In crisi di governo nel momento peggiore: i 5 punti da analizzare per capire se stiamo affondando

Si tratta dei dati che guardano in prima battuta gli operatori. Se tirano tutti dalla stessa parte, scommettere diventa più facile. La finanza internazionale è disposta a sostenere l’Italia?

Crisi di governo e pericoli per l'Italia (Ansa)
Crisi di governo e pericoli per l'Italia (Ansa)

Affondiamo? Reggiamo? I mercati ci danno addosso? O, invece, la finanza internazionale è disposta a sostenere l’Italia? Come l’anno scorso, il paese entra in crisi nel momento più delicato dell’anno, per i mercati. E’ il picco dell’agosto, il grosso degli operatori è in ferie, davanti ai terminal di banche e fondi ci sono i numeri due o tre, l’attività è ridotta al minimo. Per questo è il periodo peggiore: girano pochi soldi. E, se i soldi sul piatto sono pochi, basta puntare somme modeste – rispetto ai tempi normali – per far schizzare le quotazioni come se ci fossero autentiche ondate. Poi, fermare il panico diventa difficile. Per ora, non è successo nulla di irreparabile. Ieri, anzi, i mercati hanno ripreso fiato, dopo essere entrati in fibrillazione alla fine della scorsa settimana. Stanno tutti con il fiato sospeso. Possiamo prevedere cosa succederà? La risposta è no: non esiste una bussola che indichi con certezza come si muoveranno i mercati. Ci sono però una serie di indicatori che permettono di stabilire da che parte tira il vento e a quale velocità. Eccone cinque, tutti pubblici, tutti verificabili su Internet. Un Piccolo Prontuario  della Crisi: Dove Guardare Per Capire Se Stiamo Affondando. Sono i dati che guardano in prima battuta gli operatori. Se tirano tutti dalla stessa parte, scommettere diventa più facile.

LO SPREAD

E’ l’indicatore che guardano tutti, forse anche al di là dei suoi stessi meriti. Misura la differenza fra il tasso di interesse che si ottiene comprando titoli pubblici italiani a 10 anni sul mercato e il tasso dei Bund, gli equivalenti titoli tedeschi. Più alto il prezzo del titolo – e, dunque, la domanda – più basso il tasso. Ecco perché lo spread indica la fiducia degli operatori verso un titolo, piuttosto  che un altro. Ieri, lo spread era a 233,5 punti, molto lontano da quota 300, dove era arrivato nell’autunno scorso, ma in netta risalita rispetto all’inizio dell’estate, quando, accantonato lo scontro con la Ue sui conti pubblici, era tornato sotto i 200 punti. Il rimbalzo è stato brusco, con l’avvio della crisi di governo, all’inizio di agosto e ha un impatto pesante. Se la quotazione di ieri venisse confermata nei prossimi mesi, il Tesoro spenderebbe, nel 2019, un miliardo di euro in più di interessi sul debito pubblico. Se si stabilizzasse più in su, oltre 300, cento punti in più, il costo, solo nel primo anno, sarebbe di oltre 4 miliardi di euro in più di interessi. Ma, anche senza immaginare scenari catastrofici, basta lo smottamento avvenuto nell’ultima settimana per mettere in dubbio il tesoretto che, invece, si era creato negli ultimi mesi. La tregua con la Ue di giugno aveva, infatti, fatto scendere lo spread e, dunque, le previsioni di spesa per interessi nel prossimo anno: un paio di miliardi di euro risparmiati, rispetto alle previsioni, che servivano ad ammortizzare la manovra 2020.

IL BTP DECENNALE

Il problema, con lo spread, è che misura due quotazioni: quella tedesca e quella italiana. Dunque, capita spesso che lo spread peggiori anche se la quotazione del Btp italiano non è cambiata. Magari, è cambiata, invece, quella del Bund (attualmente, è largamente sotto zero). Per vedere con più precisione come si muovono i mercati, dunque, è meglio guardare direttamente al titolo decennale italiano. Attualmente, il suo prezzo sul mercato secondario determina un rendimento dell’1,71 per cento (lievemente meglio di venerdì scorso). Meno della metà dello scorso autunno e anche assai più basso del 2,56 per cento di maggio, all’epoca dell’ultimo confronto sui conti con la Commissione di Bruxelles. Non è tutto merito di una maggiore fiducia all’Italia. I tassi di interesse sono bassi in tutto il mondo e la Bce si prepara ad un nuovo round di acquisti di titoli pubblici, che li abbasserà ulteriormente. Paradossalmente, il fatto che l’interesse sul Btp italiano sia più alto dei concorrenti lo rende più interessante per gli operatori, che tendono a liberarsene mal volentieri.

