Pensioni, difficilmente Draghi prorogherà Quota 100. Per il sindacato però serve una vera riforma: ecco quale

Col 2022 viene meno la possibilità di andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi. Cosa succederà col governo dell’ex presidente Bce? Per il sindacato serve un sistema flessibile dove il lavoratore possa scegliere quando lasciare il lavoro, a partire dai 62 anni. Soluzione sostenibile anche economicamente

Una manifestazione di pensionati e, a sinistra, Draghi (Foto Ansa)
Una manifestazione di pensionati e, a sinistra, Draghi (Foto Ansa)

Uno dei punti che le parti sociali dovranno discutere quando si troveranno faccia a faccia col presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi, sarà quello delle pensioni. A dicembre di quest’anno scade la sperimentazione di Quota 100 e dunque bisognerà vedere cosa fare. Col venir meno della  previsione tanto cara al Carroccio, per andare in pensione si dovranno attendere, in linea generale (potrebbe restare l'Ape social), i 67 anni di età, con la conseguenza dello scalone di 5 anni per quelli che matureranno il requisito dal 1 gennaio 2022. Si ripartirà da zero o verranno tenuti in considerazione i passi fatti col precedente governo e con l'Inps per introdurre una certa flessibilità in uscita, per consentire al lavoratore - maturati un minimo di contributi e una certa età - di valutare il momento più giusto per accedere al pensionamento?

E’ probabile che il tema sia tra quelli caldi quando il premier in pectore e le parti sociali si siederanno al tavolo. Già da ora si può dedurre che l’ex numero uno della Bce vorrà porre una pietra tombale sul provvedimento divenuto cavallo di battaglia di Salvini e dei suoi. Il leader leghista ha ribadito anche in questi giorni che sarebbe un errore clamoroso toccare Quota 100 e alzare l’età pensionabile” ma ciò non sembra collimare con la filosofia di Draghi. Basta leggere il Sole 24 Ore per ricordare come, alla fine del suo periodo alla Banca d’Italia, il premier incaricato suggeriva di “allungare la vita lavorativa per garantire un tenore di vita adeguato agli anziani di domani”. Poco probabile, dunque, che il governo tecnico o semitecnico nascente possa dire di sì a un prolungamento di Quota 100. Anche perché la Ragioneria dello Stato ha già scritto che, qualora la sperimentazione di tre anni di Quota 100 divenisse strutturale, assisteremmo a un balzo di 6 punti percentuali di Pil da qui al 2070.

Non piace all'Europa

E poi c’è un altro aspetto da considerare: Quota 100 non è mai piaciuta all’Europa che invece aveva incensato una riforma come quella della ministra Fornero all’epoca del governo Monti. La stessa Europa che anche di recente ha richiamato diversi Paesi, compreso il nostro, a una maggiore attenzione sulla spesa previdenziale. E in un frangente in cui l’Italia tende le mani al Recovery Fund non è difficile immaginare che sia molto attenta riguardo ai desiderata di Bruxelles. Cosa di cui Draghi – visti i precedenti – cercherà di farsi garante, tutt'al più facendo sintesi.

Pensionati (Ansa)

Risultati inferiori alle attese

Del resto le attese riposte nel provvedimento in questione non hanno dato i frutti sperati. Stando ai calcoli della Cgil, alla fine del 2021 si dovrebbe riuscire a spendere solo i due terzi circa dei 21 miliardi stanziati. In pratica finora – spiega il sindacato – si sono contati 268mila anticipi pensionistici con questo strumento e, a fine anno, non dovrebbero verificarsene più di 377mila. Un risultato molto al di sotto del milione di pensionamenti relativi a Quota 100 annunciati a suo tempo dalla Lega. Non manca chi fa notare, inoltre, che gli effetti sull’incremento delle assunzioni conseguenti è stato limitato.

