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Manovra, marcia indietro del governo anche sullo scudo penale per i reati tributari. Dopo quello sul Pos

Le tensioni sono soprattutto dentro la maggioranza. La fonte di governo: “Le opposizioni hanno minacciato ostruzionismo e certo non possiamo rischiare l’esercizio provvisorio. Ci riproveremo a breve”. Domani il testo in aula e il 23 la fiducia. Si lavora per il via libera al Senato entro il 28. Per consentire al premier di fare la conferenza stampa di fine anno a legge di bilancio approvata

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Manovra, marcia indietro del governo anche sullo scudo penale per i reati tributari. Dopo quello sul Pos
Meloni e Giorgetti (Ansa)

Manca una manciata di minuti alle 20 quando la fonte di governo ammette la sconfitta. “E’ solo una ritirata strategica” ammette.  “Ok, ritiriamo quello che le opposizioni chiamano scudo penale perchè Pd e Terzo Polo ci hanno detto chiaramente che avrebbero fatto ostruzionismo”. Beh, già nella legge di bilancio ci sono undici condoni, poi anche lo scudo penale, un po’ troppo no? “Ma non è un vero scudo penale, riguarda reati tributari minori. E comunque lo faremo più avanti in un altro modo. Stavolta è andata così”. Cioè una sorta di cambio merce: la maggioranza fa marcia indietro rispetto al cosiddetto “scudo penale” ma le opposizioni non fanno ostruzionismo e ingoiano la fiducia. Non è un bell’esordio per la maggioranza alla sua prima legge di bilancio. Fratelli d’Italia che quando era all’opposizione ha sempre fatto ostruzionismo contro “lo svuotamento” delle funzioni parlamentari e che anche lo scorso anno di questi accusava Draghi di aver esautorato il luogo della democrazia rappresentativa, appena arrivati al governo ha fatto tale e quale e anche di più.  

Giovedì in aula con la fiducia

Il patto sarebbe stato siglato ieri alle 21 nella riunione dei capigruppo alla Camera che per la quarta volta in una settimana ha rifatto il calendario dei lavori rinviati di giorno in giorno da venerdì della scorsa settimana. La legge di bilancio 2023 arriverà in aula domattina, sarà subito messa la fiducia (il governo la dovrebbe approvare nel Consiglio dei ministri convocato per le 11.30) per avere il via libera finale venerdì 23. Da palazzo Chigi filtra anche che al Senato tutto potrebbe “concludersi” tra il 27 e il 28 dicembre (anche qui con la fiducia) in modo da consentire alla presidente Meloni “di fare la conferenza stampa di fine con i giornalisti a legge di bilancio già approvata”. Lo scorso anno Meloni mangiò la faccia a Draghi perchè osò farla addirittura prima di Natale.  

Spariti tesoretto ed emendamenti

In pratica, queste due settimane e mezzo in Commissione sono state inutili. E ugualmente lo sarà, dal punto di vista del contributo del Parlamento, il passaggio alla Camera e dopo Natale al Senato.

Alla fine, dopo vari giri di giostra, l’impianto della manovra voluto da Meloni e Giorgetti è rimasto lo stesso. Non poteva essere diversamente visto la radicalità  con cui Giorgetti ha preteso “cautela e prudenza” con i conti pubblici, cosa che è molto piaciuta a Bruxelles. E nel momento in cui 2/3 della manovra e- i 21 miliardi presi a deficit - sono destinati a contenere il caro energia per famiglie ed imprese e seguono la strada impostata dal governo Draghi. Lo stallo dell’ultima settimana è dovuto al fatto che il governo aveva chiesto di sfoltire gli emendamenti prima da tremila e passa a 450. Poi ulteriormente a 200. Adesso sarebbero ancora meno. Ieri sera il relatore Pella (Fi) ha parlato di una ventina di emendamenti del governo. La Commissione ha cominciato a votare ieri sera alle 22 ed è andata avanti ad oltranza. Il problema è che nel frattempo i 400 milioni che erano la dote lasciata al Parlamento, sono diventati 200 e la maggior parte vengono usati per emendamenti del governo. Bisogna capire che il mandato stesso di molti parlamentari consiste nella capacità di direzionare il maggior numero di soldi sul proprio territorio, sagre, piazze o competizioni sportive. Una mission quest’anno negata in partenza.  

