Tra lockdown e restrizioni  la moda non è più di moda? La situazione è grave e i ristori non bastano a salvarla

Uno dei settori d’eccellenza del Belpaese subisce colpi mortali. Per  Romolo D'Orazio, Ceo di ModaImpresa e Presidente Confartigianato, la situazione è grave e tante piccole realtà rischiano grosso. Almeno 35 miliardi in fumo. Cosa fare

Una sfilata e, a sinistra, Romolo D'Orazio (Foto ufficio stampa e Ansa)
Una sfilata e, a sinistra, Romolo D'Orazio (Foto ufficio stampa e Ansa)

E’ vero che la moda non è più di moda? Forse no, ma sicuramente soffre parecchio. Uno dei settori d’eccellenza del nostro Belpaese rischia di essere messo in ginocchio da covid, lockdown e restrizioni. La fashion industry accusa colpi mortali che mettono alla prova le grandi Maison ma soprattutto feriscono gravemente le migliaia di micro e piccole imprese che sostanziano il know how del settore. Si tratta – come evidenzia in questa accorata intervista Romolo D'Orazio, manager della moda, Ceo di ModaImpresa e Presidente di Confartigianato Molise – di una crisi devastante. Il problema allora diventa cosa fare. Basteranno i ristori a contemperare la salvaguardia della salute collettiva con la sopravvivenza di un pezzo fondamentale della nostra miglior economia?

Dottor D’Orazio, la luce rossa è già sul lampeggiante intenso e LAPAM, associazione che rappresenta gli imprenditori del settore, lancia l’allarme sull'emergenza nella fashion industry italiana. Cosa sta succedendo?

“Il settore tessile è stato colpito in pieno dalla pandemia, e la stagione estiva 2020, a causa del lockdown di marzo, non è mai partita. Si sperava nella seconda parte dell’anno e nello shopping di Natale, ma sappiamo com'è andata. Ora guardiamo al futuro provando a lottare contro la sospensione del tempo: elaboriamo, sperimentiamo, studiamo”.

Una sfilata (Foto Ansa)

Qualcuno ha scritto che la moda, come la conosciamo oggi, non va più di moda? E’ così?

“No, non direi questo. Mi sento di evidenziare, tuttavia, come l’emergenza covid abbia acceso il faro sulle lacune strutturali del sistema: scarsa digitalizzazione, struttura finanziaria debole, poca managerialità. Non dobbiamo immaginare la Moda avendo come paradigma le grandi Maison milanesi ma dobbiamo porre l’attenzione alle migliaia e migliaia di micro e piccole imprese che sostanziano il know how di questo settore. Queste aziende dovranno cambiare passo, riorganizzando i processi interni e digitalizzando le principali fasi, in modo da guardare con speranza ad un futuro di medio-lungo periodo. Chi non coglierà questa dinamica, a mio avviso, è destinato a scomparire”.

E’ oltremodo preoccupante. Parliamo di un settore che rappresenta una delle maggiori eccellenze del nostro Paese e che muove l’economia e il Pil in maniera decisiva.

“La Moda rappresenta la seconda industria italiana. Nel 2019 produceva 100 miliardi. Oggi almeno 35 miliardi sono andati in fumo e le prospettive non sono delle migliori”.

Si delinea uno scenario dove la filiera del tessile e del fashion in Italia è coinvolta da una crisi durissima, e lo spettro di un nuovo lockdown a causa dell’imperversare del Covid è sempre dietro l’angolo. Marchi di eccellenza e piccole imprese si dichiarano vicine al baratro del fallimento e temono di dover chiudere i battenti. E’ davvero così grave la situazione e cosa può accadere?

“La situazione è molto grave: non dimentichiamo che in questo momento la maggior parte delle aziende ha beneficiato della rogatoria sui mutui, della cassa integrazione ed i lavoratori non possono essere licenziati. Aggiungiamo lo stop delle cartelle esattoriali e la sospensione (per un certo periodo) dei contributi previdenziali.

Capiamo bene che se non si interviene con la proroga delle misure (oppure applicandone di alternative), le aziende tra qualche mese non avranno scampo, stante la perdurante situazione di crisi dei consumi nel settore retail offline".

Impresa tessile (Foto Ansa)

Un vero dramma

"Occorre riflettere sulla circostanza che la chiusura delle attività commerciali comporta la sofferenza finanziaria dell’intero settore; le aziende che hanno consegnato i prodotti hanno già anticipato finanziariamente i costi ma non hanno ricavi o li hanno in misura estremamente ridotta. Quanto possiamo ancora resistere?”

Lo stop alla stagione sciistica contribuisce anch'esso, in qualche misura, al dramma del settore?

“Influisce in maniera importante, non solo per l’abbigliamento e gli accessori maggiormente legati allo sci ma per tutte le attività commerciali situate nei luoghi di vacanza invernale.

Vale la pena ricordare che tra Natale e marzo le boutique espongono anche le nuove collezioni estive alla clientela turistica (quella che non torna successivamente). E' mancato il Natale, manca il mese di febbraio: praticamente la stagione è terminata prima di cominciare (ammesso che si riaprano gli impianti)”.

La moda è un'eccellenza italiana (Foto Ufficio stampa e Ansa)

Basteranno i ristori a impedire la catastrofe di un settore tanto importante per il made in Italy?

“Se il sistema dei ristori rimanesse quello già sperimentato, non ci sarebbe alcuna speranza. Se, come pare, il nuovo Governo penserà a nuove forme di ristoro, che vadano effettivamente a compensare e contemporaneamente a dare nuovo impulso alla ripartenza delle aziende, allora vedremo una luce in fondo al tunnel.

Sarebbe importante erogare le risorse sulla base delle esigenze finanziarie delle aziende, sulla base di business plan credibili e con un buon potenziale a medio-lungo periodo. Non ci si può limitare ad un calcolo algebrico del calo del fatturato in un periodo dato. A maggior ragione in un settore come quello del Fashion, dove si fatturano gli ordini acquisiti nell’anno precedente ed il fatturato non sempre è un indicatore preciso della reale situazione”.

So che non è facile fornire risposte esaustive, ma cosa si dovrebbe fare a suo avviso? Si tratta di contemperare le esigenze di sopravvivenza di un settore vitale con la salvaguardia della salute delle persone.

“Innanzitutto, bisogna fare in fretta. Accelerare le procedure per ottenere i fondi del Recovery Fund e passare alla fase operativa senza indugi. Questa è la grande ed ultima occasione per la nostra economia reale.

Sarebbe molto utile, inoltre, organizzare un corridoio commerciale che possa riportare in Italia grandi buyer internazionali con tutte le cautele del caso (patente di immunità, ad esempio).

Per quanto concerne la salute delle persone, credo che con le giuste cautele, accortezze e vigilanza, si possano tranquillamente lasciare aperte le attività commerciali e dare un po' di speranza al settore che, necessariamente, deve ripartire”.