Tiscali.it
SEGUICI

[L’analisi] Altro che rivoluzione, la guerra all’euro del governo M5s-Lega è già finita 

Per chi tiene il conto dei punti nell'eterna partita a scacchi della politica italiana, è una vittoria di Mattarella e del suo tenace rifiuto a sottoscrivere la nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia fino a che non è emersa la candidatura di Giovanni Tria. Per chi non era direttamente impegnato, come Lega e 5Stelle, nella rivoluzione anti-euro, è semplicemente la vittoria del buon senso

[L’analisi] Altro che rivoluzione, la guerra all’euro del governo M5s-Lega è già finita 

La Rivoluzione è sospesa. Rinviata. Forse semplicemente annullata. Nel clamore suscitato dalle raffiche di iniziative e di provocazioni del neo ministro dell'Interno sul dossier immigrati , si rischia di non apprezzare che la svolta più clamorosa operata dal governo Conte è su temi lontani da quelli di competenza di Matteo Salvini: l'economia. E' una svolta per omissione. Detto in termini semplici: la politica economica del governo non cambia, anche se adesso non è Pd, ma gialloverde. Rispetto alle attese e alle preoccupazioni suscitate dal Contratto di governo e dal dibattito che lo ha accompagnato, è una bomba. Per chi tiene il conto dei punti nell'eterna partita a scacchi della politica italiana, è una vittoria di Mattarella e del suo tenace rifiuto a sottoscrivere la nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia fino a che non è emersa la candidatura di Giovanni Tria. Per chi non era direttamente impegnato, come Lega e 5Stelle, nella rivoluzione anti-euro, è semplicemente la vittoria del buon senso.

“Non c'è trippa per gatti”. Giovanni Tria non ha detto proprio così, ma il messaggio che si ricava da tutti i suoi interventi pubblici – dall'intervista al Corriere della sera, al discorso di martedì in Parlamento, a quello di mercoledì alla Guardia di Finanza – è, sostanzialmente, che la ricreazione non è affatto iniziata: anzi, il consolidamento del bilancio è”la condizione necessaria per mantenere la fiducia dei mercati, imprescindibile per tutelare il risparmio degli italiani e ottenere una crescita stabile”. Sembra Mattarella, quando ha detto no a Savona. Anche qui, però, valgono soprattutto le omissioni. Nel discorso alla Guardia di Finanza manca qualsiasi riferimento alla flat tax e ai condoni. Al contrario: “le risorse per tagliare le tasse vengono dal contrasto efficace all'illegalità”, non dalla mano tesa agli evasori. E, tanto per riassumere, ha esaltato “la continuità con le politiche adottate nel passato per gestire al meglio il presente”.

Viva Padoan. Il suo predecessore al ministero, Pier Carlo Padoan, avrà ringraziato. Anzi, il discorso avrebbe potuto scriverlo lui. Come ha immediatamente notato Salvini, il quale si è sentito subito in dovere di rilanciare un condono quale che sia per il proprio elettorato: una sanatoria per tutte le cartelle Equitalia sotto i 100 mila euro, dalla quale, tuttavia – al di là di possibili vantaggi elettorali – è difficile aspettarsi, al massimo, più di 5 miliardi di euro e in due anni. Ben lontano, insomma, dalle decine di miliardi di euro necessari per coprire le spese di programma messe insieme dai due partiti i governo.

Aspettando Bruxelles. Delle coperture, ha detto Tria, si parlerà a settembre. Quindi, in questo clima di campagna elettorale permanente, non sono affatto da escludere nuove offensive sui conti pubblici e il rilancio dei programmi ambiziosi e costosi ai quali Lega e 5Stelle vogliono legare la loro esperienza di governo. L'impressione, tuttavia, è che questo possa avvenire solo a prezzo di un brutale braccio di ferro con il ministro dell'Economia: Tria si è molto esposto e non sembra tipo facile a remissive marce indietro. Cosa aspettarsi, dunque? Una manovra che, anzitutto, concentri le risorse sul reperire gli oltri 12 miliardi di euro necessari a sventare l'aumento dell'Iva. E, poi, una lunga trattativa con Bruxelles che allarghi, anche in misura consistente (fino al 3 per cento del vecchio tetto di Maastricht, ad esempio) il deficit di bilancio rispetto al Pil, invece di proseguire sulla strada del suo azzeramento. Questo libererebbe al governo gialloverde i margini per approvare almeno qualche riforma, anche se non nelle misure promesse.

Ma la pacchia (per l'economia italiana) è finita. Il problema è che il panorama, nonostante l'ottimismo ufficiale, si sta incupendo. I cieli limpidi sono già alle nostre spalle. La Bce, rispetto a quanto calcolava nel marzo scorso, ha rivisto al ribasso – dal 2,4 al 2,1 per cento – le previsioni di crescita dell'eurozona per il 2018, già in drastico calo dal 2017 e, per l'anno prossimo, prevede un non entusiasmante 1,9 per cento. Più basso il ritmo di crescita del Pil, più gravoso il peso del deficit di bilancio e meno spazio c'è per spendere. Tria lo sa e, soprattutto, sa che lo sanno i mercati: un buco di bilancio che si allarga scatenerebbe la speculazione. E qui si chiude l'altra ganascia della tenaglia. A dicembre, si esaurisce la politica di acquisto di titoli di Stato da parte della Bce. Si chiude l'ombrello, per così dire. Francoforte (che detiene il 15 per cento dei titoli italiani) continuerà a rinnovarli, dando una ciambella di salvataggio al Tesoro, ma gli altri Btp Tria dovrà venderli a tassi che, in caso di una ondata di sfiducia, diventerebbero difficili da sostenere. L'economia italiana, insomma, cammina su un ghiaccio sottile: vietati i movimenti bruschi.

