzare la produzione, il Pil.

Come non pensare alle differenze tra Nord e Sud, tra dirigenti e operai, tra disoccupati e privilegiati, evasori e tartassati. Il Pil dice tanto sulla quantità di beni prodotta, ma poco sull’uso che se ne fa. All’inizio può anche rappresentare un indice di benessere, ma poi la dominante dovrebbe essere la qualità. Entrano allora “in ballo altri indici di benessere”.

Tra questi Ruffolo cita “l’equità nella ripartizione del prodotto, tra persone e tra regioni. La sicurezza dei cittadini, la loro salute, il loro livello culturale, la vivibilità dell' ambiente naturale, l' efficacia e l' efficienza dei servizi pubblici”.

Degli indicatori più giusti per misurare la produttività del sistema, insomma. Invece “usiamo il Pil come indice di benessere che comprende anche gli altri sei”. Ma è davvero così? Non è difficile verificare come spesso “l' incremento del primo aspetto (la produttività materiale) può benissimo combinarsi con un deterioramento degli altri sei (la qualità sociale)”.

Perché dunque non ci basiamo su altri parametri? Ci sono altri indicatori sociali. Eppure i governi non li utilizzano per fare le loro scelte di politica economica e sociale. Perché? Vengono in mente risposte malevole. Fatto sta che il Pil non può essere considerato l’indicatore perfetto del vero benessere dei cittadini.

Nonostante tutto però si continua a utilizzarlo come fosse la prova più provata dell’indice di benessere e civiltà. Forse servirebbe una riflessione profonda su questo argomento. Un nuovo e rivoluzionario modo di vedere la società e lo sviluppo. Un nuovo progetto sociale. “Perché allora – osservava Ruffolo – non si fa la proposta di costituire una Commissione speciale e ufficiale per costruire “una serie di (veri) indici del benessere, dai quali si possa ricavare un giudizio meno sbrigativo e meno elusivo sul reale stato civile del paese e avere indicazioni precise per orientare nel giusto senso le politiche economiche e sociali”? Perché al giorno d’oggi quell’incarico non se lo prende, per dirne una,  la Unione Europea?

Ignazio Dessìdi Ignazio Dessì   
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