Coronavirus, non solo morte e contagi ma anche effetti a catena sull'economia globale

Stimare quale sarà l’effetto finale per il momento è come indovinare chi vincerà il palio di Siena. Puoi basarti sul probabile, ma tutto è possibile

Coronavirus, non solo morte e contagi ma anche effetti a catena sull'economia globale

Quando lunedì 3 febbraio i mercati cinesi hanno riaperto le contrattazioni dopo la lunga pausa del Capodanno cinese si è capito subito che il virus oltre a contagiare, e purtroppo in alcuni casi a uccidere, uomini e donne, avrebbe potuto avere conseguenze più vaste: il temuto spillover sull’economia. Dopo pochi minuti dall’apertura molti titoli sono stati sospesi per eccesso di ribasso, avendo superato la soglia del 10% prevista dai regolatori di Pechino. A fine giornata la borsa di Shanghai aveva lasciato sul terreno il 7,7%, quella di Shenzhen l’8,4%. Un lunedì nero.

Reazioni a catena

Il crollo, tuttavia, era atteso. Solo il giorno prima le autorità cinesi avevano annunciato un piano per iniettare 22 miliardi di dollari di nuova liquidità nell’economia così da allentare le tensioni sui mercati e cercare di evitare una stretta del credito per le aziende locali. Il piano potrebbe però rivelarsi insufficiente, almeno finché non si intravedrà la fine della crisi del coronavirus. Il dilagare dell’epidemia, infatti, ha determinato una serie di eventi che stanno innescando o potrebbero innescare una serie di reazioni a catena con ripercussioni più o meno intense e ampie a seconda del protrarsi della crisi.

“Non c’è quasi nessuno disponibile”

Il primo effetto della crisi del coronavirus è la riduzione della mobilità interna coniugata al fatto che l’epidemia è esplosa in coincidenza del Capodanno, la principale festività cinese, e quindi del ritorno per le vacanze di molti lavoratori ai paesi di origine. Finite le feste tutti sarebbero dovuti tutti tornare nelle città in cui lavorano, ma le autorità hanno prolungato le ferie di tre giorni e molti stanno estendendo ulteriormente il periodo per paura del contagio. In un paese il cui sistema produttivo è in larga parte basato sulla manodopera proveniente dalle aree interne e meno sviluppate e che quindi si regge sugli immigrati, interni, ma pur sempre immigrati, tutto ciò sta già determinando i primi problemi. Come quelli che incontra l’imprenditore Li nella città industriale di Tangshan che a Foreign Policy ha dichiarato che “mi trovo a dover pagare il 150% del salario normale. Non c’è quasi nessuno disponibile”. Gli impianti di General Motors e Toyota hanno rallentato la produzione e molte regioni industriali hanno deciso di estendere le ferie per un’ulteriore settimana, incluse le province di Shanghai, Suzhou e Gaungdong. Come se il Nord-est italiano si fermasse per una ventina di giorni, tanto per fare un paragone.

Non è solo un affare cinese

Il blocco temporaneo o il rallentamento della produzione nel paese, tuttavia, non è soltanto un affare cinese. La Cina è la fabbrica del mondo, un tempo di magliette, scarpe e giocattoli, oggi di tutto quello che vi può venire in mente. E se non assembla il prodotto finito si può star certi che ne fa molti o alcuni dei componenti. Se la fabbrica cinese rallenta o ha un blocco, le ripercussioni sono quindi destinate a trasmettersi ovunque. Se il blocco è temporaneo, la cosa è gestibile ritardando un po’ le consegne, sfruttando al massimo i magazzini e magari appaltando la produzione a qualche azienda del sud-est asiatico. Ma se le difficoltà si protraggono, allora le cose potrebbero farsi serie costringendo le aziende di mezzo mondo a rivedere la loro catena produttiva. E nel mondo di oggi, in cui la produzione, anche se sparsa in paesi diversi, è fortemente integrata e dominata da standard qualitativi stringenti, la faccenda non è semplice. Non si tratta solo di cambiare un fornitore.

