Riforma delle pensioni, via dal lavoro a 64 anni ma con assegno ridotto fino al 18%: l’ipotesi di cui si parla

In mancanza di novità dal 2023 sarà in vigore solo la legge Fornero. Per questo i sindacati premono per introdurre maggiore flessibilità in uscita. L’opzione Quota 41 e la proposta Tridico. La posizione sindacale

Pensioni, la nuova ipotesi (Ansa)
Pensioni, la nuova ipotesi (Ansa)

La guerra in Ucraina ha spostato temporaneamente l’attenzione da un tema particolarmente caldo per i lavoratori: quello della riforma delle pensioni. Qualche mese fa il governo sembrava aver aperto alla possibilità di introdurre una maggiore flessibilità per l’uscita dal mondo del lavoro prima dei fatidici 67 anni. Poi il tema bellico ha fatto passare in secondo piano l’argomento. Con la fine del 2022 tuttavia si tornerà completamente alla normativa imposta dalla Legge Fornero e – in mancanza di novità – si potrà accedere al pensionamento solo con 67 anni di età o con 43 anni di contributi lavorativi (se uomini) o 42 (se donne). Per questo è fondamentale riaprire un tavolo di confronto tra governo e parti sociali per delineare una riforma.

L’ipotesi dei 64 anni

In relazione ad una maggior flessibilità in uscita l’esecutivo Draghi si era detto disposto a ragionare sul pensionamento anticipato (di tre anni) a patto di portare a casa, in cambio, il si al calcolo contributivo dell’importo pensionistico anche per chi ricade nel cosiddetto sistema misto. In questo caso il lavoratore potrebbe andare in pensione tre anni prima del previsto, ma accettando un assegno calcolato interamente col meccanismo contributivo.

Le conseguenze

Ma quali conseguenze concrete avrebbe tale formula? Stando a quanto scrive il Corriere della Sera, lasciare il lavoro a 64 anni di età con almeno 20 anni di contribuzione, significherebbe per l'interessato una penalizzazione di circa il 3% per ogni anno di anticipo. Circa un 10%, in soldoni. Ma i lavoratori ricadenti nel citato sistema misto potrebbero rimetterci addirittura fino al 18%. Un po’ troppo per tre anni di anticipo, secondo alcuni. Cosa che potrebbe limitare il successo dell'idea.

Protesta dei pensionati (Ansa)

Il limite dei 1.311 euro

Da tener presente inoltre che i lavoratori con versamenti solo contributivi (quelli attivi lavorativamente dal 1996) possono uscire a 64 anni a condizione di aver maturato una pensione di almeno 1.311 euro. Limite che i sindacati reputano troppo alto ed hanno chiesto in più occasioni di rivedere. Il governo sembrava disposto a farlo ma subordinando tutto alla estensione – appunto – della formula anche alla platea del sistema misto (retributivo più contributivo) che coinvolgerebbe potenzialmente -  stando a un rapporto di Itinerari previdenziali - il 90% dei lavoratori in uscita.

Per questi lavoratori la correzione sulla parte retributiva - si sostiene sul fronte governativo - non dovrebbe risultare enorme. E, alla fine, la flessibilità potrebbe concretizzarsi, in un primo momento, con la prosecuzione di Quota 102 (64 anni di età più 38 di contributi) e conseguente calcolo contributivo.

I 41 anni di contributi

Il sindacato chiede però anche la possibilità di accedere alla pensione con i 41 anni di contributi, opzione considerata troppo onerosa dal governo.

La proposta del presidente dell'Inps

Un’altra proposta attualmente sul tavolo è quella sfoderata qualche tempo fa dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico. In pratica si tratterebbe di mandare in pensione i lavoratori del sistema misto a 63 anni (a patto di poter vantare almeno 20 anni di contribuzione). All’inizio questi percepirebbero solo un assegno corrispondente alla quota contributiva maturata. L’altra parte dell'assegno (quella della quota retributiva) verrebbe integrata al compimento dei 67 anni (pensione di vecchiaia). Secondo il numero uno dell’ente previdenziale la soluzione avrebbe il pregio di essere sostenibile per le casse pubbliche e garantire più flessibilità ai lavoratori. Con un'altra condizione: la fruizione del prepensionamento sarebbe subordinata anche all'aver maturato, alla data di uscita anticipata dal mondo del lavoro, una quota pensionistica pari o superiore a 1,2 volte l’assegno sociale.

Il presidente dell'Inps Tridico (Ansa)

La posizione dei sindacati 

I sindacati tuttavia si battono per una flessibilità che consenta di accedere al pensionamento a partire dai 62 anni con salvaguardia del periodo retributivo, facendo notare che in Europa si va mediamente in pensione a 63 anni. Oppure con i 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Più volte, nel corso di questi anni, i rappresentanti dei lavoratori hanno evidenziato, come fa in questa intervista il segretario confederale Uil Domenico Proietti, che in Italia “siamo la maglia nera d’Europa”, perché “si va in pensione tre anni sopra la media europea”. Concetto ribadito recentemente dal segretario generale della Cisl Luigi Sbarra.

"La sostenibilità"

Si obietta continuamente a tal proposito che certa flessibilità pensionistica è insostenibile, ma il sindacato risponde che a certe condizioni invece lo è pienamente. "Noi – spiega Proietti - spendiamo per le pensioni l’11 per cento rispetto al Pil, tutto il resto è assistenza. Spendiamo un punto in meno della Francia e mezzo punto in meno della Germania. Quindi non è un problema di equilibrio dei conti che sono molto, molto, a posto, è un problema di volontà politica. Bisogna semplicemente smetterla di continuare a fare cassa sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati e ridare al sistema una equità che va a beneficio anche dell’intera collettività”.