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Acquistiamo tanti prodotti che ci danno l’idea di benessere ma non è così: siamo sempre più poveri

Abbiamo sempre cellulari di ultima generazione e abiti firmati ma spendiamo sempre di più per i beni essenziali

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Acquistiamo tanti prodotti che ci danno l’idea di benessere ma non è così: siamo sempre più poveri

Lavoriamo solo per pagare conti e bollette? Ormai, in famiglia, c'è un cellulare a testa, ma, in compenso, casa, sanità e altre spese essenziali mangiano una quota sempre più alta dello stipendio. E' raro star sereni. 

Le preoccupazioni del nuovo millennio 

I primi venti anni del nuovo millennio hanno, infatti, segnato profondamente le famiglie. E' più facile diventare poveri, più difficile risparmiare, più difficile avere un lavoro fisso. Lo diciamo noi, in Italia, dal fondo di una crisi che si trascina dagli anni '90, con una economia che, da allora, non riesce a crescere. Purtroppo, però, siamo solo la coda, più sfortunata, di un fenomeno generale che ha investito, in questo scorcio di secolo, tutti i paesi industrializzati. 

L’Italia sta peggio di tutti 

Rispetto agli altri, l'Italia ha visto crescere di più i precari, aumentare di più i poveri, ridursi i salari. Ma neanche rimetterci al passo con il resto dell'Occidente non basterebbe a ridarci “i bei tempi di una volta”. Il trend è mondiale. Fra il 2000 e il 2018, dice un rapporto appena pubblicato dalla McKinsey – una grande società di consulenza internazionale – non solo in Italia, ma in tutti i 22 paesi in testa alle classifiche mondiali di benessere, infatti, il 60 per cento della popolazione meno ricca, 500 milioni di persone, ha dovuto fare i conti con redditi stagnanti, lavoro sempre più precario, beni essenziali sempre più cari. 

Ci salva il welfare 

Per un verso, anzi, da noi, come in Francia e in Germania e, in generale, nell'Europa continentale, ciò che ancora resta in piedi del vecchio welfare ha attutito l'impatto che relativamente agli anni '90, hanno sentito paesi in linea di principio più ricchi, ma con meno protezioni sociali, come Stati Uniti e Gran Bretagna.

Il punto di partenza è il vistoso aumento delle diseguaglianze. Le economie dei 22 paesi esaminati nel rapporto sono cresciute, in media, dell'1,6 per cento l'anno. Ma gli stipendi medi, rispetto al totale dell'economia, hanno perso terreno: sono cresciuti solo dello 0,7 per cento. 

Stipendi fermi 

In Italia, dove il Pil non è praticamente cresciuto affatto, è andata peggio. Rispetto al quinquennio 1995-2000, in Italia i salari reali medi non sono aumentati affatto: anzi, sono andati indietro. Nei cinque anni 2013-2018 risultano dello 0,7 per cento più bassi degli ultimi anni del Novecento. 

Aumentano i poveri 

Contemporaneamente, aumentavano quelli che, ufficialmente, possono essere definiti poveri. Sul totale della popolazione in età di lavoro, il numero dei poveri (anche tenendo conto di sgravi e sussidi) nel totale dei paesi ricchi è aumentato dell'1,8 per cento. Anche qui, in Italia è andata peggio: i poveri sono cresciuti quasi del doppio, rispetto agli altri, il 3,2 per cento, uno dei tassi più alti nel confronto internazionale. 

Il dramma del lavoro che manca 

Il lavoro non dà più certezza e sicurezza. Il precariato non è un effetto della crisi, ma è, ormai, un fenomeno mondiale, in rapida espansione anche nei paesi usciti da tempo dalla recessione. Nei paesi ricchi, il numero di persone con un contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, in questi anni, si è ridotto dell'1,4 per cento. Mentre i lavoratori a part time aumentavano del 4,1 per cento. Il boom dei precari, in Italia, è stato più consistente. Il declino dei lavori fissi è stato dell'1,6 per cento e i part-time sono aumentati una volta e mezza di più che negli altri paesi: fino al 6,2 per cento. I rischi si concentrano sul futuro: la gente fa sempre più fatica a risparmiare, anche nei paesi in cui il sistema pensionistico è leggero e insufficiente. In Italia, in assoluto, non lo è, ma per i giovani, condannati ai lavori precari, invece, sì. E in modo vistoso. 