Le osservazioni del sindacato

La proroga di tale meccanismo suscita riflessioni critiche anche negli ambienti sindacali. Recentissimamente il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, nella prospettiva di un imminente incontro con il presidente incaricato, ha fatto notare su www.pensionipertutti.it come “la sola proroga di Quota 100 rappresenterebbe un ennesimo intervento spot che non modificherebbe la legge Fornero e non darebbe risposte ai lavoratori”. Questo perché, sottolinea in una nota, “dopo una proroga di uno o due anni ci si ritroverebbe al punto di partenza e comunque nel frattempo per chi non raggiunge i 38 anni di contributi, o i 62 anni di età, non cambierebbe assolutamente nulla”.

Una riforma seria e duratura

Ma cosa serve allora secondo il principale sindacato dei lavoratori sul piano previdenziale? Serve “una riforma seria e duratura, che consenta a tutti i lavoratori di poter scegliere quando andare in pensione dopo i 62 anni o con 41 anni di contributi, ed in particolare che affronti il tema di chi fa i lavori manuali o gravosi, riconosca il lavoro di cura e la situazione specifica delle donne e che dia una prospettiva previdenziale ai giovani e a chi fa lavori poveri o discontinui”.

La Cgil pensa in sostanza a una riforma che “guardi al mondo del lavoro di oggi e a quello futuro. Il fatto che tutte le persone che andranno in pensione da ora in poi avranno prevalentemente un calcolo contributivo – prosegue la nota - rende queste misure non solo eque socialmente ma anche compatibili finanziariamente”. Ovviamente su questi argomenti “il nuovo Governo dovrebbe riprendere il confronto con le organizzazioni sindacali”.

Il segretario confederale Cgil Antonio Ghiselli (Foto sito Cgil)

Uscire dalle rigidità

Il sindacato, stando alle considerazioni espresse da Ghiselli, ritiene necessario modificare insomma il perimetro rigido e iniquo costituito dall’attuale sistema pensionistico, in cui si inserisce anche Quota 100, che non tiene adeguatamente conto delle esigenze delle nuove generazioni, delle donne e di chi svolge lavori gravosi. Bisogna uscire dalle rigidità. "Il sistema vigente ti costringe a pensionarti a 67 anni o con più di 43 anni di lavoro. Se non si introdurrà un sistema flessibile un 45enne di oggi sarà costretto a lasciare il lavoro a 70 anni o con 45 anni di contributi". Un meccanismo come questo, che priva i lavoratori della possibilità di godersi la fase finale della esistenza dopo aver versato congrui contributi, è iniquo. E per evitare tale iniquità non basta prorogare Quota 100 o prevedere uno scalino più basso.

Insostenibilità dei costi? No

Non è neppure giusto porre la solita obiezione della insostenibilità dei costi. Come spiega Ghiselli, infatti, “molti non considerano il fatto che in questi anni è cambiato completamente il paradigma. Si continua a ragionare come se fossimo nel sistema retributivo mentre il fatto che ormai è prevalente la componente contributiva, rende quasi ininfluente l’età di pensione perché se si anticipa il pensionamento l’importo dell'assegno sarà più basso, se si posticipa crescerà”.

E del resto “la Ragioneria generale dello Stato – aggiunge Ghiselli nell’intervista citata -  nelle sue elaborazioni ipotizza sempre il costo teorico massimo che un provvedimento può avere, cosa ben diversa da quello che invece sarà il costo realisticamente prevedibile, come abbiamo visto su Esodati, Ape sociale e Precoci, Opzione donna e, da ultimo, con Quota 100: previsioni sovrastimate dei 2/3 rispetto al reale”.

Sia il lavoratore a poter scegliere

Risulta infine certamente "singolare dire che per sopperire a trattamenti pensionistici bassi nel futuro la soluzione è alzare l’età del pensionamento. Sia l’interessato a decidere se gli conviene o meno andare in pensione. Ovviamente – sostiene il segretario confederale della Cgil su www.pensionipertutti.it - all’interno di certi limiti, che per noi sono i 62 anni di età o i 41 di contributi”.