Altro che rimbalzo, l'economia europea si è fermata e il coronavirus peggiora le cose

Gli indicatori dell'Ue ballano a un passo dalla recessione. Lentissima la Germania, lenta la Francia, asfittico il nostro Paese. L'analisi delle previsioni

Altro che rimbalzo, l'economia europea si è fermata e il coronavirus peggiora le cose

Ci manca solo una crisi di governo che faccia nuovamente schizzare in alto lo spread. La situazione sui mercati finanziari, dove i tassi che pagano i titoli di debito italiani hanno finalmente smaltito la lunga febbre populista e sono tornati ai livelli di inizio 2018, è infatti forse l'unico raggio di luce, in un 2020 che, man mano che passano le settimane, si fa sempre più cupo. Le previsioni sull'economia italiana ed europea che circolano a Roma e a Bruxelles sono, infatti, sempre più striminzite, ma, in realtà, potrebbero presto rivelarsi ottimistiche. Di fatto, l'Europa – e, con essa, ancor più l'Italia – balla sul ciglio della recessione. Sapremo a fine marzo se ci siamo sprofondati: i segnali, al momento, sono preoccupanti. A livello ufficiale, un po' tutti ripetono che le previsioni per l'intero 2020 danno per scontato, in realtà, un rimbalzo nei prossimi mesi. Ma di rimbalzo, ormai, si parla da un anno e, finora, non si è ancora materializzato.

Frenano tutti i "big"

Le previsioni che Paolo Gentiloni, per conto della Commissione Ue, ha presentato nei giorni scorsi certificano, intanto, il vistoso rallentamento – rispetto alle attese di un anno fa – dell'eurozona. A Bruxelles giudicano che, dopo essere cresciuta dell'1,4 per cento nel 2019, l'economia europea non riuscirà ad allargarsi, quest'anno, più dell'1,2 per cento. Frenano Germania e Francia, diagnosticate ambedue ad un più 1,1 per cento, mentre latita, ancora una volta, la terza economia del continente, l'Italia, che la Commissione ritiene non crescerà più dello 0,3 per cento (e neanche lo 0,4 per cento, come si pensava solo pochi mesi fa e come ancora spera il governo di Roma).

Francia e Italia che scalano di marcia

Ma, se invece di guardare avanti con il cannocchiale, si fotografa la situazione attuale, in tempo reale, il panorama appare assai più sconfortante. Eurostat segnala che il Pil dell'eurozona - che, nel terzo trimestre, era tornato a crescere dello 0,3 per cento - si è di nuovo bloccato. Fra ottobre e dicembre è salito solo dello 0,1 per cento: l'Europa non cresceva così poco dal 2013, all'epoca della Grande Crisi. Colpa dell'industria tedesca, segnata dalle guerre commerciali dell'era Trump? Paradossalmente, sarebbe meglio, perché é quello che ci si aspettava. Invece, no, almeno non in prima battuta. L'economia tedesca, nell'ultimo trimestre, è rimasta ferma, ristagnando allo 0,0 per cento. Il rallentamento europeo nasce, piuttosto, in Francia (gli scioperi hanno tolto lo 0,1 per cento al Pil transalpino) e in Italia, dove la contrazione è significativa: meno 0,3 per cento negli ultimi mesi del 2019. Se anche il primo trimestre 2020 vedesse il segno meno, per noi sarebbe, tecnicamente, recessione.

Berlino ha finito il combustibile

Il problema è che, invece di far intravedere il rimbalzo, i dati in tempo reale fanno scattare i campanelli d'allarme. Mettere insieme statistiche disparate, mese per mese, è una tecnica di diagnosi assolutamente sconsigliata dagli esperti. Però, gettiamo un'occhiata. A dicembre, il mese del grande shopping di Natale, le vendite al dettaglio, nell'eurozona, sono crollate dell'1,6 per cento. Dal 2009, quando è esplosa la finanza mondiale, non si vedeva un crollo così. E la locomotiva europea, la Germania, sembra aver finito il combustibile. Sempre a dicembre, la produzione industriale – il volano dell'economia tedesca - è precipitata del 3,5 per cento rispetto a novembre. Rispetto ad un anno fa, il crollo è quasi del 7 per cento. Per l'Italia, che vanta la seconda industria manifatturiera della Ue, fortemente integrata con quella tedesca, questi dati fanno temere mazzate. La sola catena dei fornitori di componenti per auto vale, per l'Italia, oltre 21 miliardi di euro l'anno di esportazioni, con un saldo attivo di 6 miliardi. In totale, è quasi il 5 per cento di tutto il nostro export. E i committenti tedeschi ne sono un volano fondamentale: un quinto di tutti i componenti per auto che esportiamo è diretto alla Germania delle grandi case automobilistiche. Detto in una cifra: su 100 euro di esportazioni italiane nel mondo, un euro sono componenti auto per l'industria tedesca.

Il secondo Paese più ricco del pianeta è in quarantena

I termometri che registrano le aspettative degli operatori, comunque, al momento segnalano una diffusa convinzione che il peggio sia alle spalle. Quando, a fine marzo, si farà il consuntivo di questo primo trimestre del 2020, alcuni venti contrari, come gli scioperi in Francia, potrebbero, ad esempio, essersi placati. Ma le incognite sono molte di più. I dati finora disponibili si fermano a dicembre: nessuno di essi incorpora gli effetti di una emergenza, come l'epidemia cinese di coronavirus. La seconda economia del pianeta, che, da sola, vale un terzo della crescita mondiale, è sostanzialmente blindata dalla quarantena. Le massicce catene produttive che partono o passano per la Cina sono interrotte. E i grandi mercati di consumo sono praticamente chiusi, tagliando fuori un miliardo e mezzo di clienti. Anche se l'emergenza dovesse risolversi presto, gli effetti – ancora fuori dal radar delle previsioni - sull'economia europea saranno pesanti. I mercati asiatici offrono sbocco al 4 per cento di tutto l'export tedesco, l'1,5 per cento per Francia e Italia. Nessuno può permettersi di farne a meno, senza conseguenze.