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La ‘ndrangheta in Calabria aveva una banca tutta “sua”: quasi un terzo dei soci con precedenti di polizia

Quello eseguito dai militari della Guardia di Finanza del Nucleo Speciale Polizia Valutaria e del Comando Provinciale di Crotone, nei confronti della Banca di credito cooperativo crotonese è un provvedimento “storico”

Claudio Cordovadi Claudio Cordova   
Foto Ansa
Foto Ansa

La banca della ‘ndrangheta. La presenza di funzionari infedeli era già emerso in svariate indagini. Così come l’attività delle ‘ndrine di sostituirsi, di fatto, agli istituti di credito, grazie alla pressoché infinita liquidità di denaro. Ma quello eseguito dai militari della Guardia di Finanza del Nucleo Speciale Polizia Valutaria e del Comando Provinciale di Crotone, nei confronti della Banca di credito cooperativo crotonese è, in un certo senso, un provvedimento “storico”.

Banca in amministrazione giudiziaria

Con il coordinamento della Dda di Catanzaro, infatti, ha preso concretezza il decreto di applicazione della misura dell'Amministrazione giudiziaria dei beni connessi ad attività economiche e delle aziende. Si tratta di un provvedimento di natura cautelare, adottato ex art. 34 D.lgs. 159/2011 (c.d. "Codice Antimafia") dal Tribunale di Catanzaro, sulla base delle indagini svolte dalle Fiamme Gialle.

La Banca di credito cooperativo crotonese, peraltro, è uno dei maggiori istituti di credito operanti sul territorio calabrese. Secondo le indagini della Guardia di finanza sarebbe stata, di fatto, pienamente nelle mani della potente cosca Grande Aracri, originaria di Cutro, ma con affari e rapporti consolidati in Emilia Romagna. La maxi-inchiesta “Aemilia”, di qualche anno fa, farà emergere, in tutta la sua portata, la figura del boss Nicolino Grande Aracri. Un uomo dalla vaste rete relazionale: dall’imprenditoria alla politica, passando per il Vaticano.

Le indagini

Secondo quanto sostenuto da pm e guardia di finanza, la banca sarebbe stata lo strumento grazie al quale esponenti di spicco della ‘ndrangheta avrebbero avuto libero accesso all'utilizzo del sistema bancario. Direttamente o indirettamente. La banca sarebbe stata al servizio della cosca. Gli uomini del clan avrebbero inoltre beneficiato di forme di agevolazione che la banca riconosce ai propri soci. Ma anche partecipato alla vita sociale attraverso l'espressione del consenso sulla elezione degli organi sociali.

Insomma si va ben oltre la “classica” elusione della normativa antiriciclaggio, che pure compare tra le contestazioni della Dda di Catanzaro, retta da Nicola Gratteri. Per eludere le stringenti maglie della legge, agli affiliati alla ‘ndrangheta sarebbe stato assegnato un basso livello di rischio di riciclaggio, attraverso la compilazione lacunosa di questionari di adeguata verifica nei confronti dei clienti e l'omessa segnalazione di operazioni sospette nonostante ne ricorressero i presupposti.

Nella Banca di credito cooperativo crotonese, la famiglia Grande Aracri avrebbe potuto fare qualsiasi cosa: dall’apertura dei conti corrente, all’erogazione di credito, fino all’investimento di capitali.

Il presidente arrestato

L’indagine nasce dall’inchiesta “Thomas”, condotta dalla stessa Dda di Catanzaro il 13 gennaio 2020 e in un certo senso passata in sordina, visto l’imminente scoppio della pandemia da Covid-19, con il relativo lockdown.

In quell’occasione, venne arrestato anche l’allora presidente della Bcc Ottavio Rizzuto, con l’accusa di associazione mafiosa. Rizzuto nel frattempo è deceduto. Da quell’inchiesta emersero le presunte ingerenze della cosca di 'Ndrangheta Grande Aracri sulle attività del Comune di Cutro. Rizzuto, infatti, dal 2007 al 2015 era stato dirigente dell'Area tecnica del Comune di Cutro. Sarebbe stato, quindi, un uomo a disposizione della cosca già da tempo e in altra veste.

