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Così papa Francesco decide di rivoluzionare la Curia: la legge in vigore dal 5 giugno

Si può pensare a una vera rivoluzione non tanto sulle disposizioni pratiche, quanto piuttosto sulla mentalità missionaria che deve informare la Curia e quanti vi prestano servizio

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Foto Shutterstock
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E’ anche una rivoluzione la Riforma di papa Francesco della Curia romana, promulgata oggi festa di san Giuseppe patrono della Chiesa universale e in vigore dal prossimo 5 giugno festa di Pentecoste che segnò la nascita della Chiesa apostolica? Tanto annunciata, attesa e rinviata, la nuova Costituzione Apostolica dal nome “Praedicate Evangelium sulla Curia romana e il suo servizio alla Chiesa e al mondo” apporta modulazioni importanti, talune decisive, alla vecchia Curia percepita nel tempo come una sovrastruttura e controllo centralizzato della Chiesa cattolica. Supremo gradino della carriera ecclesiastica dove si respirava aria di potere benevolo e totale del clero sulla massa dei credenti e il vento del connubio con i poteri secolari.

La patina residua di clericalismo, vera o presunta, con la Riforma scompare. Nella stessa curia si sentiva ripetere che i papi passano, la curia rimane. Una sorta di potere immobile, occhio dominante cui niente sfugge e di fronte alla quale perfino i vescovi si sentivano trattati come rappresentanti periferici e subalterni della suprema burocrazia vaticana. Mentre dal punto di vista della composizione e del funzionamento degli organismi curiali i cambiamenti sono significativi ma non terremotano l’esistente come hanno anticipato spezzoni di riforma comparsi nei mesi trascorsi, se si considerano le premesse su cui si fonda la riforma si può ben dire che si tratta di una vera rivoluzione di mentalità.

Dopo il concilio Vaticano II due sono state le riforme organiche della Curia romana: quella epocale del 1967 con cui Paolo VI portava la Curia dal Medioevo alla modernità e la “Pastor bonus” con cui Giovanni Paolo II nel 1988 portava gli adattamenti resi necessari dal tempo e dai nuovi bisogni. La riforma di Francesco sta sulla linea di Paolo VI, sul piano delle motivazioni e dei principi per renderla fedele alla visione di Chiesa disegnata dal concilio: chiesa di comunione al suo interno, dove prevale la pari dignità di battezzati e discepoli del Vangelo e, in quanto tali chiamati a predicare il Vangelo con la parola e con l’esempio di fronte a un mondo sempre più secolarizzato.

Una Curia di “servizio” al servizio di una Chiesa di servizio all’umanità, in primo luogo dei poveri, dei fragili, dei marginali, solidale e misericordiosa, prima ancora che giudice, con le persone di ogni colore, religione, cultura. Francesco non svilisce quindi il ruolo della Curia, ma lo nobilita, ricordandogli la responsabilità, la coerenza, la competenza che la missione comporta. Gli ecclesiastici di ogni ordine e grado, a qualsiasi titolo operativi i Curia, potranno svolgere il mandato per un quinquennio che potrà essere rinnovato ordinariamente per altri cinque anni. Dopo è previsto un loro ritorno nella diocesi di origine. Questo nuovo spirito dove la missione di evangelizzare diventa primaria viene tradotto visibilmente anche nella considerazione per importanza degli organismi rinnovati o anche unificati rispetto ai precedenti.

Il primo dei dicasteri non è più quello per la dottrina della fede, il potentissimo ex sant’Ufficio, visto nei secoli come promotore della Santa Inquisizione, ma il Dicastero per l’evangelizzazione, creato da Benedetto XVI. Questo cambio radicale di prospettiva chiamata “conversione missionaria” lo si afferma da subito, in apertura del Preambolo al documento. “Praedicate evangelium: è il compito che il Signore Gesù ha affidato ai suoi discepoli. Questo mandato costituisce «il primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all’intera umanità nel mondo odierno».

A questo essa è stata chiamata: per annunciare il Vangelo del Figlio di Dio, Cristo Signore, e suscitare con esso in tutte le genti l’ascolto della fede. La Chiesa adempie il suo mandato soprattutto quando testimonia, in parole e opere, la misericordia che ella stessa gratuitamente ha ricevuto. Di ciò il nostro Signore e Maestro ci ha lasciato l’esempio quando ha lavato i piedi ai suoi discepoli e ha detto che saremo beati se faremo anche noi così. In questo modo «la comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Facendo così, il popolo di Dio adempie al comando del Signore, il quale chiedendo di annunciare il Vangelo, sollecitò a prendersi cura dei fratelli e delle sorelle più deboli, malati e sofferenti”.

Francesco con la Costituzione intende perseguire questo obiettivo che ha segnato il suo pontificato giunto ormai al decimo anno. Nella riforma che il papa con il contributo primario del Consiglio dei 9 cardinali ha portato a regime non fa altro che codificare una pratica e uno stile pastorale tipico suo e che gli viene perfino rinfacciato dai suoi critici. In realtà rende prassi lo spirito del concilio. Questa nuova Costituzione apostolica “si propone di meglio armonizzare l’esercizio odierno del servizio della Curia col cammino di evangelizzazione, che la Chiesa, soprattutto in questa stagione, sta vivendo”. E ancor più chiarificatore il passaggio sul significato della riforma. “La riforma della Curia romana sarà reale e possibile se germoglierà da una riforma interiore, con la quale facciamo nostro «il paradigma della spiritualità del Concilio», espressa dall’«antica storia del Buon Samaritano», di quell’uomo, che devia dal suo cammino per farsi prossimo ad un uomo mezzo morto che non appartiene al suo popolo e che neppure conosce. Si tratta qui di una spiritualità che ha la propria fonte nell’amore di Dio che ci ha amato per primo, quando noi eravamo ancora poveri e peccatori, e che ci ricorda che il nostro dovere è servire come Cristo i fratelli, soprattutto i più bisognosi, e che il volto di Cristo si riconosce nel volto di ogni essere umano, specialmente dell’uomo e della donna che soffrono".

Il legame con il concilio Vaticano II diventa evidente in un altro cambio rifondativo della Curia romana vista non più solo al servizio del papa, ma dell’intero collegio episcopale. Essa diventa uno strumento per meglio realizzare la collegialità: tutti i vescovi con Pietro e sotto di lui. Curia pertanto non più un’autorità cuscinetto tra papa e vescovi, ma un tramite a servizio della loro reciprocità. Non è poco di fronte alla nuova prospettiva: da super controllore a super servitore della comunità cristiana quali devono essere il papa e i vescovi. Un terzo punto qualificativo è l’apertura piena al laicato valorizzato a tutti i livelli senza differenza tra uomini e donne. Il Papa resta l’autorità suprema, il Capo visibile della Chiesa e quindi al di sopra della legge, l’unico che singolarmente può autorizzarne l’eccezione. Per valutare come questi principi ispiratori vengano codificati in regole e comportamenti è molto utile leggersi per intero la Costituzione composta da un preambolo, dai principi e criteri per il servizio della Curia romana, dalle norme generali e dall’attenzione alla segreteria di Stato identificata come “segreteria papale”.

Seguono nell’ordine i 16 dicasteri che assorbono anche i precedenti Consigli; gli organismi di giustizia, gli Organismi economici con la nuova Commissione di materie riservate e il Comitato per gli investimenti; gli Uffici come la Prefettura della Casa Pontificia, l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, il Camerlengo di Santa Romana Chiesa; gli Avvocati, le Istituzioni collegate con la Santa Sede. Con la norma transitoria gli articoli della nuova Costituzione sono in totale 250.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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