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Allarme sulle finanze italiane, il principale elemento di fragilità dell’economia europea

I risultati di un sondaggio fra economisti. Uccelli del malaugurio o preoccupazioni fondate?

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Allarme sulle finanze italiane, il principale elemento di fragilità dell’economia europea
Qual è la salute dei conti italiani? (Ansa)

Il debito scende, il disavanzo pure, ma in Europa circola l’allarme sulla sostenibilità delle finanze italiane. Anzi, un sondaggio fra economisti lo individua come il principale elemento di fragilità dell’economia europea. Ha ragione la destra di governo a sbuffare contro gli uccelli del malaugurio d’oltralpe, fino a spingere il più intellettuale degli attuali ministri, Guido Crosetto, a mettere in discussione in una intervista a Repubblica l’indipendenza della banca centrale? Oppure le preoccupazioni hanno un senso? 

La risposta ai dubbi 

La risposta in due parole è che i numeri non giustificano le preoccupazioni, ma la psicologia sì e la psicologia può cambiare i numeri. Dunque, camminiamo su un crinale sottile.

Il punto di partenza è  che il debito pubblico scenderà quest’anno dal 150 al 145 per cento del Pil e il deficit dal 5,6 al 4,5 per cento, sempre del Pil. Ma il contesto in cui si snoda questo percorso virtuoso è completamente cambiato, rispetto agli ultimi anni: i tassi di interesse, ancora sottozero sei mesi fa, stanno  salendo e la rete di sicurezza automatica, rappresentata dagli acquisti di nostri titoli da parte della Bce è in via di smantellamento. Lento, peraltro, visto che si tratta di uno smantellamento al ritmo di 15 miliardi di euro al mese, rispetto ad una montagna di centinaia di miliardi. Ma sufficiente a mettere in fibrillazione i mercati. 

Non solo spread 

Più del temuto spread (la differenza di rendimento fra titoli italiani e tedeschi) l’attenzione si concentra sull’interesse che l’Italia deve pagare sui suoi titoli, salito da poco più dell’1 per cento a ben oltre il 4 per cento nel giro di un anno. L’inflazione pare in via di rallentamento e, dunque, la Bce forse non continuerà a stringere la leva dei tassi con l’accanimento dimostrato finora, ma, anche se la corsa si fermasse, l’Italia è in grado di sopportare un tasso oltre il 4 per cento, mentre si prepara a chiedere ai mercati altri 400 miliardi di euro in prestito?

Il debito italiano 

I numeri allineati dagli esperti dicono di sì. La vita media del debito italiano, fanno notare alla Banca d’Italia, è di 8 anni, quindi la trasmissione del rialzo nei tassi di interesse è assai lenta, perché la quantità di titoli via via emessi è bassa, rispetto al totale, che beneficia dei tassi del passato, quindi inferiori. Infatti, a via Nazionale ricordano che, nonostante la corsa al rialzo dei tassi di questi mesi, il costo medio del debito è rimasto più o meno stabile fra il 2,5 e il 3 per cento. Perché l’attuale ascesa dei tassi si traduca in una spinta all’aumento del debito, dicono gli analisti di Unicredit, i tassi dovrebbero restare al livello attuale di oltre il 4 per cento per molti anni. 

Il nodo inflazione 

Ci sono poi degli effetti, per così dire, meccanici che l’inflazione ha sui numeri della finanza italiana. L’inflazione è una brutta malattia, ma, se ci si ferma all’aritmetica, ci sono elementi positivi. Il parametro del debito pubblico, che concentra l’attenzione è, in realtà, il rapporto fra debito e prodotto interno lordo. Poichè l’inflazione gonfia il Pil, il rapporto, aritmeticamente, come succede con le frazioni, risulta più piccolo. Si spiega anzitutto così la discesa di quest’anno del debito pubblico. E c’è un secondo effetto collaterale aritmetico: gli interessi salgono, ma, se li consideriamo al netto dell’inflazione galoppante di questi mesi (se guardiamo, cioè,i cosiddetti interessi reali) non costano di più al Tesoro. 

La situazione economica italiana 

D’altra parte, la situazione economica italiana, nonostante gli scossoni di questi ultimi tre anni, non è nè disastrata, nè disastrosa, almeno nel paragone con gli altri paesi. Moneyfarm, una società di consulenza finanziaria, ha messo a confronto una serie di nostri parametri (inflazione, deficit pubblico, pil, disoccupazione) con quelli tedeschi. Su questa base, lo spread fra il nostro Btp e il Bund tedesco dovrebbe essere 132, non gli oltre 200 registrati dai mercati. 

Possiamo stare tranquilli? 

Insomma, sulla base dei numeri dovremmo stare tranquilli. Il problema è che tutto questo castello di dati rischia di essere sconvolto e travolto da un’ondata di panico psicologico sui mercati. La rete di sicurezza quasi automatica degli acquisti di titoli da parte della Bce è oggi sostituita, infatti, da un meccanismo assai più complicato (il Tpi, Transmissione Protection Instrument) in cui la rete di sicurezza viene attivata su base discrezionale e negoziale da parte del board di Francoforte. Un passo falso del governo Meloni (ad esempio, un aumento della spesa pubblica per le pensioni) potrebbe scatenare la speculazione sui mercati, ma far arricciare anche il naso alla Bce e la stessa tensione fra Roma e Francoforte moltiplicherebbe quella speculazione. 

Incognite politiche più che economiche 

Un po’ paradossalmente, le incognite sono, cioè, assai più politiche che economiche. La barca italiana è in grado di procedere tranquillamente, ma la linea di galleggiamento è molto vicina ai bordi della barca. Il governo al timone deve sapere che ogni sbandamento può voler dire cominciare ad imbarcare acqua.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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