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Vi spiego cosa è il Mes e cosa può succedere se cambia il trattato

La riforma del Meccanismo europeo di stabilità ha riacceso lo scontro tra maggioranza e opposizione: ecco cosa prevede la bozza

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Giuseppe Conte e Jean Claude-Juncker
Giuseppe Conte e Jean Claude-Juncker

Cosa è il Mes e perché strangolerebbe il paese? Anzi, perché – come dice il leader della Lega, Salvini - svuoterebbe il risparmio degli italiani (in verità, trattandosi di titoli pubblici, semmai più il risparmio degli stranieri, che detengono Btp in quantità maggiore degli italiani, banche comprese)? Possibile che riforme così epocali vengano varate – come dice non solo Salvini, ma anche il ministro degli Esteri in carica, Di Maio – clandestinamente, di notte, senza avvisare nessuno? Riuscirà un vertice di governo, convocato in fretta e furia, a sventare la minaccia o è già troppo tardi?

Riforma del Mes

Queste domande, che stanno infiammando il dibattito politico in queste ore, sono senza senso. Per la riforma del Meccanismo europeo di solidarietà, ovvero il Fondo che interviene per i salvataggi, tipo quelli avvenuti in Grecia e in Portogallo (questo è il Mes), non è avvenuto nulla e nulla avverrà ancora per almeno un paio d’anni. Ed è risibile l’idea di un varo sottotraccia, semiclandestino. La riforma comporta una modifica dei trattati. Quindi, ammesso che i capi di governo (il dossier è nell’agenda del prossimo vertice di dicembre) la varino, dovrà essere sottoposta al vaglio, al dibattito pubblico e al voto di ogni singolo parlamento nazionale interessato (più, nel caso del Belgio, qualcuno regionale). In Italia, dovranno quindi votarla Camera e Senato. Gli attuali o i prossimi. Nessuno si stupirebbe se la riforma venisse bocciata e decadesse, visto che occorre un consenso unanime di tutti i paesi interessati. E’ già avvenuto, con altre modifiche dei trattati.

A giugno la bozza d'intesa

Le domande sensate, infatti, sono altre. La riforma del Mes, in Europa, fu impostata a giugno, quando una bozza di intesa fu varata dai capi di governo nell’ultimo summit Ue. In carica, in Italia, non c’era, a giugno, l’attuale governo giallorosso, ma il precedente. La coalizione Lega-5stelle, i due partiti che oggi protestano. Dov’era, in quei giorni di giugno, Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e uomo forte del governo e perché non si è stracciato, allora, le vesti? Vero che Salvini era di solito in giro a fare campagna elettorale, ma, allora, dov’era il fido Giorgetti, esperto della materia e tenace guardiano delle posizioni della Lega dentro il fortino di Palazzo Chigi e perché non ha protestato allora? E dov’era l’altro vicepresidente, Di Maio, che con Tria, allora ministro del Tesoro e addetto alla questione Mes, discuteva e litigava quasi ogni giorno sugli argomenti più svariati? Del Mes – allora – mai? La risposta, probabilmente, è nella riforma del Mes. Che può essere discussa e, dal punto di vista italiano, migliorata. Ma non è affatto una riforma dirompente e, in realtà, neanche particolarmente innovatrice. Anzi, in almeno un caso (quello più discusso in queste ore) non cambia nulla e lascia le cose come stanno da sei anni.

 4 capitoli

La bozza prevede quattro capitoli. Il primo riguarda i salvataggi bancari da parte del già esistente Fondo di risoluzione (Srf), che è finanziato dalle banche e non dai contribuenti. Se finisse i soldi, il Mes potrebbe intervenire con dei prestiti di emergenza allo stesso Srf. Il secondo capitolo riguarda gli interventi cautelativi a sostegno di paesi in difficoltà, ma finanziariamente – dal punto di vista di Bruxelles – virtuosi. Ovvero, i paesi che, nei due anni precedenti alla richiesta di aiuto, hanno avuto un disavanzo pubblico inferiore al 3 per cento del Pil e un debito pubblico non superiore al 60 per cento di quel Pil. O che, comunque, nei due anni precedenti all’intervento hanno ridotto di un ventesimo l’anno la differenza fra il rapporto debito/Pil corrente e l’obiettivo del 60 per cento (per l’Italia, significherebbe una improbabile riduzione del debito al ritmo di oltre 50 miliardi di euro l’anno). Insomma, la Germania, l’Austria, l’Olanda. Questi paesi potrebbero richiedere l’intervento di emergenza, senza sottostare a particolari condizioni.
Gli altri due capitoli interessano, invece, da vicino l’Italia. Il terzo, infatti, si occupa degli interventi a sostegno dei paesi non virtuosi, quelli che non possono ostentare i parametri tedeschi o austriaci. Anche solo alcuni di questi parametri (l’Italia, ad esempio, soddisfa il criterio del deficit, ma non quello del debito). E, qui, le precondizioni ci sono. In questo caso, infatti, il Mes interviene solo se: 1) le finanze del paese in questione sono solide, cioè il salvataggio è realistico e non a fondo perduto; 2) il paese si impegna, con un apposito dettagliato documento, ad adottare le misure necessarie a correggere le debolezze che lo hanno messo in difficoltà (spesa pubblica troppo alta, pensioni o aumenti salariali troppo elevati ecc.) e a sottoporsi a controlli periodici da parte di chi ha prestato i soldi.

