Il governo che verrà e la trappola manovra: deduzioni e detrazioni fiscali nel mirino. Un terremoto per i bilanci familiari

Chiunque andrà a governare sarà condizionato anzitutto dalla manovra finanziaria che metterà in campo per un difficilissimo 2020

Il governo che verrà e la trappola manovra: deduzioni e detrazioni fiscali nel mirino. Un terremoto per i bilanci familiari

Mai come questa volta, forse, governo è stato sinonimo di manovra. Il governo che verrà, infatti, sarà definito anzitutto dalla manovra finanziaria che metterà in campo per un difficilissimo 2020. Un provvedimento solo interlocutorio, nel caso di governo preelettorale e, probabilmente, anche di governo di unità nazionale “antibarbari”, Grillo-Renzi. Una strategia aggressiva, d’attacco, drogata di promesse elettorali, nel caso di un governo Salvini, reduce da un trionfo autunnale alle urne. Di concerto con Bruxelles, nel primo caso, di scontro-confronto nel secondo. In nessun caso, però, scelte di routine: la trappola innescata l’anno scorso, con l’impegno a varare un aumento dell’Iva da 23 miliardi di euro (più altri 28 nel 2021), infatti, ormai è scattata e il muro da scalare è ripidissimo. Per giunta, la partenza è ad handicap.

La zavorra

Il governo che verrà, infatti, quale esso sia, punta verso il 2020 con le vele flosce e troppa zavorra nella stiva. Questa zavorra ha un numero preciso: 1,7. Secondo i tecnici dell’Ufficio Parlamentare del Bilancio, a legislazione vigente, la manovra 2020 presenta già, infatti, un disavanzo pari all’1,7 per cento del Pil. Attenzione: a legislazione vigente significa avendo effettuato l’aumento dal 22 al 25,2 per cento dell’Iva (dal 10 al 13 per cento per i consumi più popolari). Arriviamo, quindi, già all’1,7 per cento, pur avendo inghiottito il rospo più grosso. Nessuno vuole l’aumento dell’Iva (500 euro in più l’anno, in media, a famiglia, con effetti pesanti sui consumi e, dunque, sulla crescita economica), ma sputare il rospo, tappando quel buco di 23 miliardi con più deficit, significherebbe far salire l’1,7 al 3 per cento, il tetto di disavanzo fissato a Maastricht. Come mai, a parte l’aumento dell’Iva, una eredità così pesante per il 2020? In parte, quell’1,7 per cento è il risultato delle tradizionali spese indifferibili, ovvero già a bilancio (le missioni all’estero, il contratto degli statali ecc.). Ma, in larga misura, è quello che detta l’andamento dell’economia.

La revisione dei conti effettuata a giugno per venire incontro alle richieste della Ue aveva lasciato in dote, per il 2020, un tesoretto non lontano dai 10 miliardi di euro. Frutto di lasciti disparati e, quasi sempre, inaspettati. Anzitutto, un recupero di evasione sull’Iva (il provvedimento economico di maggior successo del 2019 è l’avvio della fattura elettronica, che il “governo del cambiamento” ha ereditato dal suo predecessore). Poi, spese inferiori alle attese per reddito di cittadinanza e quota 100, dove l’attesa popolare era, evidentemente, inferiore alle previsioni di Lega e 5Stelle, e le domande non hanno raggiunto gli obiettivi. Infine, lo spread: il calare, dopo giugno, delle tensioni sui mercati internazionali lo aveva ridotto, portando a rivedere le previsioni di spesa per interessi nel 2020.

Tutto questo è stato inghiottito dall’oscurarsi della congiuntura economica e politica. Lo spread è tornato a salire con la crisi di governo e i risparmi che si erano intravisti sul costo del debito potrebbero essere fuori portata. Inoltre, il ritmo di sviluppo dell’economia, l’anno prossimo, non sarà lo 0,8 per cento previsto a primavera, ma, dice l’Ufficio Parlamentare del Bilancio, lo 0,4 per cento. Meno sviluppo, meno gettito fiscale, casse più vuote.

Il teorema Salvini

Difficile che questi conti fermino una Finanziaria targata Lega. Il triumivirato Garavaglia-Bitonci-Borghi ha già annunciato di aver pronta la manovra, ma è una affermazione, probabilmente, vera solo per metà. E’ come quando uno prepara la lista della spesa, ma non ha ancora verificato se ha abbastanza soldi nel portafoglio: il punto, infatti, sono le coperture.