Secondo gli inquirenti, infatti, avrebbe agevolato non solo la ‘ndrina Grande Aracri di Cutro, ma anche gli Arena di Isola Capo Rizzuto concedendo prestiti e mettendosi a disposizione dei suoi principali esponenti.

Convinzione alla quale gli inquirenti arrivano non solo attraverso l’esame della vasta documentazione sequestrata in vari momenti. Ma anche attraverso le intercettazioni. In quelle conversazioni, Rizzuto si sarebbe spesso vantato dei suoi atteggiamenti nei confronti delle due consorterie ‘ndranghetiste.

791 soci con precedenti di polizia

E, allora, la definizione di banca della ‘ndrangheta forse non è esagerata. Anche perché le indagini delle Fiamme Gialle e della Dda di Catanzaro avrebbero certificato la presenza nella compagine sociale della banca di "un considerevole numero di soci (791 su 2.532) con precedenti di polizia". In questo contesto, secondo la procura antimafia, "sono presenti 22 soci, persone fisiche e giuridiche, a vario titolo coinvolte direttamente o indirettamente in indagini contro la criminalità organizzata di stampo mafioso".

La Banca di credito cooperativo crotonese, quindi, avrebbe fornito a queste persone delle agevolazioni importanti, consentendo di reperire risorse finanziarie impiegabili nell'attività illecita ma anche gli strumenti bancari necessari per operare nel mercato. La ‘ndrangheta avrebbe inoltre partecipato alla vita sociale della banca "attraverso l'espressione del consenso sulla elezione degli organi sociali" come sostengono gli inquirenti.

La ‘ndrangheta e l’accesso al credito

Svariate inchieste giudiziarie, svolte sui vari territori, hanno dimostrato come le cosche possano vantare un rapporto privilegiato con le banche. Questo attraverso l’attività di singoli funzionari infedeli. In particolare, il collaboratore di giustizia Antonio Russo ha raccontato, a più riprese, come la potente cosca Piromalli potesse vantare canali privilegiati con i funzionari della Piana di Gioia Tauro e non solo.

E l’inchiesta “Ndrangheta banking”, condotta qualche anno fa dalla Dda di Reggio Calabria, ha dimostrato come le principali cosche reggine avessero messo in piedi un “sistema di credito parallelo”, forti della propria liquidità di cassa.

Ma una banca totalmente nelle mani delle cosche non si era mai vista. Per questo la magistratura è dovuta intervenire con un provvedimento insolito, come quello previsto dal Codice Antimafia.

Che ne sarà della Banca di credito cooperativo del crotonese?

Va detto che all'indomani dell'operazione “Thomas”, comunque, la Bcc del Crotonese, aveva provveduto al ricambio di tutti i vertici aziendali.

L’obiettivo degli inquirenti, quindi, è quello di risanare l’istituto di credito, rimuovendone le infiltrazioni della criminalità organizzata e tutelando i correntisti. La Guardia di finanza parla ufficialmente della necessità di “di tutelare la clientela "sana" della banca, realizzando un programma di sostegno e risanamento dell'attività di impresa, finalizzato a rimuovere le situazioni esponenziali dell'infiltrazione della criminalità organizzata e degli altri soggetti pericolosi nell'azienda".

E la stessa Banca, dopo alcune ore dall’emersione della notizia, ha diramato un comunicato: "La misura disposta dal Tribunale è finalizzata a tutelare la clientela della banca, con un programma di breve durata condiviso con l'autorità giudiziaria per rimuovere ogni possibile forma di influenza e infiltrazione nella stessa".

Per la Bcc si tratterebbe di un provvedimento, emesso "per affiancare l'istituto di credito nel completamento della propria opera di bonifica, già iniziata a seguito delle vicende giudiziarie che avevano interessato il Presidente della Banca nell'anno 2019". "L'intervento del Tribunale - prosegue la nota - non fa che rafforzare l'obiettivo della governance della banca di rendere ancora più trasparente il percorso di legalità da tempo avviato e che sarà completato con il processo di fusione in corso con altre tre banche calabresi. Un percorso che porterà, per la prima volta in Italia, a dar vita alla realtà bancaria più importante del sud della Calabria e tra le principali del Mezzogiorno".

Claudio Cordovadi Claudio Cordova   
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