Ristrutturazione del debito pubblico

Ma non è quello che abbiamo già visto in Spagna, in Portogallo, in Grecia, in Irlanda, durante tutta la crisi dell’euro, dal 2011 in poi? Non è la Troika in azione, quella Troika di controllo tante volte evocata e paventata dai politici italiani? Esatto. E’ esattamente quella troika lì, né più né meno. Non ci sono novità. “Queste regole – spiega lo stesso Mes in una sua nota – sono in vigore fin da quando è stato creato il Meccanismo europeo di solidarietà nel 2012 e rimangono uguali nel nuovo Trattato riveduto”.Insomma, lo spauracchio della Troika che commissaria il governo italiano c’era e rimane, ma è una bestia che conosciamo bene. Novità ce ne sono, invece, nel quarto capitolo, anche se meno scoppiettanti di quanto potrebbe apparire a prima vista. Il capitolo si occupa delle ristrutturazioni del debito pubblico, tema assai importante, visto che per “ristrutturazione” si intende un taglio del debito: il paese x ha in giro titoli per 100 euro, non ce la fa a pagare gli interessi, “ristruttura” i titoli in circolazione, tagliandone l’importo, in modo che il suo debito complessivo non sia più di 100, ma di 60. In realtà, il termine “ristrutturazione”, nella bozza non compare mai. Ma di questo, nei fatti, si tratta ed è un terreno quanto mai scivoloso, perché lo spettro di una possibile ristrutturazione può alimentare la fuga degli investitori da un debito pubblico che appare pericolante o può indurli a chiedere interessi più alti. Dunque la bozza di riforma del Mes introduce il pericolo di una ristrutturazione del debito pubblico? Niente affatto: questa possibilità esiste già. Il tema di questo capitolo sono, infatti, le Cac, le clausole di azione collettiva: quando ci sono queste clausole, lo Stato pericolante propone ai suoi creditori una ristrutturazione (100 diventa 80, ad esempio). I creditori votano e, se l’approvano, la ristrutturazione avviene, anche per quelli che hanno votato contro. Queste Cac, però, esistono già nell’ordinamento europeo e coprono quasi tutto il debito pubblico esistente. Tutti i titoli emessi dal 1 gennaio 2013 nei paesi europei, infatti, devono includerle. Poiché la stragrande maggioranza dei titoli in circolazione è, al massimo, decennale, al 1 gennaio 2023 tutti i Btp, Bund, Bonos avranno incluse le Cac.

La novità

Dove è la novità? Oggi queste clausole scattano con una doppia votazione. Deve accettare la ristrutturazione del debito la maggioranza complessiva dei creditori. Ma, poi, anche la maggioranza dei possessori dei titoli per ogni singola emissione. Le diverse emissioni in circolazione sono decine e decine. E’ un processo assai lungo e tortuoso. La bozza lo taglia e lo semplifica rendendo sufficiente la votazione della maggioranza dei creditori nel loro complesso e non per emissione.
Una eventuale ristrutturazione diventa, insomma, più semplice e veloce. Spaventa gli investitori o li fa sentire più garantiti? E’ un pericolo reale e concreto per l’Italia o, nel momento in cui si arrivasse a parlare di Clausole di azione collettiva, la frittata sarebbe già fatta, la bancarotta già avvenuta e il fatto che la ristrutturazione avvenga più in fretta niente aggiunge o toglie alla gravità della crisi? Non sembra una questione che giustifichi un veto del governo italiano alla riforma. Piuttosto, può essere una moneta di scambio per una discussione con gli altri governi che si allarghi ai punti critici dell’unione bancaria, che è di là da venire ma già investe il tema – assai più delicato – di quanti titoli pubblici del proprio paese possano avere in pancia le banche (nel caso italiano, 400 miliardi di euro).In conclusione, più che una bomba, questa storia delle Cac ha l’aria di un petardo, messo, però, vicino ad un barile di petrolio. E il barile è la situazione politica complessive e la angoscia di Di Maio di non perdere contatto con gli elettori 5Stelle attenti alla propaganda di Salvini.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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