Ma, meno di dieci giorni fa, il rendimento era a quota 140 ed è schizzato di 30 punti in un batter d’occhio, a conferma della estrema fragilità della situazione. Se scoppia la tempesta, l’impatto lo vedremo e lo misureremo soprattutto su questo titolo decennale.

IL TITOLO BIENNALE

Ma la tempesta la annuseremo,  prima, su un altro titolo. Quello a due anni. E’ il titolo che gli operatori preferiscono nelle loro transazioni quotidiane e quello che, probabilmente, sceglierebbero come test di una offensiva. Nel novembre 2018, il rendimento preteso dal mercato era arrivato all’1,4 per cento, in un momento in cui, nel resto d’Europa, il tasso sui biennali era caduto sotto lo zero. Così è successo anche in Italia, in effetti, fra giugno e luglio. Ma ora il tasso è rimbalzato vicino allo 0,3 per cento. Ben lontano dai livelli di guardia, ma è la velocità con cui è salito a preoccupare.

LE BANCHE, IL VENTRE MOLLE

Il sistema bancario italiano ha effettuato, in questi anni, una drastica ripulitura dei propri libri contabili. A fine 2016, i crediti incagliati che le banche italiane dovevano rassegnarsi a considerare perduti arrivavano a 350 miliardi di euro, un ammontare pari al 17 per cento di tutti i prestiti concessi. Oggi, i crediti inesigibili sono solo 190 miliardi, un più maneggiabile 9 per cento dei prestiti.

Perché, allora, questa ritrovata solidità non trova riscontro in Borsa, dove le azioni delle banche italiane continuano a perdere colpi, braccate da una speculazione al ribasso che sembra non conoscer sosta? Perché gli istituti italiani hanno i portafogli pieni di titoli pubblici. Circa 400 miliardi di euro. Sono le banche, infatti,  che hanno acquistato i titoli venduti in massa, in questo ultimo anno, dagli investitori stranieri. Ma se la crisi fa perdere valore – come sta accadendo ora – ai titoli italiani (i rendimenti salgono, quando i prezzi scendono), il patrimonio delle banche si riduce e, per lavorare e fare prestiti, le banche sono costrette a rimpolpare il capitale. Ecco perché le banche stentano. Sono il ventre molle della finanza italiana, quelle su cui è più facile – e meno costoso – per un’ondata speculativa puntare le proprie carte. In Borsa, l’indice generale delle banche è in picchiata da tempo. Nello scorso ottobre era sopra quota 10 mila, un mese fa ancora a 8.249, ieri era precipitato appena sopra 7.200.

I guai li vedremo anzitutto qua. La Consob segnala un netto aumento della speculazione al ribasso su banche e finanziarie. Oltre il 7 per cento delle azioni del Banco Bpm (l’ex Popolare di Milano), quasi il 6 per cento di quelle di un gigante come l’Ubi sono impegnate, in questo momento, dai fondi speculativi per operazioni al ribasso.

I DERIVATI

I credit default swaps (Cds) sono polizze di assicurazione contro la possibilità di bancarotta di un debitore. Comprandoli, uno si garantisce il rimborso del prestito, in cambio del pagamento, appunto, di una assicurazione. In realtà, la loro funzione principale è assolutamente secondaria. Il costo di una polizza – cioè un Cds – contro un default del Tesoro italiano corrisponde ad una probabilità di bancarotta, in cui l’Italia non onora più i suoi debiti, inferiore al 4 per cento. Presente, ma da non perderci il sonno. In effetti, i Cds vengono soprattutto scambiati, comprati e venduti,  a scopo speculativo, per lucrare sui movimenti del prezzo. Proprio per questo, però, il prezzo è un indicatore importante dei sentimenti del mercato. Ieri il Cds sui titoli pubblici italiani era a 213,5 punti. Questo vuol dire che, per assicurarsi il pagamento in ogni caso di 10 milioni di euro in Btp, occorre pagare  un premio di 213.500 euro l’anno. Visto che la polizza dura cinque anni, vuol dire un milione di assicurazione per garantire il rimborso di 10 milioni di euro: il 10 per cento. E’ un prezzo alto, non troppo lontano dai 286 mila euro dello scorso autunno. Solo una settimana fa, per assicurare quei 10 milioni di euro in Btp, bastavano 171 mila euro. Da inizio agosto, il Cds italiano è rincarato di quasi il 25 per cento. L’ultima conferma che i mercati sono nervosi.