La maledizione della crescita mancante. Per sfuggire alla tenaglia, l'economia italiana dovrebbe cominciare a correre. Non lo fa da venti anni. Il pezzo di economia nazionale che spetta, statisticamente, a ognuno di noi (il Pil pro capite) è inferiore dell'8 per cento a quello del 2007 e batte quello del 1997 solo del 4 per cento: una miseria, rispetto a quanto hanno fatto gli altri paesi dell'eurozona. Il paradosso maledetto è: meno male che è andata così, non ci potevamo permettere di più. L'economia italiana, infatti, è come una persona affetta da una grave forma di asma: deve tenere al minimo l'attività, altrimenti perde il respiro. Idem l'economia: noi oggi abbiamo i conti con l'estero in attivo, ma solo perché la recessione non è finita, i salari sono bassi, i consumi pure, importiamo poco e esportiamo di più. Se la domanda riparte, i conti vanno in rosso, bisogna finanziare le importazioni e i mercati si scatenano di nuovo.

L'equivoco del Contratto di governo. Il vicolo cieco in cui si infila la politica economica immaginata da Lega e 5Stelle è puntare invece proprio su un rilancio dei consumi (riforma Fornero, reddito di cittadinanza, taglio delle tasse) per far ripartire l'economia, a rischio di farla spiaccicare contro il muro. Il male di fondo dell'economia italiana, infatti, non è una congiuntura asfittica, come sembrano pensare Salvini e Di Maio, ma una struttura obsoleta. Il 60 per cento del gap di competitività fra l'industria italiana e quella tedesca, certifica un recente studio del Fondo monetario internazionale, è il ritardo di produttività. Il grosso dell'economia italiana è fatto di aziende troppo piccole, che non destinano abbastanza soldi alla ricerca, non si preoccupano di avere una forza lavoro con la giusta formazione professionale, non investono abbastanza in macchinari e strumenti. Smuovere questo apparato arrugginito è indispensabile, ma è un'opera di lunga lena, che darebbe risultati in un futuro al di là delle prossime elezioni. Nel caso specifico si tratta anche di allisciare contropelo quella vasta platea di piccoli imprenditori del Lombardo Veneto, che sono il cuore e il nerbo elettorale della Lega e, in parte,  dei 5Stelle.

L'alternativa è peggio. Ecco perché questo non sembra il governo giusto per affrontare alla radice la zavorra che da 20 anni impiomba l'economia italiana. I rischi, però, sono crescenti. Cosa succederebbe, infatti, se, travolto dalle ondate dei mercati, il governo dovesse invocare l'aiuto di Bruxelles per far fronte alla crisi? E' lo stesso studio del Fmi che fa intravedere quale ricetta, probabilmente, verrebbe imposta all'Italia, in cambio degli aiuti. Per recuperare la competitività perduta, spiega il Fmi, occorrerebbe una “svalutazione interna” di almeno il 10 per cento. Dunque, una deflazione pilotata. Fuori dal gergo economico, vuol dire un taglio del 10 per cento di salari e prezzi, che strangoli l'economia, ma rimetta i costi in pari con quelli degli altri paesi dell'eurozona. Una ricetta spagnola, anzi, greca in salsa italiana. Oppure, naturalmente, fuori dall'euro. Forse qualcuno se lo augura ancora. Ma altro che piano B. Arrivarci in questo modo, cacciati a forza, sarebbe precipitare in caduta libera.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
I più recenti
La nuova guida interattiva dei servizi del Fisco
La nuova guida interattiva dei servizi del Fisco
Agenzia riscossione, arriva nuova guida servizi online
Agenzia riscossione, arriva nuova guida servizi online
Borsa: correzione in atto in Europa, Milano maglia nera -2,5%
Borsa: correzione in atto in Europa, Milano maglia nera -2,5%
Confindustria, incontro Orsini-Ghribi (Gksd)
Confindustria, incontro Orsini-Ghribi (Gksd)
Teleborsa
Le Rubriche

Alberto Flores d'Arcais

Giornalista. Nato a Roma l’11 Febbraio 1951, laureato in filosofia, ha iniziato...

Alessandro Spaventa

Accanto alla carriera da consulente e dirigente d’azienda ha sempre coltivato l...

Claudia Fusani

Vivo a Roma ma il cuore resta a Firenze dove sono nata, cresciuta e mi sono...

Claudio Cordova

31 anni, è fondatore e direttore del quotidiano online di Reggio Calabria Il...

Massimiliano Lussana

Nato a Bergamo 49 anni fa, studia e si laurea in diritto parlamentare a Milano...

Stefano Loffredo

Cagliaritano, laureato in Economia e commercio con Dottorato di ricerca in...

Antonella A. G. Loi

Giornalista per passione e professione. Comincio presto con tante collaborazioni...

Carlo Ferraioli

Mi sono sempre speso nella scrittura e nell'organizzazione di comunicati stampa...

Lidia Ginestra Giuffrida

Lidia Ginestra Giuffrida giornalista freelance, sono laureata in cooperazione...

Alice Bellante

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli...

Giuseppe Alberto Falci

Caltanissetta 1983, scrivo di politica per il Corriere della Sera e per il...

Michael Pontrelli

Giornalista professionista ha iniziato a lavorare nei nuovi media digitali nel...