Iva, Irpef, patrimoniale, flat tax: così il governo ha compiuto un balzo in un universo parallelo

Il governo ha deciso di pagare riforme come il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni, senza far esplodere il disavanzo, ma impegnandosi ad aumentare l’Iva. Si chiama “clausola di salvaguardia”

Iva, Irpef, patrimoniale, flat tax: così il governo ha compiuto un balzo in un universo parallelo

Da questa settimana, l’Italia è ufficialmente entrata nel mondo dell’impossibile. Succede in politica, soprattutto in campagna elettorale, di inoltrarsi, a suon di promesse, nel terreno del difficile, spesso dell’improbabile, a volte anche dell’ignoto. Qui, tuttavia, di ignoto non c’è nulla: è tutto chiaro e noto da mesi, da quando, a dicembre,  è stata approvata la manovra finanziaria per il 2019, firmando una enorme cambiale, da pagare sull’Iva l’anno prossimo. Con il voto del Parlamento sul Documento economico e finanziario che disegna la strategia della manovra economica 2020, tuttavia, la maggioranza gialloverde ha compiuto un balzo in un universo parallelo, dove le cambiali non c’è bisogno di pagarle. Ne è uscita una sorta di quartetto impossibile. L’Iva? Non aumenta. L’Irpef? Diminuisce. La patrimoniale? Neanche parlarne. Allora pagheremo aumentando il disavanzo? Sciocchezze, recita il documento del Parlamento sul Def, il disavanzo resterà esattamente quello che era stato previsto con l’aumento dell’Iva e senza ridurre l’Irpef. Come è possibile, se le risorse non arrivano da nessuna parte? Lo saprete a settembre, dicono i parlamentari gialloverdi, forse già convinti che, a settembre, si ripartirà da zero, con un’altra maggioranza.

La maxicambiale

La cambiale non è nascosta in qualche oscura tabella, ma è lì in bella vista. Al nocciolo, semplificando al massimo, le cose stanno in questi termini: il governo, a dicembre, ha deciso di pagare riforme come il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni, senza far esplodere il disavanzo, ma impegnandosi ad aumentare l’Iva. Si chiama “clausola di salvaguardia”, Bruxelles la accetta ed è stata già largamente utilizzata dai governi precedenti. Mai in questa misura, però: l’Iva dovrebbe aumentare di tre punti, dal 22 al 25 per cento, rastrellando 23 miliardi di euro nel 2020 e 28 miliardi nel 2021. Totale: oltre 50 miliardi di euro. Una enormità. Infatti, nessuno – neanche a Bruxelles – pensa che l’aumento sarà davvero varato.

Aumentare l’Iva, che è una tassa sui consumi, nel momento in cui l’economia stenta, significa strangolare la domanda e l’economia. In più, l’Iva è una tassa regressiva, perché è uguale per tutti e, dunque, colpisce proporzionalmente di più, rispetto al reddito, i più poveri. Tutti, dunque, assicurano che non ci sarà. La clausola, come sistematicamente avvenuto negli anni scorsi, sarà disinnescata. Ma, per spegnere la miccia, bisogna trovare, già a settembre, 23 miliardi di euro. Il Def assicura che, l’anno prossimo, il disavanzo dello Stato non supererà il 2,1 per cento del Pil. Questa cifra, però, è stata calcolata, incorporando l’aumento dell’Iva. Se l’aumento non c’è, il disavanzo arriva al 3,4 per cento, sfondando tutti i parametri europei.

La trappola

Scartata una imposta sulla ricchezza, anche nella formula di un ripristino dell’Imu sulla prima casa, sepolta dallo scetticismo l’idea di tagli drastici alla spesa pubblica inefficiente, in una ennesima edizione delle “spending review” lanciate e fallite negli anni scorsi, al Tesoro hanno preso in esame la possibilità di limare gli aumenti dell’Iva, limitandoli a beni e servizi, ritenuti politicamente e socialmente meno sensibili, come quelli sui beni di lusso. Ma, più si procede con cautela, più ci si allontana dall’obiettivo dei 23 miliardi e di contenimento del disavanzo. Più ci si avvicina, più diventa manifesta la trappola in cui si è cacciata la coalizione grilloleghista. Reddito di cittadinanza e quota 100 – le riforme irrinunciabili di questo governo, pagate con l’aumento promesso dell’Iva – non producono la sferzata di aumenti dei consumi e di domanda che dovrebbe stimolare l’economia, su cui facevano affidamento gli economisti del governo. Al contrario, i 23 miliardi di euro – che vengano rastrellati con l’Iva, con mezza Iva o con qualsiasi altro marchingegno – toglieranno risorse e appesantiranno l’economia.

Il tesoro delle deduzioni

Gli esperti le chiamano “tax expenditures” e rappresentano un tesoretto a cui qualcuno vorrebbe attingere per tappare questo buco dell’Iva. Sono la montagna di deduzioni e detrazioni fiscali, che incidono sul gettito complessivo, in particolare dell’Irpef. In tutto ne sono state censite 513, che sottraggono gettito per 61 miliardi di euro. Le prime 20, da sole, valgono oltre 46 miliardi. Ecco le più importanti: il bonus Renzi per le classi medie, gli sconti Irpef sulla ristrutturazione di casa, il taglio dell’Irpef sulla prima casa, le spese sanitarie. Queste quattro, da sole, valgono giusto 23 miliardi. Ma sembra assai difficile immaginare che il governo metta mano a queste misure che favoriscono milioni di contribuenti. Salvando le venti tax expenditures più popolari, tuttavia, resterebbe la possibilità di racimolare una quindicina di miliardi dall’abolizione di tutte le altre. Si può fare?

Il mito della flat tax

Pare assai difficile andare a colpire benefici a cui molti sono ormai abituati, ma, qui, il problema è che il governo quelle tax expenditures se le è già giocate. Se le mangia la promessa della flat tax. La promessa di un’aliquota unica del 15 per cento per i redditi fino a 50 mila euro comprende anche che, in contropartita, i contribuenti che scelgono la flat tax rinuncino anche alle deduzioni e detrazioni che utilizzano ora. Ovvero, quelle tax expenditures di cui sopra, in cambio di un’unica detrazione, calcolata sui componenti della famiglia.

La rinuncia alle deduzioni e detrazioni serve ad abbassare il costo di una riforma che peserebbe fra i 12 e i 17 miliardi di euro sul bilancio. Ora, una tassa piatta, ovvero non progressiva, è, probabilmente, incostituzionale e crea gravi problema di inequità e ineguaglianza. Inoltre, anche se, nei prossimi mesi, ci sarà chi sostiene che, tagliando le tasse, si crea più sviluppo e più gettito per il fisco, questa equivalenza non è mai stata dimostrata. Invece, si crea un buco nelle entrate: i 17 miliardi della flat tax promessa, insieme ai 23 miliardi dell’Iva scongiurata farebbero 40 miliardi di euro da trovare, l’anno prossimo, solo per queste due voci.

I vincoli europei

Se al deficit già, di fatto, ipotecato, l’anno prossimo, per gli aumenti agli statali, le missioni all’estero, le minori entrate del fisco per via del rallentamento dell’economia e altre voci di routine, aggiungiamo questi 40 miliardi, il disavanzo arriverebbe al 4,2-4,3 per cento del Pil. Una quota inaccettabile per il resto d’Europa (sovranisti compresi) e, soprattutto, per i mercati finanziari, pronti a far scattare la tagliola dello spread. Infatti, grillini e leghisti negano fin d’ora che ci si arriverà. Come, nessuno è ancora in grado di spiegarlo.