In realtà, su questo punto la Lega aveva preparato una sua strategia. L’idea, espressa ripetutamente da Claudio Borghi, è che tutto l’armamentario in essere per controllare i bilanci (deficit strutturale, output gap), che ha sostituito il vecchio limite del 3 per cento sia farraginoso, discutibile, controproducente. Facciamo piazza pulita e ridate fiato ai nostri bilanci fino al vecchio limite del 3 per cento. Dentro il limite, ci pensiamo noi, in base all’interesse nazionale. Purtroppo per la Lega, questa strategia aveva bisogno di una sponda sovranista a Bruxelles, che le elezioni europee non hanno affatto materializzato.

In sé, infatti, la critica alla attuale gabbia di strumenti comunitari di controllo dei bilanci ha basi solide e incontra parecchi consensi fra gli economisti, anche non sospettabili di simpatie sovraniste. Ed è possibile che oggi, a Bruxelles, ci sia maggiore disponibilità a rivedere i singoli strumenti attuali. Ma è da escludere, al di là delle speranze della Lega, che si sia attenuata la preoccupazione di tenere sotto controllo e ridurre progressivamente deficit e debiti, in particolare di paesi fuori limite, come l’Italia. Forse, in Europa, potrebbero accettare di escludere gli investimenti dal conteggio del deficit, ma la Finanziaria Garavaglia-Bitonci-Borghi punta tutto sulla riduzione delle tasse, non sugli investimenti.

Del resto, non rispetterebbe neanche il limite del 3 per cento. Con l’1,7 per cento di base, più l’Iva siamo oltre il 3 per cento. Con la flat tax e gli altri sgravi verso il 4,5 per cento del Pil. Esistono coperture possibili per ammortizzare lo sfondamento?

Deduzioni, detrazioni: tax expenditures

L’idea ricorrente è quella di attaccare la giungla di deduzioni e detrazioni fiscali che caratterizza l’Irpef. Ma c’è un motivo per cui se ne parla da anni senza risultato. Quelle detrazioni coprono interessi enormi, diffusi e, per lo più, legittimi. I due terzi delle tax expenditures, infatti, si concentrano nelle fasce di reddito basse e medio-basse, sotto i 28 mila euro. Grazie ad esse, l’aliquota media effettiva per i redditi fino a 15 mila euro è il 5,2 per cento e, per i redditi da 15 a 28 mila euro, è il 14,4 per cento. Come a dire che, per la gran parte degli italiani, la flat tax al 15 per cento (anzi, sotto) è già realtà, anche senza la Lega. La riforma interesserebbe, principalmente, i redditi medio-alti, vicini ai 50 mila euro l’anno. Sostituire la giungla attuale di deduzioni, con una – unica – da 3 mila euro l’anno, aumenterebbe questo beneficio. Mentre, per i redditi sotto i 28 mila euro, la deduzione unica al posto delle precedenti sarebbe, nell’ipotesi migliore, una partita di giro, senza conseguenze sul reddito effettivo.

Il governo alternativo

La zavorra pesa anche sul possibile governo alternativo. In base alle regole europee, l’anno prossimo il disavanzo italiano dovrebbe essere intorno all’1,8 per cento del Pil. Con l’1,7 per cento già acquisito, non c’è praticamente margine, anche se è prevedibile qualche flessibilità in più da parte di Bruxelles, In ogni caso, anche qui il problema principale è trovare gli ulteriori 23 miliardi per bloccare l’aumento dell’Iva. Dove? Escludendo patrimoniali o rincari fiscali, si torna alle tax expenditures. Ma è, comunque, un terreno minato.

Le voci importanti, infatti, sono il bonus Renzi (quasi 10 miliardi), le ristrutturazioni edilizie (quasi 8), lo sgravio sui mutui (5), i rimborsi sanitari (oltre 4). Per non parlare di quelle generali: lavoro dipendente (42 miliardi), familiari a carico (12), contributi sulla pensione (16, per non tassarli due volte), liquidazione (idem), più 15 miliardi per le rendite finanziarie (tassate fuori Irpef in tutta Europa).

Intervenire qui significherebbe terremotare molti bilanci familiari. Ma intervenire sullo spolverio delle altre (abbonamenti bus, istruzione, sport) può portare solo qualche miliardo di euro di risparmi, forse tre o quattro. Il governo alternativo potrebbe concentrarsi su questo lavoro di potatura marginale, accoppiandolo con un lavoro analogo (che il Tesoro, con Tria, ha già iniziato) sull’Iva, in modo da consentire l’aumento dal 22 al 25,2 per cento, ma solo sui beni di minore impatto popolare. Questo lavoro di cesello sui due fronti potrebbe arrivare ad una dozzina di miliardi, dimezzando l’impatto della nuova Iva. Poco, forse. Ma, probabilmente, quel governo alternativo si farebbe chiamare “il governo del possibile”.