Non escono, non comprano non viaggiano

La Cina però non è solo un grande produttore, ma anche un gigantesco consumatore di beni e servizi. Se le sue aziende si fermano o rallentano gli ordini, se i suoi cittadini stanno a casa e non escono, non comprano non viaggiano, di nuovo non è solo un problema interno. Da quando è stato identificato il coronavirus, la domanda di petrolio greggio è rallentata e il prezzo è crollato del 16%. Secondo la società di consulenza operante nel settore energetico JLC Network Technology l’utilizzo delle raffinerie in Cina ha avuto un calo del 15% e due grossi clienti dell’Arabia Saudita, la China National Chemical Corp e la Hengli Petrochemical, con impianti capaci di raffinare un milione di barili al giorno, pare abbiano già ridotto i loro acquisti. L’effetto è tale che l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’Opec, sta valutando di promuovere la convocazione di un meeting d’urgenza per concordare una riduzione della produzione così da sostenere i prezzi ed evitare ulteriori crolli. Problemi simili stanno emergendo anche per il rame in Cile, Perù, Brasile e Indonesia e per altre materie prime.

Chi si ferma è perduto

Ma non è solo il calo nella domanda di petrolio e minerali a preoccupare. Ci sono i semiconduttori della Intel, che in Cina ha un fatturato di venti miliardi di dollari, o i chip della Qualcomm, con un giro d’affari nel paese di 12 miliardi di dollari, circa la metà di tutto il suo fatturato. Poi ci sono le automobili, General Motors vende in Cina più macchine di quante ne venda negli Stati Uniti, e le sue fabbriche al momento sono ferme. E i telefonini, Apple realizza un sesto delle sue vendite in Cina e a causa del virus ha deciso di chiudere temporaneamente i suoi 42 negozi nel Paese. E la moda italiana, la meccanica tedesca, le navi e l’eolico francese, ecc. ecc. E infine ci sono i turisti. Quelli cinesi, che riempiono gli alberghi e i ristoranti delle più belle città del mondo. Il blocco dei voli e in alcuni casi delle frontiere determinerà un crollo temporaneo del turismo del paese asiatico. La sola Thailandia potrebbe perdere fino a un miliardo e mezzo di dollari. E non andrebbe meglio a New York, Londra, Parigi e Roma.

Non è come ai tempi della SARS

Stimare quale sarà l’effetto finale per il momento è come indovinare chi vincerà il palio di Siena. Puoi basarti sul probabile, ma tutto è possibile. Alcuni fanno riferimento agli effetti che ebbe la SARS sull’economia cinese e mondiale nel 2003. Tutto sommato modesti. Ma da allora le cose sono cambiate enormemente. Nel 2003 la Cina era entrata da poco nella WTO e la sua rilevanza nell’economia globale era ancora limitata. Oggi il sul PIL è otto volte maggiore, la sua quota del commercio mondiale è più che raddoppiata, il reddito procapite è aumentato di sei volte. Il paragone è quindi poco significativo. Occorre poi considerare che ora l’economia cinese, nonostante tutti i numeri elencati sopra, è più fragile di quanto fosse nel 2003. La crescita è più debole, circa il 6% invece del 10%, il debito assai più alto, la finanziarizzazione maggiore. Le conseguenze di una crisi, sarebbero quindi maggiori.

Effetti attutiti?

A mitigare le preoccupazioni ci sono tuttavia alcuni elementi. Il primo è che gennaio è per le aziende manifatturiere un mese di minore attività; gli effetti di un rallentamento sono quindi minori e più gestibili. Il secondo è che la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha comportato una prima riconsiderazione della catena di produzione da parte di alcune aziende americane, in alcuni casi con spostamenti dei fornitori dalla Cina a paesi del Sud-est asiatico, cosa che potrebbe eventualmente contribuire a limitare i danni.

Il pericolo del contagio


Sia quel che sia, quel che è certo è che gli effetti sull’economia cinese nel primo trimestre saranno consistenti, con riverberi ancora assai limitati sul resto del mondo. Se la crisi rientrerà in un paio di mesi, o perché il virus si estingue o grazie alla scoperta del vaccino, gli analisti prevedono un rimbalzo consistente nel secondo trimestre e un effetto finale sul tasso di crescita della Cina di circa mezzo punto (dal 6% al 5,5-5,6%) e su quello mondiale dello 0,1-0,2%. Se, al contrario, la crisi non si risolvesse nel prossimo futuro le cose potrebbero complicarsi assai, non solo dal punto di vista della pandemia. Un dato forse più di tutti aiuta a capire la situazione: la Cina è la seconda economia mondiale e conta per circa un quarto della crescita globale. Il paese rallenta, il mondo rallenta. Ma se il rallentamento si tramuta in crisi, il contagio dalla Cina al mondo è garantito.