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Arriva la flat tax incrementale: cos'è, come funziona, a chi si applicherà. Chi ci guadagna: la simulazione

Si tratta di un'aliquota del 15% applicata non a tutto il reddito, ma solo alla differenza (in aumento) tra i redditi dichiarati nell'ultimo anno e il più alto dichiarato nei tre anni precedenti.

Stefano Loffredodi Stefano Loffredo   

In arrivo la flat tax, per la quale si sta studiando, oltre all'estensione del tetto (da 65 a 85mila euro) per le partite Iva, anche una versione 'incrementale' (sull'incremento di reddito nel 2022 rispetto al maggiore dei redditi dichiarati nei tre anni precedenti) per "i titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfettario": misura che quindi sembrerebbe essere allo studio anche per i lavoratori dipendenti. L’incremento di reddito da tassare non nascerà dal confronto con le entrate dell’anno precedente. Bensì con il picco di entrate tra 2019 e 2021. LA ratio di partire dai redditi 2022 sta nel fatto di eliminare l'eventuale idea di “giocare” con le dichiarazioni per far risultare un aumento di reddito da sottoporre alla nuova norma.

Che cos'è la flat tax incrementale

SI tratta di un regime sostitutivo opzionale per i titolari di redditi da lavoro o di impresa non aderenti al regime forfetario che potranno assoggettare ad aliquota del 15% una quota dell'incremento di reddito registrato nel 2022 rispetto al maggiore tra i medesimi redditi dichiarati e assoggettati all'Irpef nei tre anni d'imposta precedenti. La novità più importante è che tra i beneficiari figurerebbero anche i lavoratori dipendenti. La cosiddetta flat tax però sarebbe un'aliquota del 15% applicata non a tutto il reddito, ma solo alla differenza (in aumento) tra i redditi dichiarati nell'ultimo anno e il più alto dichiarato nei tre anni precedenti. Anzi questa aliquota del 15% potrebbe essere applicata soltanto a una parte ("una quota") dell'incremento di reddito registrato.

Le simulazioni de LaVoce.info

Uno studio di Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi, pubblicato su LaVoce.info, ha provato a calare nella realtà l'idea di una flat tax incrementale al 15%. I ricercatori hanno analizzato l'andamento delle retribuzioni della Pa: proprio il bacino che, secondo la vulgata, sarebbe più propenso a rilassarsi sul posto conquistato, mentre il meccanismo vorrebbe - nelle intenzioni di Fdi - stimolare l'attivismo dei lavoratori.

Riprendendo le serie di dati Istat, i due partono da un reddito medio per un dirigente pubblico di 69mila euro nel 2021, e di 28mila euro per un impiegato. E ipotizzano - in base alla media storica degli ultimi tre anni - che nel 2022 registrino un incremento di 1.250 euro nel primo caso e di 100 euro nel secondo. A questo punto, sul nuovo reddito (inclusivo degli aumenti) applicano il 15% di aliquota alla parte di incremento di reddito annuale: il dirigente paga una Irpef complessiva di 21.008 euro, l'impiegato 4.734. Rispetto al sistema di tassazione vigente, il primo beneficia una diminuzione d'imposta di 350 euro e il secondo di 20 euro.

Chi ci guadagna

Concludono Rizzo e Secomandi quindi che la diminuzione della pressione fiscale è minima: sul dirigente di 0,5 punti percentuali e sull’impiegato di 0,07 punti percentuali. "Si tratta - dicono i ricercatori - di risparmi di imposta molto contenuti, tanto che francamente si fatica a pensare che possano incentivare comportamenti finalizzati a incrementare il reddito del contribuente". E anche nel caso, "comunque remoto, in cui la tassazione incrementale avesse effetto sulle scelte dei lavoratori, si potrebbero poi verificare comportamenti opportunistici finalizzati ad avere incrementi di reddito ad anni alterni".

 

 

Stefano Loffredodi Stefano Loffredo   

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