Emendamento fantasma

Ogni giorno la sua pena. Quella  di ieri è stata doppia: l’emendamento del governo per introdurre lo scudo penale per reati tributari e fiscali; un altro emendamento sempre del governo che sottrae il controllo delle intercettazioni dell’intelligence al ministero della Giustizia e le porta sotto il Mef. Alle opposizioni sembra una perdita di controllo su un dossier molto delicato: questo tipo di ascolti sono comunque autorizzati dal procuratore generale ma portare le spese sotto il Mef potrebbe limitarne il controllo. Vedremo cosa decide di fare il governo.    

Sul primo emendamento il caos è montato per tutta la giornata con le opposizioni che già lamentano la gestione confusa da parte del Mef e del confronto (assente) in Commissione con giornate passate a Montecitorio senza fare assolutamente nulla. “Se c’è salta il banco” aveva detto in mattinata la capogruppo dem alla Camera, Deborah

Serracchiani. A fine mattina Calenda, Marattin, Bonetti, Paita (Terzo Polo) fanno una conferenza stampa per dire: “Così non va, tutto sbagliato, metodi e contenuti, avevano offerto la nostra collaborazione ma per come sono andate le cose non è possibile fare alcunchè”. Una marcia indietro totale rispetto al leader che entrò a palazzo Chigi pieno di proposte. A protestare anche l'alleanza rosso-verde e il M5s, con Giuseppe Conte. Fino alla marcia indietro nel tardo pomeriggio. 

Per le opposizioni si tratta dell'ennesimo inghippo nato da uno scontro tutto interno alla maggioranza e in particolare dalla volontà del partito di Silvio Berlusconi di rendere operativo lo scudo sin dalla legge di bilancio. Gli azzurri però negano e assicurano che del testo aveva piena consapevolezza anche il vice ministro dell'Economia di Fratelli d'Italia, Maurizio Leo.  

La promessa: “Presto una norma ad hoc”

A stoppare la norma, con il ministro dei Rapporti con il Parlamento Gianluca Ciriani a fare da pontiere all'interno della stessa maggioranza, è stata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Non è il momento, abbiamo cinque anni per rispettare gli impegni presi” avrebbe detto. A palazzo Chigi sarebbe scattato l'allarme, il timore che una misura del genere non solo non sarebbe stata compresa, ma avrebbe compromesso anche la corsa contro il tempo per evitare l'esercizio provvisorio. D'altra parte, già nel pomeriggio, fonti del Mef avevano fatto sapere che “se il Parlamento ritenesse di non modificare la manovra, per il ministero dell'Economia e delle finanze va benissimo il testo già approvato in Consiglio dei ministri. Con quello si andrà in Aula e su quello sarà posta la fiducia, con l'eccezione della riformulazione sul Pos”. Una super strigliata alla stessa maggioranza.  

Dal taglio del cuneo al Reddito sempre più corto

La manovra è quindi un cantiere ancora in piena attività ma con alcuni paletti certi. Da qui la “minaccia” del Mef “andiamo in aula col testo che abbiamo, a noi va bemissimo”. Contro il caro- energia (21 dei 35 miliardi totali) le cose sono abbastanza chiare:taglio degli oneri impropri delle bollette, il bonus sociale (con soglia Isee alzato a 15mila euro), il credito d’imposta rafforzato per le imprese. In arrivo anche lo stop fino al 31 gennaio 2023 dei distacchi del gas, l'estensione dell'Iva al 5%  al teleriscaldamento e l'Iva al 10% per i pellet. La maggior parte di queste misure hanno una copertura fino a marzo. Poi il governo promette di intervenire di nuovo. A seconda di come sarà mutato il contesto internazionale.

