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[Il commento] Vi spiego perché la Flat tax privilegia i ricchi, crea sperequazioni e alimenta il lavoro nero

A Salvini basta, in vista delle elezioni europee di maggio, che il Def ricordi l’impegno comune a realizzarla. Ma è tutto molto più complicato

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
[Il commento] Vi spiego perché la Flat tax privilegia i ricchi, crea sperequazioni e alimenta il...

Si capisce che siamo in campagna elettorale, perché riprendono a volare promesse mirabolanti, poco importa se, per il momento, ci si accontenta di parole e i fatti (e i dettagli) sono rinviati ai mesi futuri. La Lega ha deciso che il tam tam che ci accompagnerà durante l’estate sarà l’introduzione della flat tax, ovvero di una Irpef ad aliquota bassa e non progressiva. A Salvini basta, in vista delle elezioni europee di maggio, che il Def, il documento che illustra il programma economico e finanziario del governo e che il ministro del Tesoro presenterà domani, ricordi l’impegno comune (c’è nel contratto fra Lega e 5Stelle) a realizzarla. A settembre, si stabilirà come, a cura del governo Conte o, eventualmente, di quello che verrà, dopo le elezioni. Intanto, Armando Siri, il sottosegretario leghista che ne è il profeta, non si stanca di ripetere che la flat tax è “la più grande rivoluzione fiscale della storia italiana”, nonché “l’unica medicina per vincere la recessione”.

In realtà, la flat tax non è né l’una, né l’altra cosa. La più grande rivoluzione fiscale della storia italiana dal dopoguerra è, semmai, l’introduzione della ritenuta alla fonte dell’Irpef sulle buste paga, che ha trasformato i lavoratori dipendenti – spesso e volentieri più dei loro datori di lavoro – nella più grande cinghia di trasmissione di soldi all’erario. E il ristagno ultraventennale dell’economia italiana non dipende dalla scarsità di consumi, come sembra supporre Siri, ma dallo spegnersi degli investimenti. Piuttosto, la flat tax costa molto, privilegia i ricchi nella versione maxi, crea sperequazioni insostenibili nella versione mini, dove si colpiscono in particolare le coppie sposate e il lavoro delle donne. Alimentando il lavoro nero. Vediamo.

Il regalo ai ricchi

La flat tax di cui si parla in questi giorni è una versione mini. Ma la Lega la presenta come un passo intermedio in vista della realizzazione della versione originaria e completa. Quindi, la versione maxi è un obiettivo dilazionato, ma ancora vivo e vegeto, su cui valutare l’intero progetto. Che ha costi elevatissimi: la flat tax farebbe perdere allo Stato entrate per 50 miliardi di euro l’anno, secondo le valutazioni di un sito di economisti indipendenti, lavoce.info. Per  60 miliardi, secondo calcoli attribuiti al ministero del Tesoro, ma mai confermati o pubblicati. L’Italia non se la può permettere e, probabilmente, non deve neanche augurarsela, perché il tessuto sociale ne verrebbe profondamente segnato.

Il meccanismo prevederebbe un’aliquota del 15 per cento per i redditi fino a 80 mila euro l’anno e del 20 per cento per quelli superiori, contro le cinque aliquote attuali, che vanno dal 23 al 43 per cento, salendo man mano che sale il reddito. Risultato? Una famiglia che guadagna 27 mila euro l’anno risparmierebbe 800 euro di tasse, una che supera i 100 mila ne risparmierebbe oltre 10 mila. Letta in un altro modo: il 50 per cento dei soldi in meno incassati dall’erario sarebbero quattrini che restano nelle tasche del 10 per cento più ricco della popolazione. Una bonanza da 30 miliardi di euro l’anno - secondo i calcoli attribuiti al ministero del Tesoro - per chi ha meno problemi economici, mentre il restante 90 per cento si spartirebbe gli altri 30.

L'ingorgo del 2020

Per il 2020, tuttavia, ci si fermerebbe ad una versione ridotta: flat tax al 15 per cento per i redditi che non superino, per l’intera famiglia, i 50 mila euro l’anno. Oltre, tutto resta come prima. Il costo, tuttavia, resta massiccio: 17 miliardi di euro secondo alcune simulazioni, 12-13 secondo fonti governative. L’Italia non si può permettere neanche questo. Già occorre trovare 23 miliardi di maggiori entrate o minori spese per scongiurare l’aumento dell’Iva . Con la flat tax, anche mini, si arriverebbe a 45 miliardi di euro scoperti. Aggiungete una quindicina di miliardi di euro già incorporati nelle previsioni dell’anno prossimo (spese già programmate, minori entrate per la recessione) e, a settembre, il governo si troverebbe a dover cercare circa 60 miliardi di euro per tappare il buco 2020 della finanza pubblica. L’alternativa, naturalmente, che Siri non rinuncia a citare, è finanziare tutto in disavanzo.  Ma il conto di questo sfondamento dei deficit fissati a livello europeo e della parallela esplosione del debito lo pagheremmo sul mercato dei titoli di Stato, con la liquefazione dello spread e la moltiplicazione del costo degli interessi, che aggraverebbe ulteriormente il disavanzo.

