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Il coronavirus ha contagiato anche la finanza globale. Cosa rischia l’economia italiana

Perché il virus spaventa il mondo anche se i morti non sono tanti? Perché è entrato improvviso nel cuore della seconda economia del pianeta

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Il coronavirus ha contagiato anche la finanza globale. Cosa rischia l’economia italiana

Le Borse perdono di colpo, dall’Asia all’America, passando per l’Europa, fino al 2 per cento e oltre. L’oro, come sempre quando si diffonde la paura, schizza verso l’alto, mentre il petrolio, che soffre economie fiacche, scende sotto i 60 dollari a barile. Non è la catastrofe: i mercati sono più o meno tornati ai livelli dello scorso ottobre. Ma il calo è stato brusco e inaspettato, proprio mentre si pensava ad un rilancio per l’accordo Usa-Cina sul commercio: è il segnale che il coronavirus di Wuhan ha contagiato la finanza globale, allarmando gli analisti più pessimisti, convinti che l’economia mondiale sia in un momento molto fragile.

Mezza Cina in quarantena

Ma perché una epidemia che, finora, ha fatto 80 morti e contagiato duemila persone dovrebbe spaventare più della normale influenza che, nell’indifferenza generale, ne uccide ogni anno mezzo milione? Perché il coronavirus di Wuhan è arrivato improvviso, imprevisto, letale (il tasso di mortalità, rispetto ai contagiati, è assai più alto della influenza) nel cuore della seconda economia del pianeta. Wuhan è uno snodo fondamentale della Cina centrale, una regione fondamentale per l’industria dell’acciaio e per quella dell’auto. E le ripercussioni sono pesantissime. Mezza Cina è in quarantena, la regione di Wuhan isolata, una dozzina di città hanno sospeso i trasporti extrametropolitani. Il governo cinese ha bloccato le vacanze all’estero, ma, in realtà, con i primi contagi in America, in Francia, in Australia, il paese rischia di essere circondato da un cordone sanitario. Intanto, a Shangai, la capitale finanziaria, gli uffici resteranno chiusi fino al 9 febbraio.

La paura

A Suzhou, la capitale dell’elettronica, con le fabbriche di Apple e Samsung, gli operai non residenti sono stati invitati a non tornare al lavoro fino alla prossima settimana. In tutta la Cina, la gente è tappata in casa, cinema, teatri, ristoranti sono vuoti, la grande festa del Capodanno cinese (iniziato venerdì scorso) è un clamoroso flop. Per un governo che contava sul rilancio dei consumi per sostenere una economia zoppicante, è un incubo. Le previsioni erano già per una crescita 2020 inferiore al 6 per cento (5,8 per cento secondo il Fmi), la più bassa da quasi trent’anni. Ora, secondo l’Economist Intelligence Unit, il virus potrebbe tagliarla ulteriormente fra lo 0,5 e l’1 per cento. Secondo Standard&Poor’s, una estensione dell’epidemia potrebbe portare questo taglio fino all’1,2 per cento, comprimendo la crescita del paese ben al di sotto di un impensabile, fino a ieri, 5 per cento. Per il partito comunista cinese, che deve gran parte della sua legittimità allo sviluppo, un autentico disastro. Ma anche per l’economia globale sarebbe un colpo durissimo. La Cina, da sola, vale un terzo dell’economia mondiale e ha legami strettissimi ovunque: se si ferma, gli altri rischiano di schiantarsi.

Le imprese italiane in Cina

Ci sono 1.700 imprese italiane al lavoro in Cina, fra moda, agroalimentare, ambiente, tecnologie spaziali. Tutte insieme fatturano oltre 22 miliardi di euro. Tuttavia, il problema più pressante riguarda gli scambi commerciali, visto il ruolo cruciale che le esportazioni svolgono per l’economia italiana. La Cina è il nostro nono cliente al mondo, il primo in Asia e siamo il quarto paese europeo nella lista dei fornitori del Dragone. In tutto vendiamo merci per quasi 14 miliardi di euro, più o meno il 3 per cento del nostro export complessivo. E’ una fetta importante, ma i timori maggiori riguardano gli effetti indiretti di una crisi cinese che, rallentando l’economia mondiale, colpirebbe una economia aperta come la nostra, dove le esportazioni valgono quasi un terzo del Pil.

Le stime Fmi

Secondo il Fmi, nel 2019 l’economia mondiale è cresciuta solo del 3 per cento, il ritmo più basso degli ultimi dieci anni. Nel 2020, dovrebbe risalire (anche per via del modesto 5,8 per cento previsto per la Cina) solo al 3,4 per cento. La previsione – di ottobre – scontava gli effetti negativi della guerra commerciale Washington-Pechino, valutati in un meno 0,8 per cento di sviluppo del Pil. Nel frattempo, c’è stato l’accordo (molti lo definiscono un “mezzo accordo”) siglato nella scorse settimane da Trump. Che, tuttavia, ha suscitato solo l’entusiasmo del presidente americano e dei suoi collaboratori. A domanda, due aziende americane su tre hanno risposto che non si aspettano differenze dall’intesa, rispetto alla situazione precedente e, di quelle che restano, la metà si aspetta che vada peggio. Insomma, l’economia mondiale già continuerebbe, comunque, a muoversi a fatica, condizionata dall’incertezza. Una paralisi cinese la affonderebbe. E’ uno scenario pessimistico? Sì. In fondo, l’epidemia potrebbe essere contenuta, o rientrare rapidamente, rimettendo la Cina sul previsto sentiero di sviluppo. Dita incrociate, allora, sperando in un vaccino? Forse non basta. Il problema è che esiste un altro scenario, assai più pessimistico, anzi drammatico, di cui si parla a mezza bocca, in queste ore, nelle capitali finanziarie e che poco ha a che fare con la Cina.

La situazione delle Borse

Riguarda le Borse. I mercati finanziari vivono da mesi in una sorta di stato ipnotico. Per giudizio pressoché unanime, titoli e azioni sono, infatti, sopravalutati, e non di poco. Prendete i profitti di un’azienda, divideteli per il numero di azioni che costituiscono il capitale. Poi, confrontate questa quota di profitto con il prezzo dell’azione in borsa. Normalmente, negli Usa, questo rapporto è 16. Cioè, l’azione vale 16 volte la sua quota di profitto annuale. Attualmente, invece, questo rapporto, a Wall Street, è 25. Contemporaneamente, i dividendi – che normalmente sono pari al 5 per cento del prezzo del titolo – arrivano a malapena al 3 per cento. E’ una situazione, dicono gli esperti, che può durare solo finché i mercati vogliono crederci. Ovvero, come nelle catene di Sant’Antonio, finché si trova qualcuno disposto a comprare a quei prezzi. Basta, insomma, una puntura di spillo per rovesciare gli umori, far implodere l’euforia, scatenare il panico, devastare le borse, accendere una crisi finanziaria globale. La paura è che lo spillo possa essere il virus di Wuhan.

 

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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