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Come Italia e Germania possono superare l'embargo al gas di Putin

La crisi, se ci sarà, durerà poco: già nel 2023, ci saremo liberati della dipendenza dal gas della Russia e l'economia avrà ripreso a marciare

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
(Ansa)
(Ansa)

"Preferite la pace o il condizionatore"? Rischia di diventare un'altra delle sentenze per cui Mario Draghi è già celebre, come il “costi quel che costi e credetemi sarà sufficiente” lanciato all'epoca della crisi dell'euro. Infatti, forse neanche Salvini se la sentirebbe di rispondere “il condizionatore”. Ma la questione è un po' più complessa e spinosa di come l'ha messa il presidente del Consiglio. Se la strada per la pace passa per un embargo totale al gas che proviene dalla Russia, come ritengono in molti, il prezzo può essere una brusca frenata verso sviluppo zero, se non proprio una recessione, nell'anno in cui l'economia, invece, avrebbe dovuto mettere il turbo.

Non è, in realtà, un risultato scontato. Tutto dipende da quanto metano russo verrà a mancare nei prossimi mesi e di quanto riusciremo a sostituirlo, da soli e con l'aiuto europeo, con gas da altre fonti. Gli ottimisti convinti che sarà possibile compensare totalmente o quasi le forniture russe non sono, però, molti. Tuttavia, come fa intendere Draghi, anche lo scenario tratteggiato dai molti pessimisti non dovrebbe evocare troppi spettri. La crisi, se ci sarà, durerà poco: già nel 2023, ci saremo liberati della dipendenza dal gas di Putin e l'economia avrà ripreso a marciare. Inoltre, la battuta d'arresto sarà relativamente blanda: più che andare indietro, l'economia, entrata nel 2022 alla velocità del boom 2021, si fermerebbe. Assolutamente niente, insomma, a che vedere con il grande gelo del 2020 della pandemia o del 2010 della crisi finanziaria. Anche perché il resto d'Europa ne risentirà molto meno. Per Francia e Spagna il peso di un embargo alla Russia è marginale. I paesi colpiti sono soprattutto due: Italia e, anche di più, Germania.

Ad accomunare noi e i tedeschi sono soprattutto due fattori. Siamo i paesi europei con la più vasta base industriale e l'industria è legata al gas sia come energia, sia, spesso, come materia prima. E siamo anche i paesi europei più dipendenti dal metano russo: per il 30/40 per cento delle importazioni totali gli italiani, per il 55 per cento i tedeschi. In realtà, in questi mesi, sia noi che loro abbiamo quasi dimezzato le importazioni dalla Russia, che però restano, per Roma, come per Berlino, ancora importanti. C'è una cosa, però, che ci differenzia. La quota del gas destinata al riscaldamento è più o meno la stessa nei due paesi, ma in Italia la quota destinata all'industria si ferma al 20 per cento, mentre il doppio va alla generazione di elettricità. In Germania vale il contrario: il gas, come input industriale, vale assai di più che come combustibile per le centrali. Questo rapporto diretto con la produzione, forse, spiega perché complessivamente, l'embargo al gas russo, secondo i modelli econometrici, pesi per la Germania più che per l'Italia, anche se gli stessi economisti tedeschi definiscono la crisi “gestibile”.

Tanto più dovrebbe esserlo per l'Italia, anche se la prospettiva è tutt'altro che rosea. Nel Def, il Documento di economia e finanzia appena varato dal Consiglio dei ministri, si ipotizza uno scenario in cui il gas russo viene quasi totalmente sostituito da altri fornitori, anche se a prezzi maggiorati. Il Pil di quest'anno, che, nelle previsioni del governo, dovrebbe crescere meno del previsto, ma, comunque ancora più del 3 per cento, verrebbe decurtato di 0,8 punti quest'anno e 1,1 punti nel 2023. Quindi la crescita 2022 verrebbe abbassata al 2,3 per cento e quella 2023 all'1,3 per cento. Per il trend storico italiano, dove uno sviluppo superiore ad un punto è una rarità, sarebbe una espansione inferiore alle attese, ma ancora rispettabile.

Se, però, le alternative – americane, algerine, norvegesi - non fossero sufficienti? Se, per colmare il buco lasciato dal metano russo, si dovesse comunque ricorrere ad un razionamento (quasi certamente più per le aziende che per le famiglie)? Il gas – scarso – salirebbe ulteriormente di prezzo e, nelle simulazioni del Def, il Pil verrebbe tagliato di 2,3 punti quest'anno e di 1,9 punti nel 2023. Sottraiamoli alle previsioni e abbiamo uno sviluppo 2022 limitato allo 0,7-0,8 per cento e allo 0,5 per cento nel 2023. Sono percentuali basse, ma ancora positive, quindi non pare corretto parlare di recessione. Tuttavia, il grosso dello sviluppo 2022 era già dato soprattutto dal trascinamento della impetuosa crescita dell'anno scorso. Fermarsi allo 0,7 per cento, nonostante oltre due punti regalati dal tesoretto accumulato nel  2021, significa che l'economia dovrà girare effettivamente a vuoto per qualche trimestre. Per mantenere il senso delle proporzioni, ricordiamo che, due anni fa, l'Italia ha superato – e si è rapidamente ripresa – dopo aver sfiorato una caduta del Pil che ha sfiorato il 10 per cento.

I conti che fanno gli economisti tedeschi dicono che alla Germania andrebbe peggio. Nelle previsioni, il Pil tedesco dovrebbe crescere dell'1,8 per cento quest'anno e del 3,6 per cento l'anno prossimo. Quanto pesa, su queste prospettive, l'embargo al gas russo? Anche qui, si fanno due scenari. Nel primo, in cui il taglio con Mosca non è netto e totale, lo sviluppo 2022 si riduce di 1,4 punti. L'economia tedesca continua, dunque, sia pure a stento, a crescere, mettendo a segno un più 0,4 per cento, nonostante il gas sia di meno e più caro. Ma, forse, è politicamente più verosimile il secondo scenario, in cui il metano russo esce di scena, ma la sostituzione con altre fonti è insufficiente e la Germania si ritrova con il 30 per cento di gas in meno rispetto al fabbisogno (più o meno uno scenario analogo a quello più pessimistico per l'Italia). A questo punto, la crescita tedesca perderebbe per strada un 2,2 per cento. Rispetto allo sviluppo previsto dell'1,8 per cento, vuol dire un 2022 con un meno 0,4 per cento e, dunque, una, leggera ma effettiva, recessione, al contrario dell'Italia. Quanto è attendibile, però, quel meno 2,2 per cento, come conseguenza dell'embargo? Più che altro, dicono gli economisti, è verosimile. Le simulazioni, infatti, oscillano fra meno 0,5 e meno 3 per cento, dunque fra uno sviluppo rallentato e un vero e proprio arretramento. Le conclusioni che ne traggono gli stessi economisti sono però nette e simili a quello che suggerisce il caso Italia: per un paese che è rapidamente rimbalzato, dopo aver visto la sua economia restringersi del 4,5 per cento nel 2020 della pandemia, il peso dell'embargo non sembra un ostacolo insormontabile.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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