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A luglio ci saranno più licenziamenti o più assunzioni? La scommessa sulla fine del blocco

Le prospettive sono più ottimiste oggi, anche solo di poche settimane fa. L'industria sta andando forte. Oggi, le previsioni ufficiali sono sopra il 4,5 per cento e qualcuno vede anche un 2021 al 5 per cento,

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
A luglio ci saranno più licenziamenti o più assunzioni? La scommessa sulla fine del blocco

La prova preliminare e indispensabile è la verifica della curva dei contagi e delle vaccinazioni. Subito dopo, per capire dove va l'Italia ci sono due test. Il primo è carico di speranza: affacciarsi sulle spiagge e controllare quanta gente c'è sotto gli ombrelloni. Se le sdraio sono piene, vuol dire che la ripresa cavalcata da Draghi avrà il turbo.

Il secondo è gravido di ansia: che succederà nelle grandi aziende il 1 luglio, quando scadrà il blocco dei licenziamenti?  Un boom di nuovi disoccupati, oppure la ripresa avrà abbastanza gambe da assorbire i licenziamenti e offrire nuovi posti? Un segnale positivo a luglio renderebbe anche meno traumatica la scadenza di ottobre, quando potranno licenziare anche le aziende più piccole che, in Italia, valgono un terzo dell'occupazione dipendente.

Le prospettive sono più ottimiste oggi, anche solo di poche settimane fa. Ad aprile, quando il governo ha stimato una crescita per il 2021 del 4,5 per cento, non mancarono le critiche: Draghi aveva accentuato le speranze di crescita, appoggiandole alla promessa di un rilancio degli investimenti. Ma, in realtà, l'economia si era già rimessa in moto. Nel primo trimestre si aspettava una recessione, che, invece, si è capito poi, non c'è stata: sia pure di un decimo di punto, l'economia si è allargata. E l'industria sta andando forte. Oggi, le previsioni ufficiali sono sopra il 4,5 per cento e qualcuno vede anche un 2021 al 5 per cento, un ritmo mozzafiato per le abitudini italiane. Ma quanti posti di lavoro creerà questa ripresa?

Nessuno si aspetta una valanga di licenziamenti subito, il primo di luglio. Piuttosto, un flusso in uscita, scaglionato sull'arco di alcuni mesi. Ma quanto grande? E quanto compensato da un flusso in entrata? La Confindustria sottolinea che le aziende hanno sempre bisogno di un margine di manovra, di adeguare costantemente il proprio ventaglio professionale alle esigenze della domanda e del mercato. Ferme ormai dal febbraio 2020, hanno bisogno di un aggiustamento. Più lo si ritarda, dicono gli industriali, più sarà brusco.

Qualcuno dà già per scontato che saranno i 55 mila lavoratori delle aziende dichiaratamente in crisi, dalla Whirlpool in giù, i primi a pagare la fine del blocco. Ma, in realtà, il mercato del lavoro italiano non è mai stato completamente congelato. Fra gennaio e aprile di quest'anno, ad esempio, nonostante la crisi, sono stati creati 120 mila nuovi posti di lavoro. Il problema è che, dal febbraio 2020, secondo l'Istat, se ne sono persi 800 mila. E' una cifra forse esagerata, perché, in base alle nuove normative europee, comprende anche i lavoratori in cassa integrazione da più di 3 mesi. Ma chi è disposto a scommettere che chi è stato in Cig per un tempo così lungo ritrovi il proprio posto? I cassintegrati di ieri rischiano di aggiungersi ai precari, part time, temporanei che, finora, sono quelli che hanno pagato in prima persona il costo della pandemia.

E' sulla parte più debole del mercato del lavoro, infatti, che le aziende hanno potuto, finora, fare leva per compiere gli aggiustamenti che ritenevano improrogabili. E, siccome in Italia, questa componente debole dell'occupazione è particolarmente elevata, il risultato è che gli 800 mila posti di lavoro svaniti sono, proporzionalmente, di più di quelli persi in Francia o in Germania, che il blocco dei licenziamenti non lo hanno attuato affatto. Il calo dell'occupazione è, invece, in linea con quanto accaduto in altri paesi con un forte precariato, come la Spagna.

Adesso, dal primo luglio, a giocarsi il posto arrivano anche i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, fino ad ora protetti. Per capire quanti licenziamenti potranno aggiungersi, fra un mese, ai posti di lavoro precari già persi durante la pandemia e che possibilità ci sono di riassorbire i lavoratori espulsi in questi mesi, bisogna, però, tener conto del fatto che, in condizioni normali, il mercato del lavoro è in continuo movimento. La Banca d'Italia calcola che, se non ci fosse stata la pandemia, il 2020 avrebbe visto, fisiologicamente 240 mila licenziamenti, e il 2021 120 mila. In sostanza, c'è un serbatoio di 360 mila licenziamenti che il blocco ha sospeso e che, dal 1 luglio, potranno essere effettuati.

Ma, sull'altro versante, ci sono le assunzioni. Complessivamente, in anni normali, l'occupazione aumenta. Nel 2019 è cresciuta dello 0,6 per cento. Secondo Bankitalia, senza pandemia, nel 2020 ci sarebbe stato un aumento dello 0,4 per cento. In totale, significa che, fra il 2020 e il 2021, ci sono 500 mila assunzioni che non si sono realizzate, per via della pandemia.

L'arretrato del mercato del lavoro, insomma, presuppone un saldo positivo. Se le aziende faranno, da luglio in poi, i licenziamenti e le assunzioni che avrebbero fatto in tempi normali, la seconda metà del 2021 non vedrà quell'ondata di senza lavoro che molti temono. Ma torneranno i tempi normali? Le premesse ci sono: sono in molti a scommetterci. Basterebbero a doppiare il capo della fine del blocco dei licenziamenti e, se la ripresa sarà sostenuta, anche a cominciare a riassorbire l'occupazione persa durante la pandemia.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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