[Il retroscena] I destini incrociati di Profumo e Moretti, i manager dalle stelle alla polvere e ritorno ma sempre con i milioni in tasca

Alessandro Profumo ha visto la sua ultima creatura, Leonardo, ex Finmeccanica, crollare in Borsa, sotto un segno meno del 21 per cento, con utili in flessione del 23 a 272 milioni e il taglio delle stime per il 2017 che non è davvero piaciuto agli investitori. Mauro Moretti, invece, che gli aveva appena passato quella poltrona, s’è preso una standing ovation da curva Sud, all’assemblea dei dirigenti delle Ferrovie, sotto le volte della Nuvola di Fuksas all’Eur di Roma, quando gli hanno consegnato con tutti gli onori e i sorrisi la Carta di Libera Circolazione che gli consentirà di viaggiare gratis per sempre su tutte le tratte, senza far troppo caso ai suoi 7 anni di condanna beccati in primo grado per i 32 morti della strage alla stazione di Viareggio

[Il retroscena] I destini incrociati di Profumo e Moretti, i manager dalle stelle alla polvere e ritorno ma sempre con i milioni in tasca

Per i Grandi Manager della Repubblica Italiana venerdì è stata una di quelle giornate da segnare sul calendario. Alessandro Profumo ha visto la sua ultima creatura, Leonardo, ex Finmeccanica, crollare in Borsa, sotto un segno meno del 21 per cento, con utili in flessione del 23 a 272 milioni e il taglio delle stime per il 2017 che non è davvero piaciuto agli investitori. Mauro Moretti, invece, che gli aveva appena passato quella poltrona, s’è preso una standing ovation da curva Sud, all’assemblea dei dirigenti delle Ferrovie, sotto le volte della Nuvola di Fuksas all’Eur di Roma, quando gli hanno consegnato con tutti gli onori e i sorrisi la Carta di Libera Circolazione che gli consentirà di viaggiare gratis per sempre su tutte le tratte, senza far troppo caso ai suoi 7 anni di condanna beccati in primo grado per i 32 morti della strage alla stazione di Viareggio.

Sarebbe stato meglio aspettare il processo?

Forse sarebbe stato meglio aspettare l’esito finale del processo. E magari si potrebbe anche aspettare il nuovo piano industriale promesso da Profumo prima di gettare la croce su Leonardo, come in fondo ha fatto Moody’s, che ha dato credito alle sue affermazioni, mantenendo invariato il rating e confermando l’outlook positivo. Ma in questa giornata di strani eventi, Moretti e Profumo, immagini sovrapposte di formidabili carriere all’ombra di quella sinistra che rischia di scomparire nel segreto delle urne, finiscono accomunati dallo stesso destino. Quello della polemica. Sulle strade impervie dei loro successi, delle salite e delle ricadute, li aspetta un bilancio diverso da tutti i conti che sono sempre riusciti a mettere in ordine.

Profumo prende il posto di Moretti

Sullo scranno più o meno scomodo di Leonardo, gruppo italiano con oltre 45 mila addetti, ormai concentrato su Difesa e Aerospazio, Alessandro Profumo ci è arrivato prendendo il posto di Moretti, dopo un’ascesa cominciata dal niente, dal Banco Lariano, su per una scala fatta indiscutibilmente di meriti e risultati, assieme a tanti nemici, rotture improvvise e liquidazioni gigantesche. Non è uno che ha cercato troppo il consenso, simile anche in questo all’ex amministratore delegato delle Ferrovie. Soprannominato Arrogance da Dagosia, è sempre passato per l’antipatico di turno. Anche se quando è diventato capo indiscusso di Unicredit ha saputo farne una multinazionale del credito, e dopo, sulla poltrona di Monte dei Paschi, ha provato con grande determinazione a tenere in piedi una barca che sembrava più una zattera alla deriva, riuscendo pure in questo caso a portare a casa risultati persino impensabili. Classe 1957, genovese di nascita, infanzia in Sicilia e studi a Milano. Matrimonio con l’ex compagna di liceo, Sabina Ratti, e un figlio unico, Marco. Ha iniziato la sua carriera nel settore assicurativo bancario e ha fatto in fretta ad arrivare in alto, visto che a 41 anni era già più in alto di tutti. Un motivo ci sarà stato. Qualche cronista ha scritto di lui che «è un uomo di una intelligenza superiore, dominato da una ambizione sfrenata». Mettiamo che sia vero. In ogni caso è uno che non rinuncia. Si prende Mps che è nella bufera, anno 2012, dopo la presidenza Mussari.

