Un contratto firmato dall'Italia con Stati Uniti e Germania costringe il nostro Paese a vendere armi all’Arabia Saudita

Il 29 novembre 2012 Rwm Italia, Raytheon Systems e Rheinmetall hanno siglato un accordo per un ordine di 63,2 milioni di euro di forniture ai sauditi. Dallo stabilimento di Domusnovas partono carichi di bombe con rotta Riad

Armi italiane, rotta Riad
Armi italiane, rotta Riad (Arabia Saudita)

“Eppure non basta dire che una bomba cadrà”, scriveva Gregory Corso, uno tra i più noti poeti della scena Beat. Aveva ragione. Non basta dire che un ordigno cadrà sugli inermi per fermarne la produzione. Nel gran bazar delle armi ci sono troppi soldi, troppi interessi, troppi posti di lavoro. Al limite si può decidere che le bombe non verranno prodotte in patria, lasciando però ad altre patrie la fabbricazione. Più o meno è quanto ha fatto il governo tedesco quando ha deciso di vietare l’esportazione di armi a favore della Reale Aeronautica Saudita fino a quando non sarà spiegato il caso Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso nell’ambasciata del regno wahhabita ad Istanbul (Turchia) il 2 ottobre scorso. Dopo la risoluzione tedesca hanno rinunciato all’export anche Norvegia, Danimarca e Finlandia.

Tutto bene, dunque? Dipende da come si interpreta il fatto che le altre succursali dei fabbricanti di armi sopperiranno alle commesse con un surplus di produzione. Il divieto del governo tedesco infatti potrà non essere applicato sulle filiali estere della Rheinmetall Waffe Munition Italia S.p.A. (RWM), che ha uno stabilimento anche in Italia (sede legale a Ghedi, Brescia), in Sardegna, a Domusnovas (leader mondiale nella produzione dei dispositivi smart che rendono le bombe ordigni “intelligenti”). Dallo stabilimento del paesino del Sulcis-Iglesiente, come ha denunciato più volte Tiscali Notizie, partono carichi di bombe con rotta Riad. Per bloccare l’export dal nostro Paese sarebbe necessaria una presa di posizione più netta da parte dei vertici del nostro governo ma, ad ora, nulla: il consiglio d’amministrazione della RWM - spiega africa-express.info - solo lo scorso novembre ha confermato che le filiali in Italia e Sudafrica non sono soggette al blocco di esportazione. Nei primi sei mesi di quest’anno, sono dati ufficiali, la Rheinmetall ha portato all'estero armi per un valore di oltre trentasei milioni di euro.  I numeri li ha elaborati Giorgio Beretta, ricercatore dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia, che a Africa-Express ha spiegato che “l’export di armi dalla Sardegna sono in aumento e a giugno, con il governo Conte già in carica, ne sono state esportate per un valore che supera dieci milioni di euro”.

Il governo del popolo lascia fare, come gli altri governi che lo hanno preceduto. La nuova politica si incrocia con la vecchia, in questo campo. Gli affari sono affari, non possono essere fermati, perché, ha ribadito il Fatto, “esiste un contratto riservato, con data 29 novembre 2012, tra Rwm Italia e la Raytheon Systems inglese, per un ordine di 63,2 milioni di euro di forniture, in cui è citato in contratto madre tra Raytheon e il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita”. Dal documento si desume che Italia, Inghilterra, Usa e Germania hanno pensato a un sistema ‘scaricabarile’ dove tutti sono colpevoli ma nessuno può essere dichiarato tale. Così il business delle bombe made in Sardegna è destinato ad aumentare, visto che la RWM ha ottenuto - ha scritto Cornelia I. Toelgyes su Africa-Express - l’autorizzazione per l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas. L’ufficio “Sportello Unico per le Attività produttive e per l’edilizia” (SUAPE) del comune di Iglesias, “con provvedimento unico numero 82 del 9 novembre 2018, pubblicato nell’albo pretorio il 13 novembre 2018, ha infatti concesso la realizzazione di 2 nuovi reparti, che teoricamente permettono di raddoppiare la produzione”. Le ruspe per lo sbancamento dell’area sono già state viste in azione (lo stabilimento è alle falde di una collina ricoperta da lecci e macchia mediterranea).

