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[L’analisi] Senza Draghi e senza pareggio di bilancio sui mercati scatterà il “rischio Italia”

La politica anticrisi varata da Draghi si esaurirà a cavallo della fine dell'anno. Da quel momento in poi, torneremo in balia dei mercati: bisognerà convincerli a fidarsi dei nostri debiti. Nei conti del 2019, un governo prudente, oltre ai soldi per l'Iva, dovrebbe tenere al sicuro in qualche cassetto anche i soldi per pagare un non improbabile aumento fisiologico dei tassi sui titoli. Sempre che non schizzino verso l'alto fuori controllo, come avverrebbe probabilmente se i mercati si convincessero – davanti ad uno scontro Roma-Bruxelles – che il “rischio Italia”, di cui parlano molti analisti finanziari, esiste davvero

Mario Draghi
Mario Draghi

Cinquestelle-Lega? O Cinquestelle-Pd? O tutti insieme sotto l'ombra del presidente? Il rincorrersi delle formule di un possibile governo sembra, per ora, niente più di un balletto sui nomi dei papabili (“Vengo anch'io? No, tu no” e tutte le altre ironie che circolano su Internet). Intanto, però, i dati che la realtà accumula fuori dal Palazzo raccontano un'altra storia: l'impatto  del salvataggio delle banche sul disavanzo, i calcoli sulla prossima manovra e i segnali che arrivano da Bruxelles sono tutti paletti sul percorso dei prossimi mesi che sarà impossibile ignorare. Il senso è chiarissimo: il primo governo della Terza Repubblica si definirà – quale ne sia la composizione -  in base alla sua gestione della finanza pubblica. Perché la gestione della finanza pubblica definirà, oggi quanto ieri, il rapporto dell'Italia con l'Europa. Quel rapporto non è una questione ideologica o culturale. E', prima di tutto, problema, molto concretamente, economico e finanziario

La cattiva notizia, per i nuovi protagonisti della politica italiana, è che quel percorso si prospetta più accidentato di quello affrontato, in questi anni, dai governi Renzi e Gentiloni. Non è questione di flat tax o reddito di cittadinanza. Prima che si arrivi a discutere di queste cose, ci si deve cimentare con due passaggi difficili e un'incognita pesante. Vediamo.

Al primo passaggio ci siamo già: bisogna fare, qui ed ora, una manovra-bis per aggiustare i conti 2018? L'aggravio dei salvataggi bancari, che ha portato il deficit al 2,3 per cento del Pil, contro l'1,9-2,1 per cento ipotizzato dal governo è sgradito, ma non pesa sui conti che interessano a Bruxelles: vale solo una volta, non incide sulla traiettoria di lungo periodo della finanza pubblica, i conti strutturali, come li chiamano a Bruxelles. Attenzione, però, perché questo – un aggravio inaspettato, ma senza conseguenze, di 6 miliardi sul deficit - è un lusso che, forse, non ci potremo permettere domani.  Chiunque ricordi i mesi affannosi del 2011 e oltre può benissimo immaginare cosa sarebbe successo, allora, con una mazzata improvvisa da 6 miliardi. Oggi la possiamo assorbire, perché sui mercati c'è bonaccia. Ci fosse, come allora, tempesta, forse basterebbe per ribaltare la barca. Teniamone conto, se avvertissimo, come potrebbe presto essere ben possibile, sentore di tempesta nell'aria.

Salvataggi a parte, però, Bruxelles si aspetta da noi un'ulteriore correzione ai conti 2018 pari allo 0,2 per cento del Pil. Se l'aspetta subito, prima dell'estate: dove li troviamo 3 miliardi di euro da mettere in cassa? Idee di tagli e risparmi in giro non se ne sentono. Eppure, non è questo il passaggio drammatico. Si può sperare in qualche tira e molla, in qualche equilibrismo contabile, soprattutto nei timori del resto d'Europa: l'avanzata populista ha spaventato tutte le capitali e nessuno ha voglia di arrivare subito al braccio di ferro. Ma questo presuppone una ragionevole fiducia nella possibilità di superare il secondo passaggio.

Ovvero, la manovra 2019 da varare in autunno. A quel punto, prima che qualcuno lanci una costosa revisione della riforma Fornero, bisognerà trovare 12,5 miliardi da mettere in cassa. Se non li troviamo, ci siamo impegnati ad aumentare massicciamente l'Iva. E' la tassa peggiore da aumentare, soprattutto per un governo, se non populista, popolare. Perché l'Iva è una tassa sui consumi, uguale per tutti e, dunque, regressiva: ai ricchi pesa meno di quanto pesi ai meno abbienti. L'imposta passerebbe dal 10 all'11,5 per cento sui consumi essenziali e dal 22 al 24,2 per cento per tutti gli altri: un euro di tasse su quattro euro di spesa. Secondo i conti che ha diffuso la Cgia di Mestre, comunque, l'Iva è solo un pezzo della manovra che dovrà arrivare. Ci sono altri 2,6 miliardi da trovare per onorare gli aumenti del contratto degli statali, 500 milioni per le missioni all'estero e altre spese inevitabili e un altro centinaio di milioni per evitare un aumento della benzina. In più, avverte la Cgia, l'impegno europeo a proseguire il cammino verso il pareggio di bilancio comporterebbe un ulteriore aggravio di 3,5 miliardi. Prima di scrollare le spalle e sbuffare che quest'ultimo capitolo sarà certamente seppellito, sarà bene tenere presente che i governi del Nord Europa (con il silenzio, ma certo la simpatia di Berlino) hanno appena varato un documento in cui sottolineano che questi impegni di rigore vanno rispettati.

Anche senza i 3,5 miliardi di virtù europee, comunque, resta una manovra 2019 da 15 miliardi, in pratica, l'1 per cento del Pil. Da varare, per la prima volta negli ultimi anni, con il vento contro. La ripresina di cui ha goduto l'Italia negli ultimi due anni non è stata gran cosa, ma potrebbe anche perdere colpi: le previsioni 2019 sono, un po' ovunque, per un rallentamento. Non sarà, insomma, un'economia rombante a tirarci fuori dalla trappola dell'Iva e contorni. E non sarà neanche la Bce di Draghi. E' questa l'incognita pesante del prossimo anno e, anche questa, è una novità rispetto agli anni scorsi. Francoforte, infatti, sta comprando a man bassa titoli pubblici (fra gli altri) italiani e tenendo schiacciati i tassi di interesse. Ma questa politica anticrisi varata da Draghi si esaurirà a cavallo della fine dell'anno. Da quel momento in poi, torneremo in balia dei mercati: bisognerà convincerli a fidarsi dei nostri debiti, rinunciando ad un compratore compiacente come Francoforte e pagando i rendimenti che ci verranno chiesti. Lo scorso anno, l'Italia ha risparmiato circa 20 miliardi rispetto a quanto spende normalmente per gli interessi sul debito pubblico. Nei conti del 2019, un governo prudente, oltre ai soldi per l'Iva, dovrebbe tenere al sicuro in qualche cassetto anche i soldi per pagare un non improbabile aumento fisiologico dei tassi sui titoli. Sempre che non schizzino verso l'alto fuori controllo, come avverrebbe probabilmente se i mercati si convincessero – davanti ad uno scontro Roma-Bruxelles – che il “rischio Italia”, di cui parlano molti analisti finanziari, esiste davvero.

E' possibile, come si sente dire, che siamo arrivati ad un “salto d'epoca”. Intanto, però, la scommessa cruciale del prossimo governo sarà uscire indenne dalle trappole e dai gorghi che già ci sta preparando il 2019.

 

 

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
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