Dazi di Trump all'export italiano: ecco quanto sarebbe salato il conto e quali settori lo pagherebbero

Il protezionismo potrebbe però essere un boomerang per la stessa economia americana

Dazi di Trump all'export italiano: ecco quanto sarebbe salato il conto e quali settori lo pagherebbero

E' probabilmente una delle domande che in queste ore più sta più angosciando imprenditori e policy makers  italiani: quanto potrebbe costare all’economia italiana la politica economica protezionista annunciata da Donald Trump? Ha provato a dare una risposta il centro studi Prometeia che ha simulato gli effetti sulle nostre esportazioni verso gli Stati Uniti di un ripristino dei vecchi dazi da parte del governo americano.

ll danno per l'export si aggirerebbe sugli 800 milioni 

L’export verso l’America è uno dei più importanti per il nostro Paese. Rappresenta quasi il 10% del totale e si piazza al terzo posto assoluto dopo quelli diretti verso Germania e Francia. Secondo i dati del 2015 il controvalore economico è di 35 miliardi di euro. Ipotizzando il ripristino delle tariffe doganali esistenti all’inizio degli anni ‘90, prima della grande spinta alla globalizzazione impressa da Bill  Clinton, gli economisti di Prometeia hanno stimato un danno per le nostre esportazioni pari a 800 milioni di euro, pari dunque al 2,3% delle attuali esportazioni.

Colpito il cuore del made in Italy 

Il danno non si ripartirebbe in ugual misura in tutti i settori produttivi ma colpirebbe alcuni più di altri. Il ritorno dei dazi peserebbe per 345 milioni su soli 4 comparti: moda, calzature, design e food ovvero il cuore del Made in Italy.

Dazi boomerang anche per economia Usa 

Il ritorno dei dazi e più in generale di una politica economica iper protezionista non è però così scontato anche perché a pagarne le spese sarebbe la stessa economia americana, per due motivi principali. Il primo è che anche le esportazioni a stelle e strisce verso l’Europa e gli altri mercati internazionali per ritorsione verrebbero colpite da balzelli doganali. Il secondo motivo è che negli ultimi decenni per effetto della delocalizzazione è cambiata radicalmente la natura del commercio internazionale. Circa il 50% delle importazioni americane riguarda ormai l’acquisto da affiliate estere di multinazionali Usa.

Apple valuta produzione iPhone negli Stati Uniti

Per esempio la produzione di una delle icone americane del momento, l’iPhone, coinvolge una decina di altri Paese tra i quali figurano Cina, Corea del Sud, Giappone, Francia e Germania. L’introduzione dei dazi colpirebbe perciò anche i prodotti designed negli Stati Uniti ma assembled altrove come l’iPhone. Secondo la stampa specializzata americana Apple avrebbe già chiesto ai suoi partnet Foxconn e Petragon di valutare strade per portare la produzione degli iPhone negli Usa. L’ipotesi non sarebbe però senza conseguenze. Dalle stime effettuate da Petragon produrre in America si tradurrebbe in costi più che raddoppiati con gravi conseguenze dunque sul potere d’acquisto della classe media americana. 

L'accusa di Jack Ma: usati male i guadagni della globalizzazione 

Il protezionismo potrebbe dunque non essere la risposta più giusta ai mali dell'America perché il nocciolo vero del problema è un altro come ha evidenziato Jack Ma, il fondatore del gigante dell’ecommerce cinese Alibaba. L'imprenditore ha fatto notare che gli Stati Uniti hanno guadagnato “tonnellate di soldi” dalla globalizzazione ma li hanno spesi male. Negli ultimi 30 anni anziché diffondere ricchezza nella società costruendo infrastrutture e aiutando impiegati e operai hanno finanziato ben 13 guerre che sono costate 1420 miliardi di dollari. Jack Ma ha messo il dito su quello che è il vero problema della società americana e più in generale occidentale: l'incapacità di distribuire equamente la grande ricchezza prodotta.