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Irpef, vi spiego chi davvero ci guadagna e chi ci perde in questa riforma del fisco

E' una riforma che beneficia una fetta relativamente piccola dei contribuenti che pagavano molto più degli altri le storture del sistema precedente

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
(Ansa)
(Ansa)

Non è una riforma a favore dei “poveri”, che ci ricavano poco o niente. Non è una riforma che tosa i ricchi che, anzi, fatti tutti i conti, ci guadagnano più degli altri. E' un intervento che beneficia soprattutto una fetta relativamente piccola dei contribuenti (poco più del 3 per cento del totale) che, però, pagavano molto più degli altri le storture del sistema precedente. Insomma, inutile chiedere alla riforma dell'Irpef, varata dal governo con la legge di bilancio 2022, quello che non può essere: non è il reddito di cittadinanza e non è la patrimoniale. Se si vuol mettere mano alle ineguaglianze della società italiana bisognerà ricorrere ad altri, più ambiziosi, strumenti. Scegliendo dichiaratamente di restare – in questa fase – nel perimetro di un ridisegno dell'Irpef, il governo non poteva non restare, infatti, vincolato ai meccanismi dell'imposta sui redditi. Da una parte, dunque, chi l'Irpef non la paga, perché non guadagna abbastanza, viene tagliato fuori: in sostanza, una famiglia su cinque non trae nulla dalla revisione dell'Irpef. E, dall'altra, poiché l'Irpef viene calcolata su scaglioni di reddito crescenti, un taglio alle aliquote degli scaglioni bassi beneficia anche chi arriva, con il suo reddito, agli scaglioni più alti.

Sanare le contraddizioni create dal bonus Renzi

Ridotta all'essenziale, la riforma riduce le aliquote da 5 a 4. Mantiene invariata la minima al 23 per cento e la massima al 43 per cento. Ma riduce di due punti, dal 27 al 25 per cento, l'aliquota per la parte di reddito fino a 28 mila euro e di 3 punti, al 38 al 35 per cento, quella per redditi fino a 50 mila euro. Il punto chiave della riforma, del resto, è proprio sanare le contraddizioni create dall'introduzione del bonus Renzi (i famosi 80 euro) limitati ai redditi fino a 26 mila euro. Il risultato del bonus, per via dei meccanismi dell'Irpef, comportava che i redditi immediatamente superiori – in particolare quelli fra i 35 e i 40 mila euro – finissero per pagare fino al 60 per cento per ogni euro guadagnato in più.

Riequilibrata in parte la distribuzione delle risorse

Ecco perché il 14 per cento di tutti gli 8 miliardi impegnati nella riforma, ovvero circa 1 miliardo, va a favore di quel 3,3 per cento di contribuenti che guadagnano fra i 42 mila e i 54 mila euro l'anno, che, secondo le valutazioni dell'Ufficio parlamentare del bilancio, ricavano dalla riforma circa 765 euro, in media, l'anno. Grazie agli interventi sulle detrazioni, tuttavia, il governo ha in parte riequilibrato la distribuzione delle risorse. I contribuenti con un reddito fra i 12 e i 18 mila euro, infatti, che sono il 16 per cento del totale, assorbono 1,5 miliardi di euro, circa un quinto delle risorse a disposizione delle riforme. In media, il beneficio medio complessivo per un contribuente è di 265 euro l'anno. Sono 330 euro per i redditi fra i 30 e i 42 mila euro, 765 euro, appunto, fra i 42 mila e i 54 mila euro, 490 euro fra 54 e 78 mila. Tutti gli altri (sia quelli sopra i 78 mila, sia quelli sotto i 24 mila euro, ai due capi dello spettro dei redditi) hanno un beneficio fra i 200 e i 270 euro l'anno.

Maggiori vantaggi per lavoratori dipendenti e pensionati

Il problema è per i cosiddetti incapienti, cioè chi non paga abbastanza Irpef da beneficiare del taglio delle aliquote: per chi guadagna meno di 12 mila euro l'anno, il vantaggio si ferma a 64 euro. Come previsto, i maggiori vantaggi vanno a lavoratori dipendenti e pensionati che, del resto, con un tasso di evasione praticamente inesistente, contribuiscono più dei quattro quinti di tutto il gettito Irpef. Un lavoratore dipendente, in media, beneficia di uno sconto di 190 euro di imposta l'anno, il pensionato di 178 euro, il lavoratore autonomo di 105 euro.

Il 10 % più povero non guadagna praticamente nulla

Il rischio di questi conti, tuttavia, è di rimanere confinato entro il perimetro della riforma dell'Irpef. Inevitabile, visto che di riforma dell'Irpef si tratta, ma, così, si perde di vista l'impatto complessivo della riforma sulla distribuzione complessiva del reddito disponibile nel paese e sulla ripartizione fra ricchi e poveri. L'Ufficio parlamentare del bilancio ha provato, infatti, a valutare l'impatto della riforma, calcolando non i contribuenti, ma i redditi familiari sotto qualsiasi forma. Cosa succede al 10 per cento più povero degli italiani e al 10 per cento più ricco? L'incidenza è più o meno la stessa, l'1 per cento del reddito disponibile, ma poiché il livello assoluto del reddito è assai diverso, in quattrini sonanti è diverso anche il beneficio. Il 10 per cento più povero, poiché non paga Irpef, non guadagna praticamente nulla, ma anche chi sta immediatamente sopra (cioè è più povero dell'80 per cento del resto della popolazione) ne esce con meno di 20 euro l'anno. Molto diverso il conto per il 10 per cento più ricco (che, in Italia, comprende anche i redditi sopra i 40 mila euro, su cui era mirata la riforma): il vantaggio medio è di 426 euro l'anno. Se si vuol fare una politica sociale bisogna battere strade diverse.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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