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Coronavirus, ecco perché questa volta la crisi economica è diversa dalle altre: è come una guerra

Anche senza evocare gli scenari peggiori, il conto è già pesante per l'Europa e, in particolare, valutano gli esperti della Goldman Sachs, per Germania e Italia

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Coronavirus, ecco perché questa volta la crisi economica è diversa dalle altre: è come una guerra

Treni vuoti. Sulle carrozze di Italo, manca l'80 per cento dei passeggeri abituali. Su quelle delle Fs, i sedili vuoti sono poco di meno, il 60-70 per cento. Del resto, chiedete ad un tassista: a Roma fa la metà delle corse dei tempi normali. La cosa riguarda tutti. A Francoforte, la Bce ha deciso, senza troppo chiasso, di annullare la riunione congiunta con la Commissione Ue per esaminare lo stato del mercato unico dei capitali, in programma per oggi. Troppi invitati si erano tirati indietro, spiegano ai piani alti del quartier generale, e troppi non riuscivano a trovare l'aereo. In America, a Denver, la più grande riunione mondiale di fisici ed astronomi, 11 mila invitati, è stata cancellata appena 36 ore prima del discorso di benvenuto. Intanto, a Codogno, una fabbrica di elettronica per auto, la Mta, ha azzerato, causa quarantena, la produzione. Risultato? Rischiano di fermarsi le fabbriche Fiat, Renault, Peugeot, Bmw. E' un mazzo di esempi a caso – l'ultimo, certo, il più grave. Tutti, però, illustrano bene la paralisi che l'emergenza Coronavirus sta inoculando nel sistema economico.

La crisi al tempo del coronavirus 

E anche perché la crisi, questa volta, è differente. Non è una crisi come quelle che conosciamo. Ricorda una guerra, piuttosto che i collassi finanziari o le cattive congiunture di questi decenni. Forse, l'esempio più vicino, anche se assai meno drammatico, è l'austerità petrolifera degli anni '70. Gli economisti dicono, infatti, che è una crisi di offerta, non di domanda. Che vuol dire? Vuol dire che, in questo momento, non mancano i soldi. Mancano i compratori, perché la gente preferisce stare a casa, non va al ristorante, in vacanza, a fare shopping. E mancano, o mancheranno presto, un bel po' delle cose da comprare, perché pure chi le fabbrica sta a casa e non va a lavorare. Anche l'economia è in quarantena e questo cambia tutto.

Le misure straordinarie

Il governo ha varato una serie di misure straordinarie. Per dare ossigeno alle imprese che, improvvisamente, vedono inaridirsi incassi e fatturato. Per rimpinguare, con la cassa integrazione, le buste paga dei lavoratori, costretti a rimanere a casa. Per aiutare le famiglie di fronte alle scadenze di mutui e bollette. Qualcuno, fuori dal governo, ha evocato l'esempio di Hong Kong, dove il governo, in un classico caso di “helicopter money”, ha deciso di distribuire ad ogni capofamiglia l'equivalente di 1.200 euro per sostenere i consumi. A Bruxelles, la Ue si prepara ad accettare lo sfondamento dei limiti di disavanzo pattuiti con Roma, dando via libera – in nome della flessibilità davanti ad eventi eccezionali – a spese straordinarie per 3,6 miliardi di euro. Una decisione, forse, meno coraggiosa – per i parametri di Bruxelles – di quanto appaia a prima vista, se è vero, come si dice al nostro ministero dell'Economia, che il disavanzo era già avviato al di sotto del previsto e, dunque, quei 3,6 miliardi lo riporterebbero, in realtà, dove era preventivato. In ogni caso, a Bruxelles, per una volta, sembrano aver deciso di non fare troppe storie.

