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Ristagno più inflazione: il rischio della stagflazione. Che cos’è e come cambia l’economia in tempo di guerra

Non è per noi un fenomeno nuovo. L'abbiamo subita negli anni '70, quando una inflazione a due cifre si accompagnava ad una economia in piena recessione

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Ristagno più inflazione: il rischio della stagflazione. Che cos’è e come cambia l’economia in tempo...
Foto Shutterstock

Alla fine, anche a Francoforte si sono arresi: l'inflazione, riemersa con forza nella coda della pandemia, non è transitoria, ammette ora la Bce. Dovrebbe rallentare nel 2023, ma due anni di corsa dei prezzi (2021 e 2022 sopra il 5 per cento) non possono essere liquidati come una episodica fiammata inflazionistica e rischiano di lasciare cicatrici.

E' il risultato del sovrapporsi di tre choc, in rapida successione, post pandemia: l'ingorgo delle catene internazionali di fornitura, frutto dell'incrociarsi dei lockdown con la repentina esplosione della domanda di imprese e consumatori; la rapida ascesa dei prezzi del petrolio e del metano, incendiati dalla stessa domanda; lo scoppio della guerra in Ucraina che ha messo, uno contro l'altro, il maggior fornitore dell'Europa (la Russia) contro i suoi più importanti clienti (gli europei), moltiplicando gli effetti del boom dei prezzi dell'energia.

Non è, però, l'inflazione che conosciamo. Gli stessi fattori che la determinano la rendono una bestia un po' diversa dal solito e più difficile da domare. Normalmente, l'inflazione si associa ad una attività economica accelerata ed intensa: imprese e consumatori cercano di anticipare l'aumento dei prezzi, comprando di più. Qui, invece, l'inflazione si sta collegando ad un rallentamento dell'attività economica, evocando lo spettro della stagflazione, il sommarsi della stagnazione economica con l'inflazione.

La stagflazione non è per noi un fenomeno nuovo. L'abbiamo subita negli anni '70, quando una inflazione a due cifre si accompagnava ad una economia in piena recessione. Se la situazione di oggi richiama gli anni dell'austerità è perché le due crisi hanno la stessa origine: il boom dei prezzi dell'energia, uno choc del tutto esterno che si abbatte su una economia, altrimenti in buona salute.

Rischiamo, allora, una crisi come quella degli anni '70? Assolutamente improbabile. Attualmente, l'economia non è, come allora, in recessione, ovvero sotto zero, ma solo in rallentamento. Alla Bce, infatti, non vogliono parlare di stagflazione, ma solo di “choc stagflazionistico”, cioè un episodio limitato nel tempo. Inoltre, l'economia di oggi ha una intensità energetica molto inferiore all'economia degli anni '70. Che vuol dire? Che dipendiamo assai meno dall'energia, sia gas, petrolio o elettricità: oggi produciamo le stesse cose, consumando metà dell'energia rispetto agli anni '70. Il boom dei prezzi di petrolio e metano, insomma, pesa meno.

Pesa, tuttavia. In particolare sulle industrie che più la utilizzano, come siderurgia, ceramica, alluminio, produzioni intermedie per altre industrie. Infatti, pur ribadendo che siamo ben lontani da una recessione, la Bce ha drasticaente rivisto le sue previsioni per l'immediato futuro, soprattutto per quest'anno. L'inflazione sfonderà anche quest'anno il muro del 5 per cento (5,1) invece di fermarsi, come era previsto, al 3,2 per cento. E la ripresa europea, invece di macinare un più 4,2 per cento, si fermerà mezzo punto più sotto. Più limitato il pessimismo per i due anni successivi. Rispetto alle previsioni precedenti, gli aggiustamenti sono solo di qualche decimale: nel 2023 inflazione al 2,1 per cento, per scendere all'1,9 nel 2024, mentre il Pil europeo crescerà del 2,8 per cento per scendere all'1,6 nel 2024.

Alla Bce per primi, tuttavia, avvertono che queste previsioni valgono, nell'attuale situazione di incertezza, ingigantita dalla guerra ucraina, quel che valgono e anche le ricette della banca centrale cambieranno, a seconda di quanto suggerirà l'evolversi della situazione. Il problema è che il peggiore dei mondi possibili, cioè la stagflazione (recessione più inflazione) crea dilemmi insolubili. L'inflazione va combattuta, stringendo la cinghia all'economia (e infatti la Bce si avvia a rinunciare all'acquisto di titoli pubblici, per ridurre la liquidità che circola nell'economia), la recessione – o anche il rallentamento – rendendo più disponibili le risorse (come il credito) alle aziende (e, infatti, la Bce ha spostato più avanti un aumento dei tassi di interesse). Ma è un esercizio di equilibrio molto difficile, in cui si rischia di sbagliare comunque. Per ora, al vertice della Bce prevalgono (15 contro 10, è stato scritto) quelli che antepongono la lotta all'inflazione rispetto a chi si preoccupa più di salvaguardare la ripresa.

Dipende, naturalmente, da quello che accadrà nelle prossime settimane. Al netto di eventi imponderabili, come l'invasione dell'Ucraina, l'Europa non sembra slittare sul piano inclinato dei prezzi come gli Stati Uniti, dove l'inflazione sfiora già l'8 per cento e potrebbe arrivare in doppia cifra. In America, infatti, l'economia è surriscaldata dall'enorme stimolo fiscale messo in campo prima da Trump, poi da Biden e, anche senza l'aumento del petrolio, vedrebbe ugualmente i prezzi correre.

L'Europa è stata assai più morigerata. Una buona metà dell'aumento dei prezzi in corso è frutto diretto del boom del petrolio e, ancor più, del metano. Se il rincaro dell'energia si placa, anche l'inflazione dovrebbe quietarsi. Anche perché – e qui falchi e colombe della Bce sembrano ancora d'accordo – l'inflazione europea non ha innescato, per ora, nessun effetto secondario e la spirale dei prezzi non si alimenta da sola. In parole più semplici, il rincaro del costo della vita non ha ancora determinato una rincorsa dei salari che generalizzi l'aumento dei costi. Siamo in bilico: da che parte finiremo? Forse, l'unico che può dirlo è Putin.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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