Mai sposarsi

La flat tax leghista (Di Maio non sembra aver ancora deciso se imbarcarsi o meno sul progetto di Salvini) non ha, tuttavia, solo problemi di compatibilità finanziaria. Ma anche, per così dire, sociale. I giudizi, dicono i tecnici, si potranno dare solo di fronte ad un progetto dettagliato, che precisi se ci sono deduzioni, dove, come eccetera. Così come lo conosciamo, però, il progetto premia chi guadagna appena meno di 50 mila euro, che passa da un’aliquota fiscale del 38 per cento ad una del 15 per cento. Per il 20 per cento degli italiani più poveri, non cambia nulla. E tutto resta uguale (al contrario  che nella versione maxi) anche per il 20 per cento degli italiani più ricchi. Il problema è che per il 60 per cento degli italiani restanti succede di tutto.

Il punto chiave del progetto che conosciamo è che il reddito di riferimento è quello familiare e non, come oggi, quello individuale. Questo dà, probabilmente, accesso a deduzioni secondo il numero di componenti della famiglia, ma crea conseguenze contradditorie. Secondo i calcoli de lavoce.info, una famiglia in cui lavora solo il marito e porta a casa 40 mila euro l’anno si vede dimezzare l’Irpef, con un risparmio superiore a 5 mila euro di tassa in meno. Ma se, nella stessa famiglia, il reddito di 40 mila euro l’anno viene raggiunto con i 25 mila euro del marito e 15 mila della moglie, il risparmio della flat tax va in fumo. Con le regole attuali, infatti, il primo partner paga, sui suoi 25 mila euro, 4.269 euro di tasse, il secondo (reddito 15 mila) ne paga 926. Totale: 5.195 euro l’anno di Irpef. Con la flat tax, ne paga 5.100. Risparmio: 95 euro.

Lavorare possibilmente in nero

La situazione si complica ulteriormente, ai limiti del paradosso, nel caso si scavalchi la soglia dei 50 mila euro e si perda il diritto alla flat tax. Mettiamo che il marito guadagni 40 mila euro l’anno e la moglie decida di mettersi a lavorare per 15 mila euro. Nella situazione attuale, il reddito della famiglia aumenta di 15 mila euro e l’Irpef complessiva dei due coniugi cresce di 1.616 euro. Fatta la flat tax, i due coniugi sono oltre il tetto di 50 mila, scattano le vecchie aliquote: il reddito annuale cresce di 15 mila euro, l’Irpef di 6.803 euro. Alla famiglia, se il lavoro non è in nero, l’occupazione della signora ha portato solo 8 mila euro, 5 mila in meno di quanto avverrebbe adesso.

Appianare queste contraddizioni non sarà facile, ma la vera debolezza della flat tax è che si tratta dell’ennesima occasione mancata di affrontare i due problemi di fondo del fisco italiano. Il primo è l’evasione, di cui quasi non si parla più. Secondo i calcoli dello stesso governo, ogni anno si perde gettito per 108 miliardi di euro. Se li recuperassimo, in dieci anni dimezzeremmo il debito pubblico e faremmo pernacchie ai tedeschi. L’altro è il cuneo fiscale: la distanza fra quanto costa il lavoratore all’azienda e quanto lo stesso lavoratore si trova in busta paga. Il cuneo fiscale significa che il lavoratore costa troppo all’azienda e si trova troppi pochi soldi nello stipendio. Ridurlo abbassa i costi, alimenta gli investimenti degli imprenditori e i consumi dei lavoratori.

In Italia, questo cuneo (tasse più contributi) è pari al 47,70 per cento dello stipendio. In linea con quanto avviene in Francia e quasi due punti in meno del cuneo tedesco. Ma, dal 2000 ad oggi, i due paesi nostri maggiori concorrenti lo hanno ridotto di tre punti, mentre in Italia è rimasto uguale. E in Svezia, il paese del fisco più esoso che c’è? E’ sotto il 43 per cento, quasi cinque punti in meno di quello italiano. Soprattutto, dal 2000 è sceso di 8 punti.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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