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Scende la curva dei contagi, sale quella dell'economia e l'ondata di licenziamenti non si materializza

L'economia viaggia a ritmi dimenticati da decenni. E' un rimbalzo, certo, rispetto alla caduta dell'anno scorso. Ma è una traiettoria sostenuta. Anche se l'aumento del Pil non dice abbastanza e il grosso dei nuovi contratti di lavoro è a termine

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Segnali positivi per l'economia italiana (Foto Ansa)
Segnali positivi per l'economia italiana (Foto Ansa)

A voler essere precisi, i dati importanti dell'economia sono questi. A marzo: 20 mila contagi al giorno, 3.700 pazienti in terapia intensiva, 20 per cento della popolazione vaccinata. Oggi: 5 mila contagi al giorno, 500 pazienti in terapia intensiva, quasi 70 per cento di italiani vaccinati. L'ultimo dato è il più importante: può sembrare schematico, ma l'alto numero di immunizzati è la spiegazione più attendibile del perché la quarta ondata (in corso) del virus abbia avuto finora un impatto minore delle precedenti sull'economia. Che, infatti, viaggia a ritmi che l'Italia ha dimenticato da decenni. E' un rimbalzo, certo, rispetto alla caduta dell'anno scorso. Ma è una traiettoria sostenuta: nei grafici, per una volta, l'Italia sta sopra i concorrenti europei.

La previsione

L'industria italiana produce ancora il 2,6 per cento in meno, rispetto agli stessi mesi del 2019. Ma, in Germania e in Francia, la differenza con il periodo prepandemia è del 7-8 per cento. E, probabilmente, colmeremo presto quel buco: subito dopo Natale tutta l'economia – e non solo l'industria – sarà tornata, se non verremo azzoppati da una nuova variante, al livello del 2019, bruciando le previsioni. Ad aprile, gli organismi internazionali prevedevano per l'Italia uno sviluppo di poco superiore al 4 per cento. Oggi, i più ritengono credibile una espansione del 6 per cento.

L’aumento del Pil non dice abbastanza

Rispetto, naturalmente, alla caduta del 2020. Bisogna, infatti, resistere alla tentazione di dar credito ai dati che escono in questi giorni e mostrano fantasmagorici aumenti a due cifre,  ovvi e quasi inevitabili, rispetto alla paralisi del 2020. Anche l'incremento del 2,7 per cento del Pil nel secondo trimestre, rispetto al primo, non dice abbastanza, visto che la ripresa (guardate il dato dei contagi) è iniziata a primavera. Ma che l'economia abbia ripreso a marciare, anche rispetto al periodo prepandemia, è indubitabile. Fra gennaio e maggio 2021, secondo Banca Intesa, il fatturato dell'industria manifatturiera è cresciuto del 5,5 per cento, sugli stessi mesi del 2019. Gli elettrodomestici hanno messo a segno una crescita dei ricavi del 25 per cento, la metallurgia del 15 per cento. I motori di questa crescita sono solidi: rispetto al periodo pre-Covid, le esportazioni sono più alte del 4 per cento e gli investimenti privati del 4,4 per cento. Anche i consumi delle famiglie – avverte l'Istat – si muovono: fra inverno e primavera, quest'anno, sono risaliti del 2,7 per cento. E' tornato il lavoro: le ore lavorate sono cresciute del 3,9 per cento.

L'occupazione

E' il riscontro più importante. L'occupazione – a cui è appeso il benessere delle famiglie – segue sempre con un certo ritardo la ripresa dell'economia. Qui, però, avevamo un crinale importante: la scadenza, a fine giugno, del blocco dei licenziamenti. Gli esperti non hanno mai creduto ad un brusco tracollo, ad una frana da mezzo milione di licenziamenti in blocco. Piuttosto, nell'ipotesi peggiore, una lenta emorragia, spalmata su molti mesi. Per ora, però, il segnale è opposto: a luglio ci sono stati 24 mila occupati in più. In altre parole, non solo sono stati assorbiti i licenziamenti immediatamente successivi alla fine del blocco, ma sono stati creati nuovi posti di lavoro. Anzi, il sistema delle imprese ne ha creati più di 24 mila. Ma il saldo complessivo risente, piuttosto, della continua riduzione, all'esterno delle aziende, dei lavoratori autonomi.

Lavoro: per lo più contratti a termine

I nuovi posti di lavoro non sono i migliori. Il grosso dei nuovi contratti è, infatti, a termine. Si capisce che, dopo oltre un anno di organici bloccati dal divieto di licenziare, le imprese si muovano con cautela, in una fase ancora incerta dell'economia. Il rischio è che, ancora una volta, investendo il meno possibile sulla propria manodopera, le aziende si vietino, limitando formazione e competenze, un rilancio significativo della produttività. Vedremo poi nei prossimi mesi se davvero la fine del blocco dei licenziamenti è stata assorbita serenamente dalle aziende o se i processi di riorganizzazione degli organici prenderanno corpo solo in autunno. Per ora, tuttavia, l'elemento essenziale della tempistica è stato rispettato: la fine del blocco dei licenziamenti è arrivata in un momento di espansione e ripresa, che aumentano le occasioni e le opportunità di occupazione.

Inflazione

Sarà tutto bruciato da una fiammata dell'inflazione? In realtà, buona parte degli aumenti – anche vistosi – dei prezzi in corso sono un effetto statistico del confronto con l'anno scorso (il prezzo del petrolio, rispetto al 2020, è risalito del 70 per cento). Quasi tutti gli economisti sono convinti che, entro i primi mesi dell'anno prossimo, l'inflazione sarà tornata ai ritmi abituali in questi anni: chi si spinge più lontano, come la Bce, valuta che, ancora nel 2026, l'inflazione non supererà l'1,7 per cento. Un po' d'inflazione subito, d'altra parte, può far comodo. Alle casse dello Stato, anzitutto. Ad aprile, si calcolava che il disavanzo pubblico, nel 2022, sarebbe stato pari all'11,8 per cento del Pil nominale (ovvero, quello reale più l'inflazione). La somma delle ripresa e della crescita dei prezzi di questi mesi aumenta il Pil nominale e, dunque, in rapporto a questo Pil accresciuto, il disavanzo pubblico si fermerà due punti sotto, al 10 per cento. Un elemento in meno di pressione sul governo, chiamato, nelle prossime settimane, a stendere la manovra 2022. E più spazio e tempo per concentrarsi sulla sfida più importante per lo sviluppo dei prossimi anni: le riforme.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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