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[il caso] La carestia dei chip che sta fermando le fabbriche

Uno dei prodotti dai quali siamo dipendenti nelle mille e una attività della nostra vita quotidiana è in crisi

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
[il caso] La carestia dei chip che sta fermando le fabbriche

C’è una crisi in atto. Una crisi di cui si parla poco, ma che sta mettendo in difficoltà in tanti. Una crisi che, una volta tanto, non riguarda il Covid-19, ma uno dei prodotti dai quali siamo dipendenti nelle mille e una attività della nostra vita quotidiana: il microchip. 

Sono ovunque

Ormai non c’è prodotto che non abbia al suo interno un microprocessore o che per essere fabbricato e distribuito non conti su macchinari che ne incorporano qualcuno. Persino per conservare la verdura dell’orto ci si affida a un frigo che quasi sicuramente sarà dotato di un chip. D’altra parte siamo nel XXI secolo e sarebbe strano il contrario. Il problema tuttavia è che negli ultimi sei mesi i microprocessori hanno cominciato a scarseggiare, particolarmente quelli poco o mediamente sofisticati, fino a divenire merce sempre meno facile da reperire, e quindi sempre più ambita e costosa. 

Niente PS5, Xbox X, Switch

A soffrire in modo particolare per la penuria di chip, o più propriamente dei semiconduttori, è stato naturalmente il settore dell’elettronica da consumo: Sony e Microsoft sono state costrette a rallentare la produzione della nuova Playstation PS5 e della Xbox serie X e S, lo stesso dicasi per Nintendo e la sua consolle Switch per la quale l’azienda prevede un calo del 12% delle vendite dovuta proprio alla carenza di componenti e alla conseguente impossibilità di soddisfare la domanda. Per non parlare di telefoni, computer e tablet con consegne saltate e forniture ai negozi sempre più incerte. Tuttavia, il settore che forse ha sofferto più di ogni altro è stato quello delle automobili.

Chip a quattro ruote

Lo scorso 2 maggio FCA, oggi parte di Stellantis, ha annunciato lo stop di una settimana dello stabilimento di Melfi, dove si producono Jeep e 500X, e la messa in cassa integrazione di settemila dipendenti per problemi legati all’approvvigionamento di chip da installare nelle vetture. Anche la Mercedes-Benz per lo stesso motivo sta chiudendo gli stabilimenti che producono la “Classe C”, e Peugeot, l’altra gamba di Stellantis, ha addirittura deciso di usare su alcuni modelli i vecchi tachimetri analogici invece di quelli digitali. 

L’elettronica, infatti, è ormai dappertutto nelle nostre automobili: oggi una vettura può arrivare ad avere fino a tremila chip, seguendo una tendenza che è andata rafforzandosi nell’ultimo decennio di pari passo con l’avanzare della tecnologia. Secondo un rapporto della società di consulenza Deloitte nel 2010 l’elettronica contava per il 27% nel costo di produzione di un’automobile, oggi siamo ormai al 40%. 

Così non sorprende che se mancano i microprocessori tra i primi a risentirne vi sia proprio il settore dell’automotive. Secondo IHS Consulting, la scarsità di processori e altri problemi nella catena di produzione hanno costretto a ridurre la produzione di 1,3 milioni di veicoli solo nel primo trimestre del 2021. E a risentirne sono state tutte le case automobilistiche. 

Tutti fermi

La Volkswagen ha tagliato la produzione nei suoi stabilimenti in Germania e in Messico, dove produce le Tiguan dirette al mercato americano. General Motors è stata costretta a fermare la produzione in sei stabilimenti licenziando temporaneamente oltre 1.500 lavoratori e alla fine ha deciso di accantonare da una parte le macchine prive di parti elettroniche in attesa di poterle completare. Anche Ford ha appena annunciato che terrà fermi più a lungo del previsto sei dei suoi stabilimenti negli Stati Uniti e in Canada che producono il pick-up F-150, il SUV Explorer e il crossover Escape. L’azienda ha stimato che la scarsità di chip potrebbe avere un impatto sul suo fatturato 2021 da 1 a 2,5 miliardi di dollari mentre la società di consulenza AlixPartners ha ipotizzato che nel 2021 l’impatto complessivo sulle vendite dell’intero settore potrebbe raggiungere i 61 miliardi di dollari. 

Contenimento danni

Alcuni produttori come Renault stanno razionando i chip: «stiamo tentando di escogitare una soluzione intelligente per dare la priorità alle vetture che garantiscono margini più elevati» – ha dichiarato agli analisti Clotilde Delbos, vice amministratrice delegata di Renault. Anche la Mercedes-Benz sta riservando i chip che ha disponibili per i suoi modelli più costosi come la EQS electric luxury presentata da poco e il cui prezzo dovrebbe essere intorno ai 90-100mila euro. 

Il momento peggiore

Rallentamenti e blocchi non potrebbero arrivare in un momento peggiore. Dopo il Covid la domanda di autoveicoli ha avuto un forte rimbalzo e al momento è piuttosto robusta, alimentata anche dai risparmi accumulati dai potenziali acquirenti durante i mesi di lockdown, tanto che a inizio anno le previsioni di crescita per il 2021 erano del 9% con un’ipotesi di circa 83 milioni di veicoli venduti. Non essere in grado di soddisfare la richiesta è quindi un brutto colpo. Ma non è solo il settore delle automobili a essere in difficoltà, poiché i microchip sono impiegati ovunque, il rallentamento sta avendo conseguenze a cascata in tutto il mondo e in ogni settore proprio quando economia e consumi sono finalmente in ripresa. Le catene di fornitura si interrompono, la produzione si ferma, i magazzini si vuotano e le vetrine cominciano a rimanere vuote. 