Lo accusano di esporsi troppo

E’ vero che Monte dei Paschi è la banca della sinistra e lui non ha mai nascosto le sue simpatie da quella parte. Il fatto è che - ironia della sorte - lo accusano di esporsi troppo, anche a Siena. Beppe Grillo sul suo blog lo chiama Alessandro Magno, il campione dei banchieri di sinistra. E alla fine pure nella banca toscana si trova quasi tutti contro, il 70 per cento dell’assemblea, e dopo tre anni decide di lasciare. Per Profumo è la seconda sconfitta nella sua carriera. La prima avvenne nel 2010 quando fu messo alla porta dal consiglio d’amministrazione di Unicredit che non tollerava il suo modo di agire autoritario e gli rimproverava un’eccessiva inclinazione a sinistra (guarda caso). Eppure con lui, dopo averne assunto la guida nel 1998, l’istituto di credito era diventato uno dei più grandi gruppi bancari d’Europa, grazie anche alla fusione con Capitalia, mettendo in fila solo ottimi risultati. Che non bastarono. Gli rimproveravano una gestione monocratica del gruppo, sbilanciata troppo a suo favore, «uno stile da zar che si fida poco delle prime linee gerarchiche e che concede scarse deleghe reali». Lo sconfissero quei malumori. Per lui non dev’essere stata una tragedia: si prese una buonauscita da 38 milioni d’euro, se non ci inganna l’enormità, due dei quali regalati in beneficienza. A differenza di tantissimi grandi manager italiani che intascano il malloppo lasciando solo macerie, lui almeno aveva i conti dalla sua parte. Dopo non è che sia andato in pensione. Altri sommi incarichi, Mps e poi ecco Leonardo, dove incrocia Moretti.

Quelle similitudini tra i due 

L’ex amministratore delegato ha davvero molte somiglianze con lui. E’ un po’ più vecchio, classe 1953. Riminese doc. Laurea in ingegneria a Bologna con 110 e lode, a 24 anni. Nel 1978 vince un concorso pubblico per ruoli direttivi alle Ferrovie. Passi lunghi e ben distesi, la sua è una carriera di tappe una dietro l’altra. Nel 2006 diventa amministratore delegato. Dopo il suo insediamento descrive in una relazione al Parlamento come catastrofica la situazione delle Fs, sull’orlo del fallimento. Niente paura. Già nel 2008 mette a segno il primo risultato utile consolidato nella storia del Gruppo. Pensate un po’ che roba sono le ferrovie. Conferma quel risultato nei 5 anni successivi.

Come Profumo ha i conti dalla sua parte

Per ottenerli non è uno che lesina sui tagli, pur arrivando, contraddizioni della vita, dal sindacato e dalla sinistra, di nuovo come Profumo. Iscritto alla Cgil dai primi anni 80, ha scalato in fretta i vertici fino a diventare membro della segreteria nazionale della Federazione Italiana Lavoratori Trasporti. Qualche intoppo sul suo percorso lo lascia: nel dicembre 2009 durante le grandi nevicate consigliò agli utenti di portarsi «panini e coperte» da casa, suscitando l’ilarità dei giornali.

E poi c’è Viareggio, 32 morti

Va in Senato e definisce la strage «uno spiacevolissimo episodio». Apriti cielo. Al processo, lo condannano sette anni per disastro ferroviario e omicidio colposo plurimo: «Sottovalutò i pericoli dovuti a carenze e scelte aziendali». Se ne va con una buona uscita niente male neanche lui, 9 milioni e 200mila euro. E non resta a piedi. Nel 2014 approda a Leonardo. Scrivono che il suo stipendio è di due milioni e 300mila all’anno. Se fosse vero, se la cava bene. Nel suo primo bilancio presenta un utile dopo tre anni di risultati negativi. 

I numeri dalla loro parte

Lui e Profumo hanno sempre avuto i numeri dalla loro parte. «Io le Ferrovie le ho portate in utile», rimarca a più riprese: «450 milioni». Il suo predecessore le aveva lasciate con i buchi. Così, quando il governo parla, e solo parla, di spending review, protesta subito: «Lo Stato taglia gli stipendi? Vado via». Non toccategli i numeri. E’ una questione di principio: «Noi non stiamo a poltrire negli uffici e il nostro è il lavoro più duro che si possa pensare, in Italia e nel mondo». Il giorno che magari non tornano, i loro numeri, non ci crederanno nemmeno loro.