[Il punto] Sulla crescita è guerra di cifre con Bruxelles, ma il governo non vede che tutta l'Eurozona è in frenata

Il ministro dell’Economia Tria ha accusato la Commissione europea di non saper fare i conti senza considerare che la revisione al ribasso delle previsioni sulla crescita del Pil non riguarda solo il nostro Paese ma anche la Germania e l’intera Eurozona

[Il punto] Sulla crescita è guerra di cifre con Bruxelles, ma il governo non vede che tutta l'Eurozona è in frenata
di Michael Pontrelli   -   Twitter: @micpontrelli

Lo scontro tra il governo del Cambiamento e la Commissione europea si è arricchito di un nuovo capitolo. I tecnici comunitari hanno rivisto al ribasso le stime sulla crescita economica del nostro Paese prevedendo un progresso dell’1,2% nel 2019 e dell’1,3% nel 2020 contro l’1,5 e 1,6% previsti dai tecnici del Mef. Differenze rilevanti in quanto impattano anche sulle stime del rapporto deficit/pil. Secondo Bruxelles sarà del 2,9% nel 2019 e addirittura del 3,1% nel 2020. Gli obiettivi inseriti nella Manovra del Popolo indicando invece un +2,4% per il 2019 e un +2,1% nel 2020.

Le accuse di Tria 

Il governo italiano ha respinto al mittente le previsioni dell’Europa. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha parlato di “defaillance della Commissione” e di “analisi non attenta e parziale” della manovra italiana. Sulla stessa lunghezza d’onda il premier Giuseppe Conte. “Andiamo avanti con le nostre stime” ha affermato il presidente del Consiglio.

Giovanni Tria

Previsto rallentamento della Germania e dell'Eurozona

La reazione del nostro esecutivo appare per certi versi paradossale e fuori dalla realtà. Bruxelles non ha rivisto al ribasso solo le stime sulla crescita italiana ma anche quelle della Germania (la locomotiva del Vecchio Continente) e dell’intera Eurozona. Secondo gli economisti comunitari Berlino nel 2019 crescerà dell’1,8% rispetto alla stima precedente del 2,1%. Lo stop tedesco peserà inevitabilmente anche su di noi dato che la nostra industria è strettamente connessa con quella teutonica come ribadito ieri anche dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha invitato tutti ad avere consapevolezza che “l’industria Ue è molto più integrata di quello che si immagina”.

Su Europa pesano fattori internazionali e ciclici 

Le previsioni della Commissione non sono dunque un “attacco” al nostro Paese ma una semplice presa d’atto di un rallentamento dell’economia europea che inizia a pagare una serie di fattori negativi internazionali. Tra questi almeno uno dovrebbe essere noto a tutti (e dunque anche al nostro esecutivo) ed è la stretta sul commercio internazionale imposta dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. A pesare sono poi anche fattori ciclici dato che l’economia europea ha alle spalle una lunga fase di crescita economica che in Italia non è stata avvertita in quanto, a differenza dei nostri partner, non siamo mai riusciti ad uscire pienamente della grande recessione iniziata nel 2011. Siamo sempre rimasti (e rimarremo anche in futuro) il fanalino di coda dell’Eurozona.

Stime Fmi peggiori di quelle della Commissione 

Le nuove stime del Fondo monetario internazionale sulla nostra economia sono poi addirittura più pessimistiche di quelle di Bruxelles. Per l’organizzazione guidata da Christine Lagarde l’Italia crescerà solo dell’1% nel 2019 e dello 0,9% nel 2020. Anche in questo caso le previsioni tengono conto di una serie di trend internazionali e del fatto che le singole economie sono ormai (nel bene e nel male) molto integrate tra di loro.

Serve una accettazione della realtà 

Il governo del Cambiamento anziché portare avanti una battaglia surreale con la Commissione europea sulle cifre della crescita dovrebbe semplicemente prendere atto che il contesto economico internazionale è mutato rispetto a qualche mese. Dovrebbe tenere conto dei nuovi scenari e accettare il fatto che la frenata rende irrealistici gli obiettivi sulla crescita del Pil, e dunque sul rapporto deficit/pil, contenuti nella Manovra del Popolo. Una accettazione della realtà nell’interesse dei cittadini. Perché questo dovrebbe essere l’obiettivo principale di chi ha la responsabilità di guidare il Paese.

Errore non è il deficit ma la mancanza di investimenti 

Come spiegato da numerosi economisti, il difetto strutturale della finanziaria non è voler aumentare il deficit ma il volerlo fare incrementando le spese correnti e non gli investimenti che hanno effetti molto maggiori sulla crescita dell’economia, avendo moltiplicatori della domanda più elevati. I tempi per una correzione della rotta ci sono. Purtroppo manca la volontà politica di farlo.