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La vicenda Ilva accende un faro sull'altra grande carenza dell'industria italiana: abbiamo poche start-up

L'ipotesi di una chiusura dell'Ilva, la più grande azienda siderurgica italiana, va vista su questo sfondo e mettendo nel quadro il quasi contemporaneo annuncio, solo pochi giorni fa, dell'accordo Fca-Psa, che non dovrebbe intaccare l'occupazione

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Ilva Taranto
Ilva Taranto

Le start-up - piccole aziende neonate, incubatrici di innovazione - sono un formidabile motore di sviluppo. In Italia ce ne sono troppo poche. Ma non si vive di sole start-up. La vicenda Ilva accende un faro sull'altra grande carenza dell'industria italiana: abbiamo poche start-up, ma anche poche grandi o grandissime aziende, che danno massa, volume e sostanza all'occupazione e allo sviluppo. Sembriamo sempre più un paese confinato alla piccola e media impresa, tradizionale e sonnacchiosa nel 60 per cento dei casi, vivace, dinamica nell'altro 40 per cento, ma quasi sempre condannata a vivere all'ombra dei grandi gruppi degli altri paesi. L'ipotesi di una chiusura dell'Ilva, la più grande azienda siderurgica italiana, va vista su questo sfondo e mettendo nel quadro il quasi contemporaneo annuncio, solo pochi giorni fa, dell'accordo Fca-Psa, che non dovrebbe intaccare (queste le promesse) l'occupazione, ma, di fatto, spostando la Fiat sotto l'ombrello Peugeot, esclude dalla scena italiana un altro grande protagonista: forse non perderemo posti di lavoro, ma perderemo leadership, prospettiva, capacità di fare squadra con le altre componenti dell'industria nazionale, in un'ottica di Sistema Italia.  

Il dramma delle famiglie

La vicenda Ilva è, naturalmente, assai più drammatica e lacerante di quanto sta avvenendo nell'auto. Vi confluiscono quattro distinte crisi. Eccole in ordine crescente di complessità e capacità dirompente. C'è anzitutto una crisi di mercato. La domanda di acciaio a livello internazionale è in calo e le importazioni in Europa a prezzi stracciati da paesi come la Cina o la Corea in aumento. Il risultato è che l'Ilva, oggi, perde 2 milioni di euro al giorno, un ritmo, alla lunga, non sostenibile. Su questo si innesta una crisi della politica o, più esattamente, l'avvizzirsi dell'avventura politica dei 5Stelle, che hanno gestito la partita con un alto tasso di faciloneria, di semplicismo e di demagogia, a caccia di un riscatto sui temi ambientali, dopo la fragorosa ritirata sulla Tav. L'impatto di questi fattori contingenti è tuttavia moltiplicato dal peso di due crisi strutturali che agiscono più in profondità. La prima è il dilemma lacerante e irrisolto - su cui sono affondati i 5S - fra esigenze ambientali (ma qui è più corretto parlare di disperata difesa della salute) e condizioni di sviluppo economico. La seconda chiama in causa non solo l'Ilva: è la progressiva decimazione della grande industria.  

10 mila dipendenti

L'Ilva ne è uno dei pezzi più importanti. Si tratta della maggiore azienda siderurgica italiana e Taranto è il più grande impianto di tutta Europa. Vale complessivamente l'1,4 per cento dell'intero Pil italiano. Sono oltre 10 mila dipendenti, più 5 mila dell'indotto, nel cuore del Mezzogiorno che non riesce più a vedere la ripresa. L'economia italiana, oggi, ristagna, con una crescita che balla intorno allo zero. Ma perché il Nord cresce poco, mentre il Sud va indietro. Perdere l'Ilva significherebbe dare un altro colpo ad un motore di sviluppo che, in Italia, già per colpi da tempo. Dal 1993, quando comincia la lunga fase di ristagno che dura fino ad oggi, l'industria manifatturiera ha perso 700 mila posti di lavoro e ha visto emigrare all'estero o finire sotto controllo straniero molti grandi nomi che avevano fatto la storia economica italiana: la moda (Gucci, per fare un nome), l'alimentare (Parmalat), ora l'auto (Fiat). In molti casi, le fabbriche sono rimaste, ma la storia dimostra che spesso sono state condannate ad una vita stentata. Il caso Whirlpool, l altra crisi di questi giorni è emblematico della crisi degli elettrodomestici, a loro volta simbolo della deriva industriale di questi anni. Dopo il 2009, i Merloni hanno venduto Indesit agli americani della Whirlpool e i Fumagalli hanno ceduto Candy ai cinesi della Haier. Negli stessi anni, il numero di imprese operanti nel settore (componentistica compresa) si è ridotto di un terzo e il fatturato complessivo di un quinto. Questo non vuol dire una crisi generale dell'industria italiana.

Riduzione di occupazione

Nel suo insieme, negli ultimi venticinque anni, il manifatturiero ha aumentato la produzione, nonostante la riduzione di occupazione: del 29 per cento la meccanica, del 37 per cento la chimica, del 78 per cento la metallurgia. Il valore aggiunto (la differenza fra fatturato e il costo dei beni e servizi acquistati per produrre) dell'industria italiana è più alto di quanto accada in Francia. Ma è merito di uno spolverio di aziende piccole e medie, in un panorama in cui latitano le grandi aziende. È un elemento di debolezza, perché sono le grandi ad avere le spalle abbastanza larghe per affrontare la sfida della conquista di nuovi mercati e dell'affermazione di nuovi prodotti. C'è un indicatore immediatamente disponibile: la stessa Francia che sforna oggi meno valore aggiunto realizza più Ricerca e Sviluppo, il combustibile dell'economia contemporanea. Perché i dati dicono che sono le grandi aziende a fare ricerca. È uno dei motivi, ma non l'unico, per cui sono un volano insostituibile. Prendete Leonardo, uno degli ultimi grandi gruppi (difesa e spazio il suo settore) che restano all'Italia. Su 100 euro di valore aggiunto, Leonardo crea 160 euro di maggiore spesa fra commesse ai fornitori e maggiori consumi dei dipendenti. Ecco perché la sopravvivenza dell'Ilva è cruciale.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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