Delle grandi “bandiere” sventolate in campagna elettorale resta poco o nulla. Per autonomi e partite iva la tassa piatta è estesa ai redditi fino a 85mila euro e arriva una flat tax incrementale al 15% con una franchigia del 5% e un tetto massimo di 40.000 euro. Salvini strappa Quota 103 sul fronte pensioni: nel 2023 si potrà andare in pensione con 41 anni di contributi e 62 anni di età. Previsto un incentivo per chi resta al lavoro (bonus Maroni) che però viene giudicato “inutile”. Cambia Opzione donna, che sale a 60 anni (ma riducibili di un anno per ogni figlio e nel limite massimo di 2 anni), ma solo per caregiver e invalide al 70%. Confermata l’Ape sociale per i lavori usuranti. Tra gli argomenti che fanno più discutere e hanno portato in piazza Cgil e Uil c’è il capitolo indicizzazione delle pensioni. Il governo modifica l'indicizzazione degli assegni (sale all'85% per i redditi tra quattro e cinque volte il minimo, ma l'aliquota scende per gli altri scaglioni) e salgono a 600 euro le pensioni minime per gli over75 (vittoria di Berlusconi) ma solo per il 2023.  

Dalla “Carta spesa” allo sconto per i Club di calcio 

Tra le altre misure di peso, oltre l’Iva ridotta al 5% per prodotti per l’infanzia e per l’igiene femminile, c’è  la “Carta risparmio spesa” per redditi fino a 15mila e il taglio del cuneo fiscale (2% per redditi  fino a 35 mila euro; 3% fino a 25 mila). C’è poi il contestatissimo capitolo (dalle opposizioni e da Bruxelles) della tregua fiscale: rateizzazione dei pagamenti fiscali non effettuati nel 2022 per chi non ha versato le tasse, con mini sanzione del 5% sui debiti del biennio 2019-2020; cancellazione delle cartelle sotto i mille euro fino al 2015. Tra le ultime modifiche lo stralcio slitta al 31 marzo e sono scuse le multe con la libertà ei comuni di non applicare la norma. E fare, così, cassa. Nel 2023 il Reddito di cittadinanza sarà riconosciuto agli occupabili fino a 7 mensilità (erano otto, un mese in meno per recuperare altri soldi). E sale da 6 a 8mila euro la soglia massima per l'esonero dal versamento dei contributi per chi assume i beneficiari del reddito.

Da gennaio sale a 5mila euro la soglia per l'uso del contante. Mentre salta il tetto all’uso del Pos. Resta l’obbligo per ogni spesa, anche il caffè, e il governo sta cercando di intervenire sulle spese di commissione destinando a questa voce parte delle entrate degli extraprofitti delle aziende del comparto energetico (la tassazione sale dal 25 al 50 per cento sul reddito che eccede almeno il 10 per cento la media del triennio 2018-2021. Il  Superbonus edilizio slitta al 31 dicembre  (esulta Forza Italia) e si potrà passare dal tasso variabile a quello fisso ma solo per mutui fino a 200 mila euro, Isee a 35 mila euro e senza ritardi nei pagamenti. Condizioni molto selettive. 

Hanno fatto molto discutere anche altre due norme: anche i club di calcio potranno rateizzare fino a 5 anni i versamenti tributari sospesi causa Covid, non è uno scudo penale ma certo un grosso favore ai grandi club; il bonus cultura per i 18enni cessa di essere universale e sarà di 500 euro con tetto Isee fino a 35mila euro o 100 alla maturità. Mille euro se si soddisfano entrambi i criteri.  

Oggi il Consiglio dei ministri

Oggi al Senato si vota la questione di fiducia sul dl Aiuti quater (è la prima su un provvedimento del governo) e ci sarà una riunione del Consiglio dei ministri: sul tavolo il decreto Milleproroghe che, tra l'altro, contiene la prosecuzione “con finalità liquidatoria” dell'amministrazione straordinaria di Alitalia fino al 31 dicembre 2023 e il proseguimento fino al 30 giugno dell’Unità per il completamento della campagna vaccinale. Ma i riflettori sono anche sul Pnrr. C’è un dialogo con Bruxelles sulla possibilità di far slittare oltre il 2026 i progetti (la richiesta è arrivata anche da altri Paesi), un'interlocuzione in corso con i ministeri e gli enti locali per far s che vengano rispettatele scadenze fissate entro il 2022. A gennaio probabilmente arriverà un decreto per implementare il piano con la possibilità di evitare la parcellizzazione dei progetti concentrandoli su un numero minore di target ma di più facile realizzazione. Anche qui, si tratterà di capire fin dove può e vuole arrivare Bruxelles. E quale significato dare ad un altro chiodo fisso del governo: cambiare il Pnrr. E la sua governare. Cioè, mettere le mani su quei soldi. 

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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