I verdi e le variegate sinistre italiane e tedesche protestano. Soprattutto dopo che il 4 dicembre il quotidiano tedesco “Stern” ha reso noto – si legge su agenzianova - il contenuto di una conversazione telefonica avvenuta a novembre scorso tra Helmut Merch, membro del consiglio di amministrazione di Rheinmetall, e alcuni consulenti bancari del gruppo. Durante il colloquio, Merch ha affermato che i prodotti di Rwm Italia e della joint venture tra Rheinmetall e Denel venduti all'Arabia Saudita “non sono interessati” dall'embargo posto dal governo tedesco sulle esportazioni di materiali per la difesa (massiccia fornitura di bombe MK-83) fabbricati in Germania verso la monarchia degli Al Saud. Non avendo sede in Germania, sia Rwm Italia sia la joint venture tra Rheinmetall e Denel possono, secondo Merch, continuare a esportare in Arabia Saudita. Il Parlamento Europeo sta tentando di metterci una pezza. Un gruppo di deputati europei del PPE hanno ribadito i loro precedenti inviti a imporre “un embargo sulle armi in Arabia Saudita e inoltre hanno esortato tutti gli Stati membri dell'UE ad astenersi dal vendere armi e altri equipaggiamenti militari a qualsiasi membro della coalizione a guida saudita, al governo yemenita e ad altre parti in conflitto”.

Questo l’intento. In Italia in problema è monitorato anche da Maurizio Simoncelli, vicepresidente e cofondatore dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo–Iriad. “Va ricordato – ha spiegato in una sua relazione Simoncelli - che nel 1990 l’Italia (prima a livello mondiale) si era già dotata di una buona legge, la 185, che vieta l’export di armi a paesi in guerra, con regimi dittatoriali e dove non esiste rispetto dei diritti umani. Tale legge è stata modello di riferimento per le successive norme comunitarie quali il Codice di condotta (Data), seguito nel 2007-2008 dalla Posizione comune e poi dalla Direttiva europea”. La 185/90 prevede, fra le altre cose, anche una serie di sanzioni per le aziende che esportano senza autorizzazione, ma non per autorizzazioni concesse dal Governo senza ottemperare al dettato legislativo. “Cosi negli anni – ha spiegato l’esponente di Archivio Disarmo - si è assistito ad una serie di esportazioni “disinvolte”: verso il regime di Gheddafi (salvo poi scoprirne il carattere dittatoriale per attaccarlo militarmente), verso forze armate che utilizzano bambini soldato (Afghanistan e Somalia, ripetutamente segnalati in tal senso dall’Onu), verso paesi in guerra (bombe d’aereo Rwm all’Arabia Saudita, aerei Eurofighter al Kuwait – ambedue impegnati nel conflitto yemenita)”.

Simoncelli traccia una linea condivisibile, ma, sempre parole sue, “a livello nazionale ed anche internazionale a dichiarazioni altisonanti sull’impegno per la pace, assolutamente contraddittorie con la concreta azione politica dei governi”. Ma gli armieri non si fermano davanti a nulla, anche se la legge 185/1990 vieta di fatto le esportazioni di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato e l’Arabia saudita lo è, visto il suo “impegno” nello Yemen. Il 24 ottobre 2018 anche Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, aveva paventato la possibilità che anche Roma potrebbe bloccare l’export di armi all’Arabia saudita, allineandosi così alla posizione della Germania, specificando su ANSA: “Peraltro non sono a conoscenza di situazioni specifiche riguardo a forniture in corso”. In questo senso il succo del discorso è semplice: l’Italia vuol fermare il commercio di armi che parte dalla Sardegna? Predisponga una normativa che non permetta tout court la produzione di armi in Italia. Come si usa dire di questi tempi, “senza se e ne ma”. "Molte bombe quel giorno intimidiranno gli uccelli in aspetto gentile" (Gregory Corso).