Perché la carestia?

Ma perché mancano i chip? Da dove viene la carestia? Ovviamente c’entra la pandemia.

Nell’ultimo decennio il fabbisogno di microchip è cresciuto senza sosta. Nel 2010 le vendite mondiali ammontavano a 310 miliardi di dollari, nel 2020 hanno raggiunto i 440 miliardi di dollari e per il 2021 si prevede un’ulteriore crescita dell’11%. A trainare la domanda, oltre ad automotive ed elettronica di consumo, sono ovviamente informatica e telefonia. Solo il segmento dei pc e dei server è cresciuto dell’11%, seguito a ruota da quello degli smartphone. Quest’ultimo dovrebbe continuare a crescere significativamente nel 2021 grazie alla spinta dei telefoni 5G che rappresenteranno circa il 30% delle nuove consegne. 

Tuttavia, di per sé l’aumento della richiesta di semiconduttori non sarebbe stato un problema. In generale, domanda e offerta di chip sono sempre andate di pari passo senza che si verificassero eccessi significativi di offerta o di domanda. 

La pandemia ha complicato tutto

Le cose sono diventate meno lineari con l’avvento della pandemia. L’incertezza che ne è derivata, le difficoltà logistiche, l’aumento della domanda di laptop, videogiochi, monitor e altri prodotti elettronici, il calo delle vendite delle autovetture, i maggiori investimenti aziendali in infrastrutture IT, sono elementi che hanno determinato forti oscillazioni nella domanda di beni. Le aziende che li producono hanno dovuto cercare di adattarsi giocando soprattutto sulle scorte con l’obiettivo di averne abbastanza per far fronte al panorama complicato che si trovavano davanti e contemporaneamente di non appesantire troppo i loro magazzini, facendo lievitare i costi e rischiando di ritrovarsi troppo invenduto. 

Predire il futuro

Predire il futuro non è facile e così ci sono stati settori come l’automotive che hanno sottostimato la ripresa delle vendite e si sono presto trovati senza scorte dei componenti necessari per la produzione, elettronici in primis, e quelli che invece hanno accumulato scorte eccessive. Tutto ciò ha determinato oscillazioni molto forti nella domanda di chip, con clienti che prima facevano ordini all’osso e poi all’improvviso richiedevano aumenti di fornitura e viceversa. E le oscillazioni non hanno riguardato solo la quantità, ma anche le tipologie diverse di chip. Il mercato è divenuto meno fluido e prevedibile e l’offerta di processori non è riuscita a seguire una domanda altalenante. Il risultato è stato la carenza di semiconduttori con conseguenti rallentamenti e blocchi nella produzione e scarsità di beni finali sul mercato. In questo contesto i produttori di automobili sono stati particolarmente svantaggiati perché avevano tagliato le scorte e perché le aziende di semiconduttori preferiscono dare priorità ai produttori di smartphone, videogame e altri prodotti elettronici di consumo. 

Tempi lunghi

Nonostante tutto ciò nel corso della pandemia (febbraio 2020- febbraio 2021) il mercato globale dei semiconduttori è cresciuto del 14,7%, ma i tempi di consegna si sono fatti molto più lunghi. Ad aprile l’intervallo che intercorre tra ordine e spedizione di una partita di microchip è arrivato a essere tra le 33 e le 44 settimane, a seconda del tipo di processore. A inizio anno ce ne volevano tra le 10 e le 16: in tre mesi i tempi sono triplicati. Se la tendenza di fondo deriva dalla pandemia, ad aggravare la situazione si sono aggiunti alcuni eventi fortuiti e sfortunati. 

Una serie di sfortunati eventi

Il primo della serie di sfortunati eventi è stata la tempesta di neve che si è abbattuta sul Texas a febbraio che ha comportato la chiusura temporanea di tre stabilimenti, quello di NXP Semiconductors, che produce chip per le automobili e per la telefonia, quello di Infineon Technologies e quello di Samsung. Dopo poco più di un mese il secondo evento: il 29 marzo divampa un incendio nello stabilimento di Hitachinaka, a nord di Tokyo, della Renesas Electronics, un’azienda giapponese che produce chip per il monitoraggio dei freni, dello sterzo, del meccanismo che fa scattare l’airbag e per mille altre funzioni delle automobili. La produzione è ripresa il 19 aprile, ma ci vorrà ancora un mese e mezzo, fino a fine giugno, prima di tornare ai livelli ordinari di produzione. Infine, da aprile Taiwan è nel mezzo di una seria siccità, un problema non da poco per il settore dei semiconduttori che per la produzione utilizza ingenti quantità di acqua purissima. Molti bacini per le riserve idriche sono ridotti al 10-20% della normale capacità e quello di Baoshan No. 2 Reservoir nella Hsinchu County, una delle principali fonti di approvvigionamento per il settore, è solo al 7%. Le aziende stanno cercando di far fronte riciclando quanta più acqua possono e acquistando autobotti di acqua. Ma se le cose non migliorano la produzione è destinata a risentirne. 

A Natale meglio il Meccano.

Anche quando verranno superate le conseguenze della serie di sfortunati eventi, le cose non miglioreranno di molto. Nel frattempo, infatti, la domanda di semiconduttori continuerà a crescere e l’offerta ad arrancare dietro. Le previsioni sono che la carestia di semiconduttori durerà sicuramente per tutto il 2021, ma potrebbe estendersi al 2022 inoltrato e forse fino al 2023. Se in autunno vi diranno che per il modello di macchina che volevate ci vorranno sei mesi e il prossimo Natale non troverete la PS5 per vostro figlio e sarete costretti a ripiegare sul Meccano, saprete perché. 

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   

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