Monitorare la situazione

Il problema è che, proprio per la natura di questa crisi, sono tutte misure che tamponano le conseguenze più dolorose e pesanti dell'emergenza, ma non possono sciogliere la paralisi. Lo stesso vale per quelle che ci siamo abituati a considerare una sorta di Settimo Cavalleggeri (o, forse, più modestamente, un'autoambulanza) dell'economia: le banche centrali, a cominciare dalla Bce, reduce dal famoso “costi quel che costi” di Mario Draghi, che salvò l'euro. Nonostante gli appelli più o meno espliciti che sono giunti da più parti, i responsabili della Fed, come della Bce parlano, infatti, soprattutto di “monitorare” la situazione, di essere pronti a prendere misure “appropriate”. Ieri, in un'intervista, il governatore della Banca di Francia ha invitato tutti a tenere “la testa fredda”.

La misura monetaria

Anche qui, infatti, visto che il problema non è di soldi, gli strumenti di politica monetaria, in dotazione alle banche centrali, possono solo tamponare le conseguenze più gravi. In concreto, impedire che le aziende affondino per mancanza di liquidità o di credito. Renderlo quello stesso credito più conveniente, tagliando i tassi di interesse, può essere d'aiuto, ma i margini sono minimi (negli Usa il tasso è già all'1,5 per cento) o inesistenti, come in Europa, dove gli interessi sono sotto zero: abbassarli ancora metterebbe in difficoltà le banche. Nessuna misura monetaria, comunque, può essere risolutiva. Diciamo che hanno la stessa funzione degli antidolorifici. Utili, benvenuti, ma non curano come un antibiotico.

Quanto ci costerà?

Perché la crisi finisca, dunque, bisogna arrivare alla fine dell'emergenza sanitaria e della paralisi. Quanto ci può costare questa lunga apnea? L'Ocse – l'organizzazione che riunisce i paesi più ricchi – ieri ha fatto conoscere i suoi calcoli. L'economia globale, che doveva allargarsi, nel 2020, del 3 per cento, non riuscirà ad arrivare, post coronavirus, oltre il 2,4 per cento, il risultato peggiore dai tempi della Grande Crisi di dieci anni fa. Questo, tuttavia, se l'epidemia resta nei limiti contenuti attuali. Se si estende a macchia d'olio, se esce di controllo, dicono all'Ocse, lo sviluppo globale, quest'anno, può ridursi ad uno striminzito e inedito 1,5 per cento, la metà del previsto. Anche senza evocare gli scenari peggiori, il conto è già pesante per l'Europa e, in particolare, valutano gli esperti di una grande banca d'investimento, come Goldman Sachs, per Germania e Italia, dove il coronavirus si somma al rallentamento delle esportazioni. Gli analisti di Goldman Sachs calcolano che, nel primo semestre di quest'anno, la Germania perderà oltre 0,6 punti di Pil (soprattutto per la paralisi delle industrie). L'Italia (dove incidono soprattutto i costi diretti dell'emergenza sanitaria) appena meno: per noi significa andare sotto zero, due trimestri di recessione. Sempre secondo Goldman Sachs, per l'Italia il secondo trimestre sarà, infatti, peggiore del primo: una contrazione di 0,3 punti fra gennaio e marzo e di quasi 0,5 punti a primavera, trascinate soprattutto da turismo e consumi.

Le previsioni di Goldman Sachs

E il rimbalzo? Storicamente, infatti, queste crisi dell'offerta hanno spesso un andamento a V, con una rapida ripresa. Superata l'emergenza, si riprende a lavorare a mille, smaltendo gli ordini che si erano fermati. Tuttavia, di solito, buona parte di quello che è perso è perso. Vale per la lunga stasi della grande locomotiva cinese, ma anche per noi. Goldman Sachs prevede, per l'Italia, una ripresa limitata nella seconda metà dell'anno: un più 0,1 per cento in estate, più 0,2 per cento in autunno, insufficienti a recuperare la caduta del primo semestre. Più o meno, l'intero 2020 si chiuderebbe con una economia, in media, non più grande (come si sperava a ottobre) ma più piccola di mezzo punto, con ricaschi negativi anche per deficit e debito pubblico.

 

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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