[Il commento] La morte resta uno spaventoso convitato di pietra: si avverte l’urgenza di cambiare dopo a storia di Noa

Occorrono progetti educativi capaci di superare l’estraneità al mondo digitale. Occorre mantenere la coscienza umana intramontabile ma espressa e compresa in nuove categorie culturali. Un compito immenso attende anche la politica e la religione

[Il commento] La morte resta uno spaventoso convitato di pietra: si avverte l’urgenza di cambiare dopo a storia di Noa

Noa Pathoven, anni 17.  La sua morte ha riassunto in un baleno tutte le criticità della vita nell’era digitale. In un batter d’occhio – come breve è stata la sua vita – la gente si è trovata nuovamente di fronte a due problemi capitali del nostro tempo: misurarsi con il mistero della morte in termini comprensibili e rasserenanti per noi dell’era informatica; raccogliere il campanello di allarme che continua a suonare senza che nessuno sia in grado di innovare davvero le risposte culturali nuove all’altezza della sfida telematica. Sfida che ha cambiato e continua a modificare la comprensione a se stesso dell’essere umano, l’assenza di padri e maestri che diffondano saggezza e sapienza di vita nella babele che è diventato il mondo virtuale. Politica e perfino la religione non si sono lasciate interrogare sino in fondo sul senso del vivere e dl morire oggi.

In questa babele in cui la torre dell’evoluzione umana potrebbe riuscire a toccare il cielo se solo si trovassero regole e contenuti condivisi, vince l’orgoglio e la presunzione sull’umiltà e il senso del limite: tutti credono di sapere tutto, di poter parlare di tutto senza la responsabilità di quello che si afferma e si scrive. Le competenze che si acquisiscono solo con lungo tirocinio, specialmente in una globalizzazione che rende immenso lo scibile da sapere. Ora sembra sufficiente avere un iPhone, un tablet, un computer per sentirsi autorizzati a dire la propria opinione su ogni questione. Un atteggiamento diffuso ma che nel caso umanissimo e commovente del fine vita di Noa non solo è andato a sbattere nell’assurdo, ma che per le persone ha evidenziato l’urgenza di riconquistare umanità e per l’informazione l’urgenza di riconquistare credibilità e attendibilità.

La gente ha diritto di potersi fidare di ciò che viene scritto sulla Rete. Non se ne può più della faciloneria e delle menzogne fatte passare per verità. A un occhio superficiale pareva  finalmente che la professione giornalistica potesse essere mandata al macero come quella dei tipografi e degli stampatori e, invece, si scopre che fare il giornalista nell’era informatica è divenuto terribilmente esigente e impegnativo.

Non si tratta più soltanto di scrivere verità verificate ma apprendere l’arte di combattere efficacemente le fake news.  La vicenda di Noà diffusa subito come una storia di eutanasia scioccante per l’età della donna sacrificata, ha messo a nudo che nella Rete manca l’affidabilità, poiché manca in larga misura la verifica dei fatti di cui si parla. Grazie a giornalisti rigorosi e professionali, sensibili all’etica richiesta dalla professione stessa,  si è riuscito a fermare l’avvitamento del dibattito pubblico tra favorevoli e contrari all’eutanasia. Il solito balletto ideologico. Ma questa volta basato sul nulla, poiché non di eutanasia si trattava, ma di una vita infelice e disperata, umiliata e violata fin dalla tenera età come capita a moltissime donne. Una vita bruciata dalla cattiveria altrui in una ragazza fragile che non ha retto l’urto.

Non è un caso che anche tra le voci cattoliche la più limpida e umana sia stata quella di papa Francesco che non ha giudicato, ma ha suggerito di cambiare radicalmente prospettiva se si vuole un mondo più umano e solidale. “L’eutanasia e il suicidio assistito – si legge sull’account Twitter @Pontifex  – sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».

E a questo punto interviene una seconda riflessione sul merito di una vita che giunge al capolinea dopo una grave esperienza di dolore. Si tratta di trovare un linguaggio adeguato al nostro tempo per rappresentare la morte, un tema tragico e naturale che diffonde ancora molta paura quando non addirittura terrore. Eppure oggi sono milioni di persone che ogni giorno muoiono di morte naturale o vittime di violenze, fame, oltraggi indicibili alla propria dignità. La società moderna ha previsto percorsi di preparazione a ogni genere di professione, ma non ha previsto per ogni persona percorsi di preparazione alla morte, unico destino certo per tutti.

Una verità scomoda che si trova relegata ai margini. Un tempo specialmente nelle società cristiane ma non meno nelle società di antichi rituali si facevano i conti con la morte. Talvolta con tonalità eccessivamente terrorizzanti. Roba da brividi per adulti e che andava risparmiata all’esperienza dei ragazzi. E’ rimasta celebre l’opera di sant’Alfonso autore del libro “Apparecchio alla morte”, tanto discussa e criticata ma che per due secoli ha accompagnato la vita cristiana specialmente in Italia.

Lo stesso grande educatore cattolico don Bosco invitava i suoi giovani una volta al mese a trascorrere una giornata nell’esercizio detto della buona morte, un vero e proprio ritiro spirituale per imparare – sulle indicazioni di sant’Alfonso - a vivere saggiamente  facendo le scelte di vita come fossero le ultime. Un grande teologo del tempo del concilio Vaticano II, ha definito l’opera di sant’Alfonso “da cima a fondo una pressante esortazione a convertirsi, ma –aggiunge lo studioso - io vedo proprio in questo la grande attualità del libro. L'umanità odierna soffre molto per aver “rimosso la morte ”.

Chi non accetta la verità della morte, si preclude anche l'accesso alla verità piena della vita. Sant’Alfonso presenta la morte del cristiano fedele e la morte del penitente come un gioioso ritorno in patria, come inizio della festa della gioia eterna. Cerca di indurre i suoi lettori a scegliere in modo giusto e deciso in favore della morte quale punto culminante e lieto ritorno in patria e contro la morte vista come sventura e castigo. Se Alfonso vivesse nella Chiesa odierna, non avrebbe certo tralasciato di tematizzare la risurrezione del corpo. Su questo punto egli è figlio del suo tempo”. Una volta una dottoressa mi fece osservare: “Voi cattolici parlate di risurrezione e di misericordia di Dio ma non riuscite a dimostrare questi aspetti nei vostri funerali dove manca la gioia per il ritorno alla casa del Padre.

Sembra che l’occasione della morte sia il momento che svela l’incredulità di tanti cristiani che preferiscono l’ipocrisia alla fede”. Si tratta in sostanza più che di fare battaglie ideologiche, di dare testimonianza di vita che ha fatto i conti senza paura della morte perché Dio è amore e risusciterà tutti nell’ultimo giorno. Ma è un lungo cammino; prevede tra l’altro un ripensamento umanistico della politica che metta in cantiere un reimpianto complessivo dell’educazione capace di parlare il linguaggio digitale e di proporre quei valori umani intramontabili, ma compresi nel linguaggio del nostro tempo.