Salvadanai sempre più leggeri 

Rispetto al 2000, i salvadanai delle famiglie risultano complessivamente più leggeri del 6 per cento: una svolta clamorosa per un paese, come l'Italia, tradizionalmente e storicamente risparmiatore, come tutti i paesi ex contadini. Nel buco, c'è la decisione di quasi il 70 per cento degli adulti in età di lavoro di non mettere da parte soldi per la vecchiaia. Del resto, più di metà di loro non ha messo da parte soldi per nulla. Anche perché tenere a galla i bilanci familiari diventa sempre più difficile. 

Tanti i prodotti che ci danno l’impressione del benessere 

Le rivoluzioni tecnologiche di questi decenni hanno, in realtà, creato una sorta di gioco di specchi, che maschera questa difficoltà. Il paradosso è che nuotiamo in una serie di beni voluttuari e di gadget a prezzi stracciati che danno l'impressione del benessere. Mentre il costo delle cose essenziali continua a crescere. 

Più difficile comprare beni essenziali 

La McKinsey calcola, ad esempio, che l'aumento dei prezzi dei beni essenziali (casa, trasporti, sanità, educazione) abbia mangiato il 6 per cento di tutto l'aumento di reddito accumulato dagli italiani in questi anni. E' una percentuale piccola, ma, visto che i redditi in Italia sono, praticamente, andati indietro, non c'è da rallegrarsi. Altrove, però, il fenomeno tocca picchi anche clamorosi. L'inflazione dei beni essenziali ha eroso l'87 per cento degli aumenti di reddito in Francia, il 54 per cento negli Stati Uniti. Il record è in Gran Bretagna, dove casa, sanità e scuola hanno assorbito il 107 per cento degli aumenti di reddito. In pratica, anche gli inglesi, come noi, sono mediamente più poveri, ma se non si mettono seriamente a far di conto, non se ne accorgono. 

Paniere spaccato in due 

Che succede? In sostanza, il paniere dell'inflazione è spezzato in due, con un singolare effetto psicologico. Le spese di tutti i giorni sono sempre più facili, quelle grosse, importanti, sempre più gravose. Il caso più evidente è quello dei cellulari, ormai in mano a tutti. Sul paniere della spesa degli italiani, pesano solo per il 2 per cento, la classica spesa voluttuaria, che, oggi, è crollata quasi al livello degli spiccioli. Rispetto al 2002, il prezzo medio di questi gadget è precipitato del 71 per cento, come sa chiunque abbia appena cambiato telefonino. Anche seguire la moda con scarpe e vestiti, viaggiare e divertirsi, rinnovare il mobilio è diventato è più facile. Ognuno di questi capitoli – quelli che più spesso catturano la nostra attenzione - incide sul bilancio familiare per il 7 per cento circa e i prezzi sono in discesa: addirittura del 30 per cento, rispetto al 2002, per i vestiti, del 15 per cento per l'intrattenimento (forse è l'effetto Netflix), del 6 per cento (effetto Ikea?) per il mobilio. Poi, quando uno ha l'impressione di nuotare nel reddito disponibile, arrivano i conti. 

Le spese che contano 

La casa assorbe, mediamente, ben il 22 per cento del reddito di una famiglia italiana, in assoluto il capitolo di spesa più importante. Rispetto al 2002, i costi legati all'abitazione (mutui o affitti, tasse, ristrutturazione, manutenzione) sono cresciuti del 21 per cento, anche qui l''aumento in assoluto più significativo. Ma anche i trasporti (auto, motorino, bus) che incidono sul portafoglio della famiglia per il 13 per cento, costano il 15 per cento in più. E anche la sanità diventa un cruccio: nonostante il servizio sanitario pubblico, la spesa degli italiani per la salute è cresciuta, negli ultimi quindici anni, di quasi il 10 per cento. I conti di tutti i giorni non sono quelli di fine mese.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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